Flavio Fusi
Primo maggio/2

Vita, morte e lavoro

Prendete Steinbeck e Amado. Bisogna essere marxisti, oltre che grandi scrittori, per scarnificare il senso profondo del lavoro: brutale strumento di oppressione e nello stesso tempo stella polare di una umanità finalmente liberata

Scrive Jorge Amado: «Poi il sole giungeva sulla cima del monte e faceva male alla schiena nuda di Antonio Vitor e di tutti gli altri. I piedi affondavano nella melma, il vischio del cacao molle vi si appiccicava, ogni tanto la pioggia si incaricava di sporcarli ancora di più scendendo a rivoli, tra le frondose piantagioni, carica di sterpi, di insetti, di ogni sorta di immondezze…». Scrive John Steinbeck: «Le strade pullulavano di gente assetata di lavoro, pronta a tutto per il lavoro. I campi erano fecondi e i contadini vagavano affamati sulle strade. I granai erano pieni e i figli dei poveri crescevano rachitici, con il corpo cosparso di pustole di pellagra…».

Un trentennio di storia e più di diecimila chilometri dividono l’Oklahoma raccontata dallo scrittore americano e il sud di Bahia illustrato dal cantastorie brasiliano: due mondi che non si conoscono e non si riconoscono, pianeti stranieri su orbite lontane. Eppure Furore (“The Grapes Of Wrath”) e Terre del finimondo (“Terras do sem fim”) sono due gemelli diversi. Libri potenti, che sacrificano allo stesso moloch bifronte: il lavoro umano come sofferenza e desiderio, come sogno di emancipazione e strumento di morte.

Non c’è festa del primo maggio nel feroce diario di viaggio del premio Nobel americano. C’è invece l’incedere di una penosa transumanza. Nella sua cronaca sotto forma di romanzo, Steinbeck racconta negli anni Trenta l’odissea dei contadini espropriati delle misere fattorie del Midwest – white trash, bianchi e protestanti – che a centinaia di migliaia si mettono in cammino per raggiungere la terra promessa di California.

Non c’è tregua dalla fatica bestiale nel lussureggiante affresco di Amado, tra gli uomini che affrontano a mani nude la selva dell’Amazzonia, strappano alla foresta vaste distese di zolle nere “concimate dal sangue” e costruiscono la nuova ricchezza delle piantagioni di cacao. È l’alba del secolo, in terre vergini e spopolate, ma anche in questo mondo primordiale la macchina dello sfruttamento e dell’accumulazione comincia a muovere i suoi ingranaggi, ed  è il lavoro che decide le gerarchie sociali. Il padrone, il latifondista, il fazendeiro, può dare lavoro e togliere lavoro: concedere cioè la vita – anche se una vita miserabile – o condannare a morte.

Il mondo descritto da Steinbeck non è primordiale, ma è regolato dallo stesso meccanismo. Nella grande depressione americana degli anni Trenta, è la Banca – padrone invisibile e implacabile – a decidere tra la vita e la morte: «Vi ripeto che la Banca è qualcosa di più di un essere umano. È il mostro, l’hanno fatta gli uomini, questo sì, ma gli uomini non possono tenerla sotto controllo». E nelle strategie della Banca è ancora una volta il lavoro, il setaccio attraverso cui la sorte sceglie tra la vita e la morte.

Lavoro, lavoro, lavoro: è quello che cerca disperatamente per tutte le centinaia di pagine del libro la famiglia Joad, costretta ad abbandonare la fattoria in Oklahoma resa sterile dal Dust Bowl, la tempesta di polvere, e a migrare verso terre sconosciute. E lavoro, lavoro, lavoro! vuole disperatamente il negro Vitor, per dimostrare a se stesso di essere vivo, per contare i giorni, per tenere acceso il ricordo di un amore nella sua branda di legno, mentre nel buio i suoi compagni intonano «versi di altre terre, ricordi di un mondo lasciato indietro».

Ma anche il lavoro è un astro ingannatore, nelle selve dell’Amazzonia come nelle vaste pianure del Texas.  Scrive Jorge Amado: «Lì, per tutto quel lavoro, ricevevano due milreis e mezzo al giorno. Che poi erano spesi quasi interamente nel negozio della fazenda e lasciavano scarso saldo – se ne lasciavano – alla fine del mese». E scrive John Steinbeck: «Il trattorista sedeva sul suo seggiolino di ferro ed era fiero di quelle linee dritte che non dipendevano da lui, fiero di quel trattore che non possedeva né amava, fiero di quel potere che non aveva modo di controllare».

Marxisti, c’è bisogno di dirlo? Comunista addirittura il brasiliano. Ma bisogna essere marxisti, oltre che grandi scrittori, per scarnificare il senso profondo del lavoro, il suo essere bifronte: brutale strumento di oppressione e nello stesso tempo stella polare di una umanità finalmente liberata.

Questa contraddizione non risolta ha nutrito per decenni la retorica e la letteratura ufficiale del comunismo realizzato. Bisognava essere anime eretiche come Victor Serge per raccontare così il sogno del falegname sovietico Filatov: «L’operaio deve conoscere le viscere della macchina. Un giorno ci saranno macchine luminose e trasparenti che l’occhio dell’uomo trapasserà da parte a parte. L’innocenza delle macchine sarà simile all’ innocenza del cielo. La legge umana sarà pura come la legge dell’astrofisica».

Un mondo liberato e riscattato dal lavoro, un eterno Primo Maggio: così sognava il falegname Filatov, mentre in Russia il piccolo padre Stalin affogava l’esperimento comunista in un bagno di sangue, mentre in Brasile i fazendeiros riducevano in schiavitù i lavoranti delle piantagioni di cacao, mentre  nell’America della grande depressione  le banche confiscavano i terreni e mandavano i buldozer a spianare le fattorie dei contadini indebitati.

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