Ettore Catalano
Viaggio nella Commedia/5

L’invettiva di Dante

Nel VI Canto del Purgatorio Dante rivolge la celebre invettiva nella quale lamenta come Dio abbia «distolto gli occhi dall’Italia». Nel confronto tra il poeta classico Virgilio e il moderno Sordello c'è il senso dell'Alighieri per la Storia e per la politica

A tutti gli studiosi (e anche ai lettori del poema dantesco) è ben noto come i sesti canti di ogni cantica rispondano all’esigenza di mettere a fuoco il pensiero politico di Dante, prima cittadino di Firenze attraverso l’incontro con Ciacco (cui è affidata una delle prime profezie post eventum del poema) che porta alla memoria, grazie al particolar modo che hanno gli spiriti infernali di conoscere il futuro (ma non il presente), le lotte sanguinose tra Bianchi e Neri, fino alla vittoria dei Neri, aiutati da Carlo di Valois e da Bonifacio VIII.

La scansione successiva vede Dante appassionato cittadino (nel VI del Purgatorio) di un’Italia vista come somma delle varie realtà cittadine piuttosto che “nazione” (come interpreti “risorgimentali” ebbero, con eccessivo entusiasmo, a proporre), priva dell’autorità imperiale e del prestigio di una Chiesa non immersa nel potere temporale: attraverso l’incontro con Giustiniano nel Canto VI del Paradiso, ai lettori si presenterà il Dante teorizzatore della missione provvidenzialistica dell’aquila come segno dell’Impero.

Come è stato giustamente notato, il VI del Purgatorio sembra potersi dividere in due o tre sequenze (ma io ne vorrei supporre quattro, sempre saldamente tenute insieme dall’animus dantesco), tutte tra loro concatenate: i primi 57 versi, da un certo punto di vista, continuano le problematiche del Canto precedente (gli spiriti che si pentirono in fin di vita), dall’altro impostano una digressione dottrinale (il rapporto tra la preghiera e il giudizio divino) che porterà a definire, ancora una volta, l’insufficienza della ragione umana e la necessità, per Dante, di incontrare Beatrice.

S’apre poi la sequenza (vv. 58-75) che inquadra l’anima di Sordello da Goito e il reciproco affetto che segna il riconoscimento del mantovano Virgilio da parte del trovatore Sordello, il bene della “terra” comune che lega entrambi in una rete virtuosa di rapporti: il grande poeta epico classico protegge, con la sua autorità riconosciuta, il contemporaneo poeta impegnato a fustigare i costumi corrotti delle corti e delle città del suo tempo. La terza sequenza (vv. 76-126) parte con la celebre invettiva contro l’Italia pronunciata dal trovatore e si chiude con l’accenno sarcastico ai villani faziosi che si credono grandi “politici”, per lasciare così (la quarta sequenza) alla diretta riflessione dantesca gli amari versi dedicati a Firenze (vv.127-151) e alle sue discordie interne che l’hanno portata a continui mutamenti negli ordinamenti pubblici.

Virgilio, Dante e Sordello secondo Gustave Dorè

L’attacco narrativo è affidato al motivo del giuoco dei dadi, la “zara” (forse derivata da etimi arabi, francesi o italiani che accennano al rischio e all’azzardo di una scommessa sui dadi e alle varie combinazioni) che si svolgeva nelle piazze e nelle vie all’epoca di Dante. Il poeta rievoca il diradarsi di gente intorno a chi gioca e ha perduto (e ripensa alla gettata dei dadi) e l’affollarsi, invece, intorno a chi ha vinto e deve guardarsi dall’interessata richiesta di mancia di chi ha seguito il giuoco, liquidando qualche pretesa e lasciandone perdere altre per liberarsi dall’impaccio. La vivacità del “narrato” popolare e “cittadino” consente a Dante di ritornare con piena naturalezza a questi spiriti (quasi tutti toscani) la cui morte violenta aiuterà a denunciare il carattere violento e sanguinoso degli odi politici che in quella città, teatro anche del giuoco della zara, si scatenavano.

Dante riconosce e nomina alcuni di questi spiriti e ne dà sintetico conto in versi mobilissimi che illuminano, come in un insieme di fotogrammi, la loro fine violenta in una sanguinosa catena di odi e vendette che sembrano estendersi, nei versi di Dante, dalle contrade toscane ad altre regioni europee (tutto il mondo, sembra dire Dante, è coperto di sangue spesso innocente).

La sequenza si volge poi verso tematiche dottrinali, poiché Dante, sulla scorta dei versi virgiliani dedicati a Polimeno nel sesto libro dell’Eneide, chiede a Virgilio se la preghiera possa riuscire a mutare il destino decretato dal cielo e qui Virgilio aggiunge ancora qualcosa che spesso ripeterà: non si illuda, Dante, di riuscire a cogliere tutta l’immensità della potenza divina con la sola forza della ragione “umana”, solo dopo l’incontro con Beatrice Dante potrà comprendere ciò che la limitatezza della ragione umana non gli consente di cogliere. Poi, gli occhi di Virgilio scorgono un’anima solitaria che si distingue da tutte le altre per dignità e grandezza d’animo, al punto da apparire “a guisa di leon quando si posa” (v. 66), un verso che, lavorando sul ricordo biblico del leone di Giuda, dipinge Sordello come il grande felino colto nella sua maestosa presenza.

Compare l’anima di Sordello da Goito, giullare e uomo di corte: girò per le corti del nord intrecciando anche storie d’amore famose nel suo tempo, come quella con Cunizza da Romano, moglie del conte Rizzardo di San Bonifacio, da lui rapita e ricondotta in casa del fratello Azzo VII. Dopo altre vicissitudini amorose, riparò in Provenza e poi in Spagna, ma in realtà è alla corte di Provenza che Sordello svolse mansioni politiche di rilievo come testimone di importanti atti politico-amministrativi. Seguì poi Carlo d’Angiò nella spedizione in Italia e nella corte angioina di Napoli e ottenne numerosi feudi in Piemonte e in Abruzzo.

Come poeta Sordello fu il più famoso tra i trovatori italiani, autore di composizioni poetiche e di sonetti d’amore in provenzale e forse anche in volgare italiano. Suo è un famoso Compianto in morte di ser Blacatz, nobile di Provenza, nel quale Sordello deplora la viltà dei signori d’Europa. Per Dante, Sordello è un censore dell’inettitudine di re e principi e sul trovatore Dante proietta il suo stesso profilo di profeta e visionario. Per Dante, Sordello, separato e isolato da tutti, è il censore e il giudice della decadenza italiana, la geniale controfigura di Dante e del suo severo giudizio, fungendo da guida dei due pellegrini in questo tratto dell’antipurgatorio. Forse Dante si ispirò al suo Compianto (feroce rassegna critica dei limiti dei principi dell’epoca) per la descrizione dei principi negligenti della “valletta amena” del Canto VII o forse Dante trasse anche spunto da altre opere di Sordello, ricche di ammaestramenti di tipo morale e di virtù cortesi in un tempo in cui Sordello cominciava a scorgere la fine di quei valori di onore e pregio, sostituiti dalla corruzione e dal vizio.

I due poeti, l’antico e il moderno, si incontrano nel nome della terra madre che li ha generati entrambi e la parola che enuncia la patria comune è “Mantua” (v. 72), mormorata appena da Virgilio e subito raccolta con un levarsi improvviso di Sordello. Basta il nome della loro terra per suscitare un abbraccio tra le due anime che lascerà tracce profonde persino nell’immaginario risorgimentale, che farà di Sordello un improbabile (ma suggestivo) simbolo dell’amor patrio. Parte qui la celebre invettiva all’Italia (vv. 76-126), documento alto e nobile della passione politica di Dante e insieme testo che ne segna i limiti marcatamente medievali che, solo pochi anni dopo, la cultura umanistica guarderà con sufficienza.

Infatti, il governo di cui è priva l’Italia, preda di tiranni e usurpatori, è quello dell’impero e le guerre fratricide, che hanno reso l’Italia una biblica “meretrice”, nascono per il fatto che manca l’autorità di un Imperatore ormai dai tempi della morte di Federico II di Svevia. Da qui la rampogna dantesca nei confronti di Alberto I d’Austria, figlio di Rodolfo d’Asburgo, che non si preoccupò minimamente delle questioni italiane e così si rese indegno dello stesso titolo imperiale che esibiva e giustificò, in un certo modo, il suo stesso assassinio (avvenuto nel 1308) come “castigo divino”.

Le speranze di Dante si appuntano sul suo successore, non il figlio Rodolfo, stroncato da una malattia l’anno prima della morte di Alberto I, ma Arrigo VII di Lussemburgo, eletto Imperatore nel novembre 1308.

L’invettiva non si limita a temi generali, ma mostra una conoscenza diretta e partecipe della vita politica delle città italiane (la Verona dei Montecchi, la Cremona dei Cappelletti, la Orvieto divisa fra i ghibellini Monaldi e i guelfi Filippeschi, la contea di Santa Fiore ormai in decadenza, una Roma vedova del suo Cesare e biblicamente abbandonata).

Qui Dante si rivolge una domanda angosciosa: Dio ha distolto gli occhi dall’Italia o nel suo imperscrutabile volere è celato un disegno che gli uomini non possono cogliere con la loro limitata ragione?

Dante non fornisce risposte, ma conclude il suo fremente pensiero con una perfida allusione alla “gente nova”, ai villani venuti in città e diventati capi fazione che si credono ormai grandi menti politiche. Da qui l’ultima sequenza che non può che coinvolgere Firenze in ventiquattro aspri versi in cui viene fustigato il popolo fiorentino, pronto sempre a chiedere giustizia senza mai volerla davvero praticare (l’hanno sulla bocca e non nel cuore, dice Dante), a prendersi incarichi pubblici con l’aria di sacrificarsi per il bene comune, procurandosi, in tal modo, non la salda ricchezza civile delle antiche Atene e Sparta, ma un vivere precario e discorde che annulla i benefici derivati dai provvedimenti pubblici col ricorso continuo a mutamenti che cancellano le basi del vivere comune.

Da qui la sbrigativa e “intertestuale” (perché ricca di suggestioni virgiliane e agostiniane) conclusione dell’invettiva che paragona l’Italia a una inferma che cerca di sconfiggere il dolore che la tormenta non curandone le cause ma semplicemente agitandosi nelle sue sofferenze.

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