Roberto Cavallini
L'amore in tempi di clausure

Eventualmente baciarti vorrei

Tormenti di un vecchio in previsione di un altro Lockdown, pensando alle immagini di ieri e di oggi (ovverosia, lettera per una amica, che nessuno sa chi sia)

Il lockdown per COVID-19, come si dice oggi, è un blocco temporaneo, messo in atto per evitare il blocco definitivo, quello della morte.

Nella Zona Gialla, dove vivo, quella costretta al rispetto di minori restrizioni, si può uscire dalle ore 5 della mattina alle ore 22 di sera, ma dalle ore 18 chiudono i luoghi di ristoro, per non contare cinema, teatri, mostre e musei che invece sono chiusi definitivamente, fino a quando lo dirà il prossimo DPCM.

Nella Zona Gialla, si deve indossare la mascherina, si devono rispettare le distanze fra persone, il cosiddetto distanziamento sociale, locuzione che deve aver coniato lo stesso linguista di Varco Attivo e Varco Non Attivo per regolare l’accesso alle ZTL. Nella Zona Gialla si devono inoltre rispettare basilari regole igieniche, come lavarsi le mani frequentemente, ma nulla di più.

Niente che tolga il fiato, io con la mascherina ci vado anche in bicicletta e in questo periodo che è più freddo, mi fa anche piacere non inalare aria gelida.

Lavarsi le mani non mi pare che possa essere considerata una pratica limitativa della libertà individuale.

Rimane da rispettare la distanza fisica.

Questa è la cosa più dolorosa.

Chiariamoci, non intendo avvicinarmi in alcun modo a sconosciuti, ma è il non poter abbracciare qualche amica che mi deprime. E come diceva Paolo Conte in tempi non sospetti, quando la comunicazione sentimentale viaggiava, non per WhatsApp, ma per il servizio postale, più che scriverti e telefonarti, eventualmente baciarti vorrei.

Che si fa?

Ci si presenta reciprocamente all’appuntamento col risultato del test NEGATIVO, per poi potersi abbandonare a qualche effusione? Non è molto pratico e poi non è neanche molto elegante mettersi a leggere il referto medico dell’altro, si perde di spontaneità, per non parlare della poesia…

Certo ci si può sempre guardare negli occhi, sopra alla mascherina, a distanza, ma si sa gli occhi sono lo specchio dell’anima e se ci si perde negli abissi dello sguardo? 

Ricominciamo da capo?

Eros e Thanatos, al tampone molecolare!

Invece no!

Niente!

Siamo tutti potenziali untori e chi si fida?

Mascherina e distanza!

Neanche a cena si può andare per sublimare le illusioni col cibo. Ristoranti chiusi, puoi solo ordinare il cibo e fartelo portare a casa. Ma a casa è peggio ancora! A tavola, al chiuso, con la mascherina.

Bisogna abbandonare l’idea della comunicazione interpersonale ravvicinata.

Devo rassegnarmi a stare a casa da solo, a leggere.

A leggere… ma che cosa? Certo i libri sul comodino non mancano, per un po’ si va avanti, ma poi…

Se non è WhatsApp è Facebook.

Lì c’è tutto, il dentro ed il fuori, il passato ed il presente, dalle ricette culinarie, alle elezioni americane, dai primi amori estivi ormai labili ma teneri ricordi (che chissà come gli sei tornato in mente) fino alla conta aggiornata in tempo reale, dei tamponi, dei positivi, dei ricoveri e dei morti.

I morti di ora, che hai conosciuto anni fa’, solo marginalmente, ma che sono stati importanti nella vita di qualche amico e che hai fotografato e che sono nel tuo archivio, ti impongono una ricerca. E i faldoni dei negativi pesano, pesano di più del loro peso e la ricerca dei fotogrammi, sbirciando col lentino sopra i vecchi provini a contatto, fa uscire gli occhi dalle orbite, mentre al collo sembra di avere una pietra appesa.

L’archivio, per un fotografo, per uno che l’ha fatto per mestiere, non è l’album dei ricordi, è materia viva. L’archivio ti ripropone la tua vita, riscrivendola, quanti scatti inutili prima di arrivare a qualcosa che abbia significato, quante fotografie sconclusionate, quante occasioni perse. L’album di famiglia è una sequenza di volti e di situazioni in qualche modo desiderate,

L’archivio di un fotografo è il libro dei frattempi.

Poi, pagina dopo pagina, provino dopo provino, l’occhio si ricongiunge con il ricordo, sul fotogramma che si cercava.

In questo periodo in cui tutto viaggia on-line, ho avuto necessità di cercare, per una pubblicazione sui flussi migratori, per una università americana (mi dedico all’esportazione), altre immagini “vecchie”, del 1992, ma per me assolutamente presenti, tant’è che mi ricordo spesso le fotocamere e gli obiettivi ed anche le pellicole che ho usato, archeologia. “L’Italia all’Italiani” c’era scritto su un muro dietro ad una mamma etiope ancora ragazza, sorridente con la sua creaturina in braccio. E mi veniva da commuovermi. E chissà cosa faranno ora, avranno trovato un bel posto ne “l’Italia dell’Italiani”?

“L’Italia all’Italiani”, come è cambiato poco da allora!

Mentre scansiono il negativo in bianco e nero, il plink di WhatsApp mi avverte che un mio caro amico è risultato negativo al tampone.

Sono contento.

E allora, cara amica mia, di amici miei, che mi hai trovato su Facebook perché avevo una bella faccia ed io che ti ho risposto perché avevi un bel sorriso, sai che ti dico, mandiamoci il risultato del test per WhatsApp, per rispetto reciproco, così quando ci rincontreremo, un’altra volta, potremo riabbracciarci con tranquillità perché io ancora eventualmente baciarti vorrei.


Le foto sono di Roberto Cavallini

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