Giuliano Gallini
Parole e ombre/7

Pomeriggio libero

«Non c’era nessuno, e infreddolito da un brivido decisi di rinunciare e di continuare la mia visita dell’Abbazia»

Immagine di Vera Castellucci

Avevo il pomeriggio libero e decisi di seguire il consiglio dell’albergatore: Vada, vada a Novacella! Era un uomo curioso che amava organizzare le giornate dei propri ospiti e che, a volte, incuteva un certo timore. Meglio non contrariarlo, pensai; e soddisfarlo, del resto, mi costava poco. Iniziai la passeggiata con entusiasmo, il cielo era pulito e il sentiero sull’argine dell’Isarco offriva viste incantevoli dei paesi di San Leonardo e di Elvas. Ma ben presto mi resi conto che raggiungere la meta della mia escursione sarebbe stato molto più arduo di quanto l’albergatore mi aveva promesso; e quando giunsi al ponte di legno – che secondo lui avrei dovuto attraversare – una anziana coppia mi suggerì di continuare sul sentiero e di superare il fiume più avanti, dove la strada, al culmine di una blanda salita, si sarebbe divisa. La neve, dall’altra parte, si era ghiacciata sul terreno e loro stessi, montanari  esperti, avevano rischiato molte volte di scivolare. Raggiunsi il bivio che mi era stato annunciato e restai sulla via più bassa; in alto una ragazza risaliva il monte. Dopo dieci minuti di cammino finalmente vidi, oltre un grande vigneto, la sagoma dell’Abbazia di Novacella che usciva dalla bruma bianca e fredda come una nave da guerra da un orizzonte marino incerto. La porta delle mura esterne  mi introdusse in un cortile medioevale sul quale si affacciavano alcuni edifici molto austeri. In uno di questi era stata sistemata una osteria per turisti: era aperta e vi entrai, volevo scaldarmi con un bicchiere di vino. C’era solo un altro avventore, un uomo dall’aspetto agiato che intratteneva la donna che serviva dietro il bancone con un eloquio forbito e leggermente ebbro. Mi sarebbe piaciuto partecipare alla conversazione ma dovevo sfruttare la poca luce rimasta: bevvi in fretta un corposo lagrein e uscii subito per continuare la visita. Appena fuori, però, l’uomo mi raggiunse. Imbarazzato disse che avevo dimenticato di pagare. Non mi sembrava ma naturalmente rientrai.

Lui restò nel cortile e mi trovai da solo con la donna, che era ancora dietro il bancone. Mi scusai per non avere pagato ma lei rise calma. Quando vuole vendermi, disse, usa sempre questo trucco. Notai, forse seguendo un leggero sguardo della donna, che in fondo alla sala della mescita una porta era aperta e si intravedevano una camera e un letto disfatto. La donna, capendo la mia sorpresa, mi pregò di non farci caso, e di dimenticare quello che aveva detto. Quanto al bicchiere di lagrein: lo avevo pagato. Uscii in fretta, quasi impaurito, ma una volta fuori pensai che avrei potuto accettare la proposta, perché no. La donna era bella. Cercai l’uomo: non c’era.

Tornai indietro, ma nemmeno la donna era più dietro al bancone. Non c’era nessuno, e infreddolito da un brivido decisi di rinunciare e di continuare la mia visita dell’Abbazia. Entrai in un secondo cortile dominato da un’edicola quattrocentesca; e nel terzo, il più recondito e segreto, restai incantato dalla chiesa barocca. Al suo interno ammirai a lungo una pala d’altare con scene tratte dalla vita di Santa Ampet, Santa Gewer e Santa Bruen, le tre vergini venerate in Tirolo e quando uscii la luce era stata assorbita dalla sera. Girai attorno alla chiesa: non volevo tralasciare nulla, anche se ormai la vista non mi assisteva più come all’inizio della passeggiata, e mi accorsi con sorpresa che dietro all’abside un piazzale, definito da un muretto alto due metri, era occupato dal cimitero del paese. Sulle tombe si alzavano, alte e cupe, croci di ferro battuto che si affiancavano come muti tronchi di una foresta inestricabile. Raggiunsi allora il confine del piccolo camposanto e salendo sopra una lastra di marmo abbandonata mi arrampicai sul muretto per vedere cosa ci fosse oltre.


Giuliano Gallini è nato a Ferrara e vive a Venezia. Ha pubblicato con Nutrimenti Edizioni di Roma tre romanzi: Il confine di Giulia nel 2017, Il secondo ritorno nel 2018 e Storia di Anna nel 2020.


Vera Castellucci nasce nel 1962 a Roma, dove vive. Il primo avvicinamento alla fotografia è stato alla fine degli anni 70, quando con gli amici provava a scattare e stampare nel ripostiglio. Poi un lungo periodo di allontanamento, se non per le foto “ricordo”. Ma nel 2012 riscopre questa passione: l’intento è di comunicare attraverso attimi di vita fermati. La passione per la fotografia la porta a uscire, passeggiare, osservare. Desidera “vedere” il mondo che la circonda e coglierne dettagli significativi, emozionanti: riesce ancora a trovare la bellezza, a nutrirsi di essa, a goderne.

Facebooktwitterlinkedin