Federico Pace
Ceppo: tre parole-chiave sul racconto /4

Compassione, Canto, Interstizio

La percezione profonda del patimento e delle gioie degli altri consente di uscire da se stessi per entrare in loro. Farsi sentire, ascoltare, anche se attraverso silenziose parole scritte, con la lingua e il ritmo. Catturare quell’istante di tempo in cui accade qualcosa che ci muta, ci cambia, ci meraviglia e ci stupisce

Il 23 luglio a Pistoia si svolgerà il Premio letterario internazionale Ceppo dedicato in questa 64° edizione al racconto (www.iltempodelceppo.it). La giuria letteraria, diretta da Paolo Fabrizio Iacuzzi, ha assegnato a Federico Pace e al suo “Scintille. Storie e incontri che decidono i nostri destini” (Einaudi) il Premio Ceppo Selezione Racconto perché «con brio e maestria, in questo agile repertorio di “destini incrociati”, ogni episodio di serendipity o di unità di intenti è raccontato (e commentato) da Pace tramite riprese e anafore, pause a effetto e domande retoriche, con un occhio particolare ai correlativi epici o letterari, episodi archetipici tratti dal mito, dalle sacre scritture o dalla letteratura» come scrive il giurato Andrea Sirotti, che lo intervisterà il 23 luglio durante la cerimonia di votazione e premiazione (gli altri due finalisti sono Loredana Lipperini e Massimo Onofri, ndr). A Federico Pace è stato chiesto di scrivere una breve lecture sul racconto a partire da tre parole chiave da lui stesso individuate.

Compassione
Ciascun racconto è un approdo. Non l’approdo ideale che si immagina ancora prima di prendere il largo, ancor prima di cominciare a scrivere, ma quello che ci viene concesso, onda dopo onda, parola dopo parola, tempesta dopo tempesta. Nel silenzio della notte, quando intraprendo la mia personale navigazione nel mare aperto della scrittura, spesso mi perdo nell’inseguire una rotta che intuisco ma non conosco e non so fino a dove mi condurrà. Quando mi accade di riuscire a arrivare a un approdo, penso che molto lo devo al giorno in cui mi ritrovai a scansare, dalla rotta della mia scrittura, il macigno ingombrante dell’io. Mai sarei riuscito, credo, a dedicarmi con curiosità e passione a quel che faccio, se non avessi avuto quella fortuna. Ecco allora la prima parola che scelgo per dire della mia scrittura. È quella strana, e infinitamente umana, sensazione che ci porta alla percezione profonda del patimento e delle gioie degli altri. L’immedesimazione in chi è diverso da se stessi. Mai il giudizio o il dito puntato. Piuttosto la vertiginosa sensazione di smettere di essere solo se stessi per sentire di poter essere anche qualcun altro. Una donna di poco più di sessant’anni che decide di intraprendere un viaggio perché immagina di essere amata da qualcuno che non sappiamo neppure se la conosca davvero. Un fratello e una sorella che si trovano a fuggire dalla casa in cui hanno vissuto insieme per avventurarsi infine nel compimento di un gesto che sentono di non potere più evitare. Ciò che prova l’altro. Avvicinarsi. Essere quel che è l’altro. Una o due persone. In ciascun racconto non sento quasi mai che debbano essere di più. Devo averlo appreso dalle interminabili letture di un tempo. Anton Čechoval momento di specificare qual è il centro di gravità del narratore, in una lettera a suo fratello Alexander, scriveva che non è necessario ritrarre molti personaggi principali. «Lascia che due persone siano il centro di gravità della storia: lui e lei». E Čechov, ogni volta che leggo un suo racconto, ancora oggi, come fossi un non vedente, mi prende per mano fino a farmi sentire con i polpastrelli delle dita della mia immaginazione, la misteriosa trama della stoffa di cui è composto ciò che hanno patito lui e lei. Provare compassione, cogliere le intime sfumature di ciò che grava, di ciò che restituisce gioia. Divenire altro. Compatire. Scrivere. Andare a fondo. Cogliere la frattura che spezza in due. Leonard Cohen scriveva che c’è una frattura in ogni cosa, ed è da lì che passa la luce. E in fondo, quando di notte comincio la mia navigazione nel mare della scrittura, penso all’umanità, alle fratture, a quei punti da dove passa luce. 

Canto
Provo sempre a far sì che il racconto abbia l’urgenza di una lettera d’amore, che possieda il ritmo e l’essenzialità distillata di una poesia. Mi ostino a far sì che diventi canto e voce. Che si impasti con la danza e la poesia. Che si faccia sentire, ascoltare, anche se nasce dall’accostarsi di silenziose parole scritte. Con la parola, la lingua, il ritmo. Affinché sia esperienza e vissuto anche per il lettore. Affinché non lo lasci indifferente, ma lo rapisca nel profondo, lo faccia agitare sulla sedia, e infine lo spinga a alzarsi quasi per prendere respiro. Quando scrivo, quando rileggo, quando correggo, quando rileggo ancora, e quando riscrivo ancora, mi accorgo che cerco sempre di leggere il racconto tutto di un fiato, a alta voce, come se stessi leggendo una poesia. Con lo stessa ossessione per il ritmo, per l’essenzialità, per la parola, per il vuoto, per il ritorno, per il richiamo e per il silenzio. Affinché ogni suono tenga stretti, scrittore e lettore, a ciò che accade. E così, se provo a scriverlo in quella maniera, arrivo a sperare che anche il lettore, proprio mentre scorre con lo sguardo lungo le righe di quel testo, riesca a ascoltare dentro di sé, lieve e ipnotica, la voce di quel canto. 

Interstizio
Un racconto non riuscirebbe a andare a posto, quando almeno ho lasensazione che vada a posto, se non ci fosse questa terza parola. Se tutto non nascesse da un frammento di vita che ci sfugge per svagatezza e distrazione. Per questa terza parola devo dire grazie a Julio Cortázar, allo scrittore che avevail dono raro di guardare ai piccoli frammenti di tempo da cui viene fuori l’inatteso, il meraviglioso, l’incredibile. Leggendo le sue storie ho sempre l’impressione che l’infinito sia a portata di mano. Così anche io cerco, seppure in maniera diversa da quella con cui magistralmente si misurò Cortázar, di catturare quell’interstizio di tempo in cui accade qualcosa che ci muta, ci cambia, ci meraviglia e ci stupisce. L’istante dell’epifania. Quando nel silenzio della notte mi accingo alla pratica quotidiana della scrittura, la vita mi appare fatta proprio di tanti istanti in cui ci accadono cose di cui quasi non c’accorgiamo, ma che ci toccano e ci mutano. Se dovessi pensare a un parallelo con qualche altra forma d’arte, mi viene da pensare alla fotografia. Ma forse soprattutto mi vengono in mente quei pittori che sono riusciti, in spazi di piccole dimensioni, a dipingere volti che esprimono una complessità di emozioni e continuano a interrogarci anche a distanza di secoli. Penso soprattutto a Johannes Vermeer, il pittore misterioso della cui vita pochissimo si conosce, che dipingeva dei quadri dalle minute dimensioni di poco più o meno meno di venti centimetri di altezza per venti centimetri di larghezza. Penso a quelle piccole immagini dove l’insieme di colore è quasi un minuscolo frammento tra le linee della cornice. Eppure quando ci si avvicina, nelle sale di uno dei musei in cui si trovano esposte quei minuti capolavori, pare che venga fuori qualcosa di essenziale che, in maniera inattesa e pressante, ci riguarda personalmente. Proprio come accade quando si guarda in una frattura di tempo, proprio come accade quando ci fermiamo. a leggere un racconto. 

A cura di Paolo Fabrizio Iacuzzi, presidente del Premio Ceppo

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