Anna Camaiti Hostert
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Il tempo di Simone

Che siano santi, nobili, guerrieri o Madonne, i personaggi di Simone Martini rappresentano uomini e donne che si misurano con il passare inesorabile del tempo e degli eventi quasi sempre in solitudine

Mi è sempre piaciuto Simone Martini, o semplicemente Simone senese come veniva chiamato, fin dai tempi del liceo quando, studiando la storia dell’arte, mi sono imbattuta nei suoi preziosi lavori di pittore, miniaturista e orafo del ‘300 che anticipò il gotico cortese europeo. Ho sempre avuto una passione per le sue figure ieratiche, eppure cosi umane, per i suoi polittici con lo sfondo d’oro. Li guardavo e sognavo. Erano come delle favole.

Ci sono degli elementi della sua pittura che mi sono particolarmente cari: la sua eleganza piena, senza vuoti, ricca ma allo stesso tempo essenziale, una certa mestizia delle sue figure, con quei volti che hanno delle venature verdastre e mistiche, tutte ritratte con profonda introspezione psicologica e umana. Figure che stanno lì a ricordarci la nostra finitezza, ma allo stesso ci proiettano in un mondo di fiaba che ci fa sognare e sperare allo stesso tempo: uno stato d’animo appropriato ai tempi che stiamo vivendo.

La luce dell’oro nella pala dell’Annunciazione si diffonde ovunque, risplende. Questo dipinto è un trittico ligneo che si trova agli Uffizi, ha al centro l’arcangelo Gabriele che annuncia a Maria il mistero “dell’incarnazione di Gesù” e ai lati i due santi Ansano a sinistra e Massima (o Margherita) a destra che risultano però separati dalla scena che si sviluppa nel rapporto tra l’angelo e la Madonna. Sopra nelle cuspidi ci sono quattro tondi con i profeti Geremia, Ezechiele, Isaia e Daniele. Il dipinto che viene considerato il suo capolavoro è del 1333 e fu commissionato per l’altare di sant’Ansano, uno dei protettori di Siena. Destinato alla cattedrale senese, vi rimase fino al 1799, quando il Granduca di Toscana, Pietro Leopoldo, lo fece trasportare a Firenze, agli Uffizi, scambiandolo con due tele di Luca Giordano.

L’Arcangelo con una mano porge un ramoscello di ulivo, simbolo di pace, e con l’altra indica la colomba dello spirito santo che discende tra otto angeli. Due cose sono da notare in questo raffinato dipinto: una ricercatezza studiata dei particolari che riproduce un ambiente fiabesco: basta guardare da vicino l’abito di Gabriele, un broccato di seta lavorato finemente insieme al mantello a quadri che lo ricopre, le sue ali plastiche dorate, i bordi della veste di Maria, il vaso dei gigli in mezzo al dipinto, forse unico elemento realistico, e infine quell’oro che riluce ovunque.

Ma c’è anche un’altra osservazione da fare. All’annuncio la Madonna interrompe la lettura di un libro e ascolta le prime parole dell’angelo che, come in un fumetto, escono dalla sua bocca e si rivolgono a lei con un’invocazione “Ave Gratia Plena Dominus Tecum”. L’annuncio la trova impreparata. Timida si ritrae e quasi ritrosa, lo ascolta. E sembra sopraffatta dalla magnitudine dell’evento. A dispetto del suo aspetto regale che imporrebbe un aplomb di maniera entro la raffinatezza del trittico o una reazione di gioia per un destino di gloria, la donna apprende il suo futuro e appare incredula. Ne rimane turbata, scossa, ha quasi un’espressione di disappunto. Una reazione di spavento del tutto umana, vista la situazione. È proprio questo contrasto che mi piace di Simone Martini, il contrasto tra la sofisticatezza dei suoi dipinti fiabeschi entro cui i personaggi sacri si muovono e la loro umanità, la loro debolezza. Una cosa raramente permessa in quei tempi di religiosità assoluta e di immagini venerate di miti sacri. C’è un altro suo dipinto il Ritorno di Gesù a Betlemme dopo la disputa con i dottori del 1342 che si trova alla Walker Art Gallery di Liverpool in cui l’artista senese mostra una scena familiare in cui Gesù dodicenne viene rimproverato da S. Giuseppe dopo giorni che i genitori hanno perso traccia di lui. Anche qui l’espressione tipica del teenager che con aria un po’ strafottente guarda Maria e il disappunto di S. Giuseppe, ci restituiscono l’immagine di una storia familiare quotidiana in cui i genitori di tutti i tempi si possono riconoscere.

Che siano santi, nobili, guerrieri o Madonne i personaggi di Simone Martini rappresentano uomini e donne che si misurano con il passare inesorabile del tempo e degli eventi quasi sempre in solitudine, anche quando i suoi polittici sono affollati di persone. Allo stesso tempo la preziosità dei dipinti ci restituisce un ambiente surreale in cui gli umani, non solo i rappresentanti delle élite, sono chiamati ad occupare spazi privilegiati a patto che ne riescano a comprendere, appieno il valore passeggero, ma non per questo meno pregnante.

Quando Simone Martini nel 1340 viene chiamato dalla corte papale ad Avignone dove si reca assieme alla moglie Giovanna con la quale ha collaborato e condiviso la sua arte negli anni, incontra lì il Petrarca il quale lo chiama il “suo” Simone. All’affetto che il pittore ha portato nei confronti della moglie durante tutto il corso della sua vita è dedicato un bell’articolo su Il Manifesto del 14/08/ 2018, intitolato Gli sposi che pestavano insieme i colori. Del loro rapporto e di come si sono incontrati i due, Michela Becchis, storica dell’arte, ci da’ una piccola glimpse poetica: “Tutta la vita a girare nei pressi del blu oltremarino, della polvere d’oro, dei più limpidi e smaltati colori. Lei in bottega ci stava. Suo padre, Memmo, i figli li teneva tutti a bottega con lui e poi – ma lei era una bambina – aveva preso anche quell’altro ragazzo, Simone, diceva che era bravo. Lo era, molto, tanto da andare anche nella bottega più prestigiosa di Siena, quella di Duccio”. E infatti nella bottega del padre si sono conosciuti e in seguito si sono sposati. E poi riprendendo una poesia di Mario Luzi Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini in cui il poeta immagina che invece di essere morto ad Avignone, il pittore sia stato riportato dalla moglie a morire nella sua amata Toscana, a Siena, Becchis ci descrive come abbiano sempre continuato a parlarsi “anche quando Simone, in una sorta di lucido e al tempo assopito delirio, riflette sull’arte, sul rapporto tra fisicità e trascendenza a cui essere artista impone di riflettere”. Quel rapporto tra fisicità e trascendenza dal mondo dell’arte riporta in primo piano il trascorrere inevitabile del tempo che, a maggior ragione oggi, proprio perché congelato, evidenzia la relazione tra i nostri corpi finiti e l’infinito temporale.

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