Domenico Calcaterra
Tra scrittura critica e narrativa

Come si scrive la vita?

Il prezioso "Diario dello smarrimento” di Andrea Di Consoli pone al lettore un interrogativo fondamentale: qual è il rapporto tra la lingua (e dunque la parola) e il corpo delle cose?

«La storia dei messaggi in bottiglia è la più struggente delle storie letterarie», così annota con la consueta viscerale intelligenza delle cose e della vita Andrea Di Consoli, nel suo recente Diario dello smarrimento (InSchibboleth, 2019). È di ciò – da «prete randagio del culto dei fallimenti e degli smarrimenti» – offre al lettore un concreto incunabolo con questo suo journal totale, che tradisce peraltro un’innata disposizione alla sentenza. In Di Consoli l’inchiesta sulla vita è possibile solo grazie alla letteratura che è capace di svelarne il senso; così come senza la poesia non saremmo in grado di riconoscere la vera poesia insita nella vita. Conseguenzialmente, lo scrivere non si risolve mai in mero farmaco, ma agisce piuttosto come feroce risarcimento, protestato dinanzi alla vita – per tutte le parole attese e mai udite. La sua idea di scrittura si radica entro la sacralità stessa della lingua, della parola che è tutt’uno con il corpo (“i corpi, cioè le anime, sono parole”). Ecco perché non può non riconoscere quale più grande scrittore italiano del Novecento quel Pier Paolo Pasolini che ha per tutta la vita teso a costruire una poetica del corpo (paradossalmente rivelatasi anche con la sua crudelissima morte). Quel corpo che, in un’epoca di narcisismo nichilistico, rimane per Di Consoli “la più crudele delle trincee”. Specchio non meno della carne che dell’anima è la geografia, nella rassicurante propensione dello scrittore a mappare cose, luoghi e persone, a cominciare dalle città della vita attiva: Napoli e Roma.

Se Napoli è la città della felicità, d’una vitalità a prescindere dirompente; Roma è, al contrario, “la città più infelice d’Italia”, in cui si può essere tutto e niente (mentre la Roma che avrebbe voluto vivere è quella dei “falliti di lusso”, quella, per intenderci, di Ercole Patti ed Ennio Flaiano). Colpisce il bisogno, autodefinitorio e quasi ossessivo, di discernere e chiarire, con esattezza, la sua collocazione. Quando, per dirne una, vuole descrivere la qualità “sentimentale” del suo modo d’intendere la passione politica, dice di trovarsi esattamente in quel “punto” in cui la politica cessa d’essere agone mondano e “si fa di colpo morale”, si traduce in “superiore civiltà”. E per quanto la Basilicata, il Sud (“la mia gente è giù, la mia casa è giù, il mio cuore è giù – tutto è giù”), rimanga la culla mitica dell’anima (con gli amati scrittori e poeti meridionalisti), con razionale scatto, nell’offrire l’ennesimo schizzo della sua complessione intellettuale, confessa di sentirsi sospeso al “confine esatto” tra Nord e Sud, tra ricchezza e miseria, illuminismo e visceralismo, comunitarismo e solitudine, coraggio e paura, cultura e silenzio, voluttà e resa…  A dire dell’ossimorica caratura del personale approccio alla realtà, che orbita attorno a una vantata fragilità, per un disperante sogno di palingenesi che non può non passare attraverso l’angusto transito della perdita e appunto dello smarrimento.

Il Diario poi ha a che fare con il movimento, con il viaggio, con la perorazione che è figlia del dolore, della perdita, col “vagare molto”: è un libro di filosofia esplosa che al lettore (se crede) è dato ricomporre. Da cristiano che di-spera in Dio, l’orizzonte morale ed etico di Di Consoli è con nostalgia orientato a una concezione comunque verticale dell’esistenza (col “capo e il cuore piegato dal peso di Dio”). Si scaglia con lucido piglio contro il “narcisismo nichilista”, lo “stordimento edonistico”, il “tramonto del sentimento religioso” – segni di una conclamata deriva che ha prodotto la dilagante espropriazione valoriale del nostro sempre più angusto orizzonte contemporaneo che si palesa, per lo scrittore, nella rimozione collettiva del “senso di colpa”. L’avvertimento della colpa, per quanto doloroso, è per Di Consoli il momento necessario e fondativo della morale. Così come, per diretta conseguenza, anche la libertà individuale ha senso se media tra il principio del piacere personale e l’alveo (verso cui incanalarla) di una dimensione sociale di durata, insieme agli altri (“Noi siamo lo sguardo degli altri”). Monito, una simile declinazione altissima e partecipe della libertà, ad affrancarsi da uno stato di minorità, da una pervasiva puerilità che, mai come in questi anni, ci riguarda. Nel riandare poi alla psicogenesi del male, si dimostra più che convinto che esso sia null’altro che il frutto della sofferenza subita che si riversa sugli altri, per concludere, in accordo con Rousseau, che “non esistono persone cattive, ma soltanto persone che hanno sofferto”.

A questa tensione razionale ed etica fa da contrappeso l’indole egualmente solitaria, depressiva e decadente dell’autore che si spiega il malessere interiore come scompenso, nell’anima, tra le macerie (“i crolli nel vivo”) e le rovine (“che hanno qualcosa di olimpico, di persuaso e di calmo”). Se il territorio di radiosa disperazione da cui lo scrittore tende la mano al lettore per camminare insieme sull’ardua via della ricerca di una leopardiana solidale via di fuga può provocare, talvolta, un cupo senso di claustrofobia, il libro di Di Consoli, solo in apparenza rapsodico, è da leggersi come una fluviale interrogazione su ciò che dell’esistenza possiamo capire e non capire. Non è un caso che il libro in assoluto più bello della storia occidentale sia per lui La consolazione della filosofia di Severino Boezio. E che cos’è questo Diario dello smarrimento se non il tentativo di dare senso allo spaesamento e in definitiva al male, e restituire la parola ultimativa “all’eterna dignità del bene”?

domenico.calcaterra@gmail.com

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