Nicola Bottiglieri
L'addio del presidente Usa

Ritorno a Fort Alamo

Trump chiude il suo mandato visitando Alamo, cittadina (omonima di quella della battaglia) al confine con il Messico. Vuole riaffermare la sua ideologia di «Dio bianco, patria a stelle e strisce, famiglia con figli, whiskey e cazzotti alla mascella». Come scrivemmo quattro anni fa...

«Ricordati di Alamo!». Nella storia degli Stati Uniti questo grido leggendario ricorda la guerra combattuta dai “patrioti americani” contro il generale Santa Ana per la nascita della Repubblica del Texas, 1836. Racchiude il programma politico di espansione militare verso ovest, a danno degli indiani e dei messicani, prefigurando la politica imperialista verso il sud del continente. Del film La battaglia di Alamo (1960) mi ricordai nel dicembre del 2016, quando Trump venne eletto Presidente, e di Alamo mi ricordo ancora, oggi 12 gennaio 2021, quando Trump, al termine del suo mandato, si reca ad un’altra Alamo, ai confini con il Messico, per controllare l’avanzamento dei lavori del “suo” Muro e per riaffermare i valori che quel grido e quel luogo conservano. Di seguito l’articolo che scrissi quattro anni fa, intitolato Trump a Fort Alamo perché già da allora avevo capito che i “patrioti americani” ben presto avrebbero dato l’assalto alla democrazia.

* * *

Verso le cinque del mattino del 9 novembre, in pieno dormiveglia, ho letto sul mio IPhone che Trump era stato eletto Presidente degli Stati Uniti d’America. Mi sono meravigliato, poi ho pensato “all’effetto valanga”, perché quando una valanga parte è difficile fermarla. Ma il mio subconscio che alloggia nella pancia, ha redarguito la corteccia cerebrale, dove alloggiano le idee:

– Trump è un film già visto”.

  • Cosa ? Dove?
  • All’ Era il 1961 e tu avevi 15 anni. Quel film ha ispirato la tua vita.
  • Come sarebbe a dire?
  • La storia prima viene scritta, poi si compie. Per capirla, basta leggerla, ma siccome siamo in America è meglio vederla.
  • Ma cosa dici?
  • Dico che le idee di Trump si possono trovare in un vecchio film.
  • E perchè non lo ha visto la Clinton, questo film?
  • Non gli ha dato importanza. Del resto la parola trump significa briscola e Trump ha fatto briscola, cioè ha realizzato se stesso.
  • È To call for trumps significa chiamare briscola, ed ha vinto. Il destino di un uomo è scritto nel cognome, non nel nome ma nel suo cognome.

Ancora scosso dai rimproveri del sub, sono andato su youtube per vedere il film che aveva ispirato l’elezione di Trump ma ho trovato solo alcuni spezzoni della battaglia finale, qualche clip dove si riproduceva parte della bellissima colonna sonora scritta da Dimitri Tiomkin,(che ebbe l’Oscar), ritagli di scene annegati in un mare d’acqua. Alle nove ero davanti al Blockbuster del mio quartiere per chiedere del vecchio film, che risultava non essere più in vendita, né in prestito e nemmeno di trovarsi fra i DVD usati venduti ad un terzo del loro prezzo. Tre giorni è durata la mia ricerca fin quando a Cassino il padrone di un negozio di film porno mi ha detto che la pellicola era in ristampa.

– Cazzo! ho detto, ispirato dalla forma degli oggetti in vetrina. Lo stanno ristampando perché è diventato d’attualità. L’idea dell’assedio è diventata d’attualità.

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Ho dato un anticipo, il numero del cellulare e così il 25 novembre sono andato a prenderlo con trepidazione, come facevo da giovane quando andavo a ritirare lo stipendio direttamente in banca, facendo sogni su come avrei speso il danaro. Ora mi chiedevo, con il DVD in mano, se avrei ritrovato i sogni dell’adolescenza, se davvero i fatti narrati combaciavano con quelli realmente accaduti, se davvero quel film aveva segnato la mia vita. Qualche giorno dopo, da solo, in una stanza dell’albergo Forum della città di San Benedetto, ho messo il DVD nel portatile ed ho sbarrato gli occhi per due ore e mezza. Alla fine ho avuto la conferma che gli americani i film li sanno fare, che i western patriottici sono inimitabili, che John Wayne è bravo sia come attore che come regista, insomma La battaglia di Alamo è il migliore (e il più bugiardo) film mai girato su quella storica e famosa vicenda. Che cosa hanno in comune il film e la campagna elettorale di Trump? Il messaggio reazionario del film è simile a quello del Candidato repubblicano. Ma prima di andare avanti bisogna riassumere il fatto storico.

I texani avevano dichiarato l’Indipendenza dal Messico ed avevano già respinto le truppe inviate a sedare la rivolta. Ora, nel marzo 1836 circa 100 texani furono inviati a presidiare la missione francescana di Alamo, per ritardare l’avanzata del generale Santa Ana, che aveva un esercito di settemila uomini. Questo gruppo si barricò nella missione situata vicino all’attuale città di San Antonio nel Texas, aspettando l’attacco. I texani erano comandanti dal militare William Travis – nel film interpretato dall’attore Laurence Harvey – e da James Bowie, capo dei volontari civili interpretato da Richard Widmark. Quando 1.500 messicani marciarono verso Alamo, il comandante Travis, preoccupato che la sua guarnigione non potesse reggere lo scontro, chiese rinforzi, ma meno di 100 uomini arrivarono in soccorso, qualche decina dal Tenesee, fra essi il famoso cacciatore di indiani, di orsi e di fanciulle il deputato al Congresso, Davy Crockett, impersonato da John Wayne, personaggio cardine del film.

Nelle prime ore del 6 marzo, 1800 soldati messicani avanzarono contro 185 fra soldati e volontari. Dopo aver respinto due attacchi, i texani furono sopraffatti. Appena i messicani scalarono le mura, i difensori si asserragliarono negli edifici della Missione, mentre la cavalleria sterminava i fuggiaschi. Morirono tutti, eccetto alcune donne. Nella successiva battaglia di San Jacinto, ebbero la meglio i texani, i quali adottarono come grido di battaglia “Ricordatevi di Alamo” ed il Texas divenne indipendente.

Questi i fatti storici, la finzione cinematografica del nostro film (girato e prodotto dallo stesso John Wayne) ha molto mitizzato l’episodio figurando da un lato i bianchi buoni, eroici e generosi e dall’altra i messicani, scuri di pelle, codardi, con divise bellissime ma inconsistenti, vittoriosi grazie al numero ma non al valore. Un film bello e razzista, dunque, girato negli anni in cui erano in corso le battaglie per i diritti civili, iniziate dal 1º dicembre 1955 quando Rosa Parks venne arrestata in Alabama per non aver voluto cedere il posto in autobus ad un uomo dalla pelle bianca.

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Trump ed il personaggio di Davy Crockett hanno molto in comune. Sono uomini di successo che combattono da soli con le parole e le azioni contro tutti, anche all’interno del fortino in cui sono asserragliati: Crockett nella Missione, Trump nel partito repubblicano. Ambedue scendono in campo, provenienti da realtà diverse, esterne alla battaglia: Crockett è un deputato di altro Stato che diventa guerriero per scelta, Trump è un “palazzinaro” che si mette in politica «per salvare i valori fondamentali della nazione». Ambedue lottano contro la marea montante dei messicani, che se nel film vogliono rubare la vita ai texani, oggi nella realtà sono quelli che grazie al loro numero spropositato rubano il lavoro ai bianchi.

Inoltre, a dividere i magri e sconsolati bevitori di tequila dai robusti e allegroni bevitori di whiskey vi sono i muri della Missione. Ecco il tema fondante del racconto, dopo quello della massa contro i singoli, vale a dire la realtà del muro. Nel film si ripropone l’eterno duello fra il chiuso e l’aperto, fra il dentro ed il fuori, fra il bene ed il male.

Il muro è fondamentale in un assedio, proprio come il pallone in una partita di calcio. Se non c’è il muro non c’è assedio, se non c’è pallone, non c’è partita. È il pallone che genera le squadre, ma le squadre non partoriscono palloni.

Nell’assedio, il muro è una trincea verticale, scavata nell’aria, riempita di pietre, ferri e mattoni che non solo divide la geografia in due campi, ma genera linguaggi, parole, bandiere e simboli opposti. Basta creare un muro in un deserto e subito avremo due mondi diversi. I muri non sono l’effetto ma la causa delle divisioni. E muri possono diventare il colore della pelle, la lingua, il sesso, i vestiti, perfino il sapore dei cibi. Insomma il muro è un archetipo che può diventare una realtà metafisica, presente anche all’interno delle stesse case. I muri si superano volando oppure scavando un tunnel, in questo caso avremo l’uccello o la talpa, quando invece vengono abbattuti significa che una parte ha prevalsa sull’altra. Il film gioca su tutti questi stilemi: muro solido, muro bombardato, muro riedificato, muro dei corpi, muro abbattuto dai cannoni, muro scavalcato dalla cavalleria.

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Se i muri creano gli uomini, quali analogie possono trovarsi fra gli eroi del film e gli uomini di Trump? Abbiamo già detto che Davy Crockett somiglia a Trump, in quanto politico portatore di valori eterni come la libertà, l’iniziativa privata, uno stile di vita risoluto ed eroico, mentre William Travis soldato tutto di un pezzo che prima di morire spezza la sua spada sul ginocchio, pur di non farla cadere nelle mani del nemico può somigliare all’ex sindaco di New York Rudolph Giuliani, anima nobile e profonda, vecchia guardia del partito repubblicano, mentre l’ex generale dei marines Mattis, detto cane pazzo, ora divenuto ministro della difesa, ha molte analogie con la figura di James Bowie, un irregolare generoso, gran bevitore che muore nel modo più guerriero possibile. La notte prima dell’assalto finale, mentre le trombe del generalissimo Santa Ana suonano il Degueio (la musica che dichiara il massacro, dimostrando di essere davvero un lupo spietato che uccide pecore indifese), Bowie dà la libertà al suo fedele schiavo nero, il quale invece di scappare preferisce rimanere come un cane fedele vicino al padrone. E quando questi viene investito da dieci baionette, lo schiavo frappone il suo corpo alle lame d’acciaio. Il macello finale di schiavo e padrone conclude una scena assurda ma memorabile.

Comunque al di là delle risorse narrative e delle scenografie entusiasmanti, il messaggio del film affonda nelle radici più profonde della mentalità yankee: Dio bianco, patria a stelle e strisce, famiglia con figli, whiskey americano e cazzotti alla mascella. Viene elogiato un modo di essere parsimonioso e icastico, noi siamo il bene, loro sono il male, condito di ruvida gentilezza soprattutto con le donne, anche se hanno la pelle scura ma seno e fianchi da buona fattrice. Vi è grande uso di frasi fatte, comportamenti uguali da sempre, spargendo a piene mani una saggezza semplice e ancestrale, celebrando l’idea che la libertà coincide sempre con i propri interessi ed a volte anche con i propri capricci.

Ho detto all’inizio che questo film ha ispirato la mia vita, infatti da allora ho cominciato a riflettere sull’America latina. Ed ho scoperto che l’episodio di Alamo è più complesso di quanto viene raccontato, anche se il successo del film divulgò la favola del branco di lupi contro le povere pecore. All’interno del forte vi erano anche messicani che volevano “staccarsi” dalla madre patria mentre i difensori del forte (e della libertà) parteggiavano per un partito che voleva il mantenimento della schiavitù nel Texas. Quello che voleva dire il mio subcosciente quella mattina “ricordati di Alamo”, è che Trump è espressione di una America profonda, più profonda di quanto uno possa pensare. Insomma i muri hanno altezze enormi e fondamenta robuste ed a volte impediscono sia alle aquile che alle talpe di passare da una parte all’altra. I muri figli della paura sono lo spettro più inquietante che si aggira per l’Europa e per l’America!

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