Lidia Lombardi
Lo scaffale degli editori

In diretta da Wuhan

I post della poetessa e scrittrice Fang Fang raccolti in un libro maltollerato in Cina e non sostenuto, nella forza della sua dissidenza politica verso il regime di Pechino, nemmeno dall’Occidente

Per una volta questa rubrica si occupa soltanto di un titolo. Perché Wuhan – Diari da una città chiusa firmato da Fang Fang, poetessa e scrittrice che vive appunto nella metropoli-martire dell’Hubei, è lo specchio di come funziona di striscio la censura, e non soltanto in Cina ma tra gli editori dell’Occidente. Il libro uscito in Italia per i tipi Rizzoli (397 pagine, 15,90 euro) contiene i post che durante sessanta giorni – dal 25 gennaio al 24 marzo – Fang Fang ha pubblicato online. Una cronaca di piccoli e grandi avvenimenti scritta nel chiuso della propria abitazione da parte di una autrice sessantacinquenne della quale in Italia Garzanti ha pubblicato nel 2001 Il sole del crepuscolo. Ma non c’è soltanto la quotidianità del lockdown per il coronavirus, in queste pagine, né la tragedia dei morti della porta accanto. Ci sono considerazioni forti, atti d’accusa contro l’establishment e il conformismo politico di Pechino. Fang Fang non era sicura che il suo diario avrebbe potuto circolare. Weibo, la piattaforma on line a cui giornalmente lo stava affidando, aveva in passato bloccato i suoi scritti («Perché avevo criticato un gruppo di giovani nazionalisti che importunavano le persone per strada rivolgendo loro parole offensive»). Poteva accadere insomma che la cronista virtuale da Wuhan credesse di aver caricato i suoi post, ma in realtà gli altri utenti non riuscissero a leggerli. Dunque Fang Fang nel suo primo intervento, il 25 gennaio, chiede ai lettori di lasciare un commento: «così saprò che è stato pubblicato».

Tutto fila liscio, in apparenza. Ma s’attiva una micidiale macchina di dissuasione, si mettono in azione i troll, sputano armi di fuoco gli haters. Pallottole informatiche (ma anche manifesti affissi alla stazione) tentano di travolgere Fang Fang, che tiene duro ed è faticoso se si pensa che lei vive sola nel suo appartamento – divisa dal marito, ha una figlia che abita altrove – e che lo schermo del computer è l’unica finestra che la apre al mondo, dunque vedersi bersaglio di minacce e insulti non l’avrà aiutata psicologicamente. Comunque resiste, e la censura contro la scrittrice, peraltro tollerata dal regime (ha ricevuto nel 2010 un premio letterario cinese ed è stata nominata presidente degli scrittori dello Hubei) non si accanisce, anche perché lei riferisce soprattutto scambi di opinione privati, risposte ai suoi post, esempi di solidarietà nel condominio, sostegno da amici e parenti, insomma il tran tran dell’isolamento e del dolore e non documenti o retroscena comprovati. Insomma, può essere una valvola di sfogo da sopportare. E però gli strali contro di lei sono infamanti, dipingendola come venduta agli Usa, al servizio della Cia. O ancora una che «si nutre di panini al vapore conditi con il sangue della gente di Wuhan», mentre lei assicura che devolverà il ricavato del libro ad associazioni benefiche della propria città. 

Dunque, Fang Fang porta a termine, pur in acque perigliose, il suo Diario. Cento milioni di persone, è stato calcolato, hanno aspettato a mezzanotte l’uscita del post, su Weibo e Wechat, perché subito dopo alcune frasi sgradite al Partito-Stato sarebbero state eliminate. Infatti Fang Fang non lesina sferzate, come riferiremo più avanti. Ma quando si fa strada l’idea di riunire i post integrali in un volume e si individua oltreoceano, a Los Angeles, un traduttore, Michael Berry, cominciano le bordate dall’Occidente, in alcuni casi sensibile alle alzate di scudi provenienti da Pechino. Berry – che insegna cinese e fiutando il futuro attraverso il passato prossimo di Fang pone in isolamento la sua famiglia prima dell’ufficiale “stay at home order” diramato dal Governatore della California – viene travolto in pochi giorni da una valanga di 600 messaggi d’odio e di minacce. Ma, soprattutto, sia la anglosassone HarperCollins che la tedesca Hoffmann und Campe modificano il titolo del libro. La prima cambia da Dispacci dall’epicentro originale che cristallizza Wuhan come culla della pandemia, in Dispacci da una città in quarantena. La seconda da Il diario proibito dalla città in cui ha avuto origine il coronavirusWuhan. Diari da una città chiusa. Idem nella prevendita su Amazon. E lo stesso titolo, epurato dallo sconveniente (per i nazionalisti cinesi) aggettivo “proibito” campeggia di conseguenza sull’edizione italiana. Con l’aggiunta, tra copertina, controcopertina e risvolti, di elementi emotivi tratti dal libro invece che di quelli politici: il retorico “Anche nel buio, l’umanità trova sempre una via d’uscita”, l’ecumenico “Il virus è il nemico comune del genere umano; è questa la lezione. L’unico modo per liberarci dalla sua morsa è farlo tutti insieme”, la consolatoria citazione finale, da San Paolo: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede”.

Certo, c’è tanta “intimità e dimensione epica” in queste pagine. Ma è tagliente Fang Fang quando, per esempio, il 29 gennaio si indigna per le 40 mila persone che nei giorni precedenti si erano riunite per una festa con cena in una strada di Wuhan e ammonisce: «Ai funzionari che hanno partecipato a tutte quelle riunioni di governo svoltesi tra il 10 e il 20 del mese vorrei dire di fare attenzione perché il virus non fa differenza tra comuni cittadini e alti dirigenti». E se nella diarista ritroviamo le falle che si sarebbero manifestate in Italia (la ricerca disperata di mascherine per esempio, con la notazione che «online si dice che c’è chi vende mascherine usate rimesse a nuovo…») gli attacchi ai dirigenti non hanno peli sulla lingua: «Quando il mondo dei burocrati non è sottoposto al processo naturale della competizione si arriva al disastro, parlare inutilmente di correttezza politica senza perseguire la verità conduce al disastro, proibire alle persone e ai media di raccontare la verità conduce al disastro, e ora stiamo assistendo alle conseguenze di ognuno di questi disastri. Wuhan lotta continuamente per essere la prima in ogni cosa, e ora è la prima a sperimentare questa sofferenza».

Nelle pagine conclusive, quando la città riapre (è il 18 marzo, mentre il resto del mondo langue da coronavirus), si chiede il redde rationem: «Ora che siamo giunti alla fine di questa epidemia, è il momento di saldare i conti: dobbiamo farlo adesso mentre gli eventi sono ancora chiari nella nostra mente. Individuare i colpevoli è necessario; in quale altro modo potremmo affrontare le migliaia di morti e il numero indefinito di cittadini che hanno sofferto?».

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