Ettore Catalano
A cent'anni dalla nascita

Cercando Sciascia

Viaggio all'interno di «Consiglio d'Egitto», romanzo paradigmatico di Leonardo Sciascia e della sua affiliazione parallela al razionalismo di Diderot e alla vena irrazionale di Borges. Dove la letteratura diventa un cruciverba dell'anima...

Per ricordare Leonardo Sciascia, a cent’anni dalla nascita, non proporrò una interpretazione complessiva, ma solo un affondo dentro le pieghe della sua scrittura narrativa nel libro suo che mi ha sempre intrigato. Anni fa mi capitò di scrivere alcune pagine sul Consiglio d’Egitto, partendo da una riflessione sui protagonisti di quel libro scritto al posto di un altro libro, come diceva Sciascia, non più una ricerca documentaria su una rivolta antigiacobina, ma un modello di scrittura a incastro e ad enigma, un cruciverba nel quale la verticalità della letteratura crea imprevedibili connubi con l’orizzontalità della condizione esistenziale. Procedendo per congetture e indizi, mi sono alla fine convinto che, ferma restando la sconfitta nobiltà della figura del Di Blasi, conveniva riscattare l’abate Vella numerista e smorfiatore dalla sua solo apparente lateralità, perché, secondo me, l’impostura vera era quella dei codici, e, all’interno dell’attacco alle compromesse strutture della storia, a contare davvero agli occhi di Sciascia era proprio l’intelligente e complesso gioco della cosciente falsificazione o invenzione del reale.

Certo si gioca sulle congetture e sugli indizi, ma Vella potrebbe diventare la chiave di volta del rovesciamento parodico-umoristico del mondo del potere da parte di un intellettuale (Vella, non Di Blasi) che reinterpreta diderottianamente il compito dell’educatore in un secolo educatore.

Ricordo che tutto parte quando Vella si inventa una impostura che nasce da un risentimento “teoretico” (le cose sono come sono, eh no, le cose non sono come sono), dall’istintivo fastidio per il carattere sistematico e classificatorio di una filosofia che si illude d’essere lo strumento conoscitivo delle cose, in una sorta di meditazione antisistematica che, come dice Sciascia, sembra fatta apposta per fare uscire dai gangheri un dottore che esige in ogni cosa metodo e regolarità.

Dettagli, si dirà, ma lavorando in un secolo di geniali bari e avventurieri, spiriti giocosi, beffardi, un bastione di intelligenza contro chi avrebbe ben presto tradotto in prassi crudele quella cultura del gioco, il procedimento non pare davvero fuori luogo. È Vella a dire all’infoiato monaco suo complice che la storia non esiste, è tutta un imbroglio, saldando l’inquietudine manzoniana con l’acrobatico piacere della finzione consapevole, una sorta di atto di nascita, tra Racalmuto e Buenos Aires, del molteplice letterario. Il vero sconfitto non è Vella, ma Di Blasi, perché in lui e con lui non è la nobiltà della raison a morire, ma proprio la stessa raison, incapace di progettare la sua rivincita nei teatri della memoria, nell’accezione sciasciana del termine.

Stendhal, Brancati e Borges mediano il conclusivo e divergente ricorso alla menzogna nel rivoluzionario sconfitto e nell’abate non pentito: Di Blasi, prima di consegnarsi nella mani del boia, si apparta per scrivere in solitudine, non avendo nulla da scrivere, certo nobilissima icona, tuttavia, di una irredimibile sconfitta negativa e paralizzante: Vella è sorretto invece dal disincanto della sua non ignobile condizione di teologo in certo modo negativo e scrive la splendida epistola al re, nella quale ammette il falso, senza mai dichiararlo apertamente e lo promuove a creazione fantastica, giacché la letteratura dell’impostura è il rovesciamento umoristico dei crimini contro la verità, una complicata avventura congetturale tra Malta e Bagdad, quella mistificazione come modo della verità che lega i Vecchi e i giovani, i Promessi sposi e Henry Brulard, tutti libri nei quali, come dice Sciascia, il magma autobiografico fonde la scorza del romanzo storico, come capita proprio a Sciascia nel suo Consiglio d’Egitto. L’interpretazione indiziaria dei fatti disfa la brutalità del dato e si fa investigazione come vaticinio (Di Grado), pratica della scrittura inquietante e doppia, dove, borgesianamente, un libro e un labirinto diventano una cosa sola. Uno scrittore, Leonardo Sciascia, che non finiamo mai di rimpiangere in un’età incredibilmente mediocre, perché la sua è una letteratura e una teologia riversate in un’estetica, forse una teologia alla Borges, il segno delle nostre angosciose contraddizioni, come riconosceva lo stesso Sciascia o una scommessa simile a quella di Pascal: una letteratura affidata al destino plurale delle interpretazioni e delle letture possibili, perché un libro, come scriveva nelle Cronachette, un libro non è che la somma dei punti di vista sul libro.

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