Paolo Petroni
Visto su Rai5

Bernhard e gli eroi

Roberto Andò porta in scena "Piazza degli Eroi" di Thomas Bernhard, con Imma Villa e Renato Carpentieri. Uno straordinario testo dedicato alle macerie del Novecento, un secolo travolto dalla insipienza dei suoi protagonisti

Dalla adiacente Piazza degli Eroi arrivano grida che disturbano vita e sonno della famiglia Schuster, e non si sa bene se siano nuove o l’eco indimenticabile, insopprimibile di quelle di Hitler e la folla che lo acclamava 50 anni prima, nel 1938, quando proprio da lì, il giorno dell’Anschluss, proclamò l’annessione dell’Austria alla Germania nazista. E nemmeno l’amatissima musica riesce a coprirle. In tutto il dramma di Thomas Bernhard, intitolato proprio Piazza degli eroi, l’ultimo da lui scritto prima di morire (trasmesso nei giorni scorsi su Rai5 con la regia di Roberto Andò per lo Stabile di Napoli, dove non ha potuto debuttare per via della pandemia), non si fa che cercar di dimenticare il passato, senza riuscirvi, perché è sempre presente e ritorna oggi, col risorgere del fascismo, della violenza, del razzismo, dell’antisemitismo.

È del resto un mondo arrivato “alla meta”, come si intitola un altro suo testo, quello che Bernhard ha descritto tutta la vita, cantando, maledendo la finis Astriae non più per la perdita della grandezza, vitalità e economia imperiale, ma come degrado definitivo per il profondo sostanziale cambiamento degli uomini dopo la seconda guerra mondiale, incapaci di imparare qualcosa dal proprio passato, che ne fa anche una finis Europae. Si capisce presto che quel che Bernhard ci racconta non riguarda solo Piazza degli Eroi e la sua odiata Austria (dove, per testamento, tutte le sue opere non possono essere pubblicate o rappresentate) ma, se «tutti gli europei assieme sono i becchini del loro paese», si riferisce a qualsiasi piazza di grande città occidentale di oggi, con incredibile attualità, anche se il lavoro si svolge ed è stato scritto nel 1988.                                                 

 Siamo nella casa dove il professor Josef Schuster, con la razionalità dello studioso di matematica, davanti a una simile realtà si è appena suicidato, sentendosi costretto a accettare di tornare a Oxford, dove da ebreo aveva già riparato durante le persecuzioni naziste, proprio per il rigurgito di violenza, fascismo e razzismo antisemita che rivive attorno a sé a Vienna. Protagonista è suo fratello Robert, docente invece di filosofia che, con le due figlie di Josef, lo ricorda e si lascia andare a una descrizione-invettiva sulla trasformazione e degrado del mondo, degli uomini. Per lui, convinto che «la fine è la nostra meta», tutto è oramai, nel migliore dei casi, pseudo, a cominciare dallo pseudosocialismo durante il quale sono ricomparsi i fascisti e qualcuno ha sputato per strada a una sua nipote in un gesto di disprezzo antiebraico. Così sostiene che era meglio 50 anni fa, quando gli austriaci convivevano pacificamente con gli ebrei. La sua rabbia comprende allora tutto, a cominciare dal Presidente della Repubblica «filisteo e ladro» al Presidente del Consiglio «astuto affarista» arrivando sino all’ipocrisia del Papa. Quel che gli «scrittori rappresentano del disfacimento d’oggi non è nulla in confronto alla realtà». Quindi «non esistere più è il nostro traguardo. Sarebbe terribilmente devastante pensare di tornare al mondo una seconda volta» e «mio fratello può dirsi fortunato che gli sia venuta bene un’uscita così spontanea», tanto che «la cosa più tremenda non è che lui sia morto, ma che noi siamo rimasti».

Questa bella, prima rappresentazione italiana di Piazza degli Eroi, esempio di un teatro che Rai Cultura sostiene e che resiste e non vuole soccombere, è una riflessione aspra, dolorosa, furente e inappellabile sulle macerie del Novecento. Il professor Robert, impersonato da un grande Renato Carpentieri dolentemente furioso, arreso all’evidenza eppure vitale nel suo affrontare e disprezzare la realtà, parla anche molto di teatro con le sue nipoti, e sottolineano le “cose scadenti” che si rappresentano oramai al Burgtheater, tempio della prosa viennese, con attori di bassissimo livello. Così tutto torna, visto, che, dicono: «La vita è tutta una commedia, una recita». L’antico amore per le cose ben fatte, “fatte ad arte” è finito e a questo fa riferimento la lunga scena iniziale in cui la governante signora Zittel spiega come il defunto voleva si stirassero e piegassero le sue camicie.

Sono temi e trovate metaforiche che ritornano variate in quasi tutta l’opera di Bernhard e il suo demolire ogni immagine della Felix Austria con quella sua qualità naturalmente teatrale di scrittura, con la sua sapienza retorica e eloquenza scenica che coinvolgono anche solo alla lettura con la forza di un incisione al bulino, su cui la regia ha puntato e gli interpreti rendono vera, a cominciare dall’aspra dolcezza delle due sorelle di Silvia Ajelli (Anna) e Francesca Cutolo (Olga) col più ironico Paolo Cresta (Lukas, il loro fratello), quindi la esemplare rigidità, ma con oramai piccole umane incrinature della governante Zittel di Imma Villa, cui si aggiungono la cameriera Herta di Valeria Luchetti. Sono tutti da applaudire molto calorosamente col pensiero, davanti al triste silenzio della fine della trasmissione Tv. E così gli altri, da Betti Pedrazzi a Stefano Jotti da Enzo Salomone al fantasmatico pianista in scena di Vincenzo Pasquariello, bella trovata emblematica della raffinata e incisivamente sostanziosa regia di Andò, con quella elegante scena (di Gianni Carluccio) cosparsa di significative foglie morte e quasi tutta sui toni del bianco e grigio, più quelle scarpe del morto, quasi un segno dei cumuli di vestiari che ancor oggi al museo di Auschwitz testimoniano di chi fu, lasciate sempre in proscenio, inquietanti nella loro significativa incongruità.

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