Flavio Fusi
Trent'anni dall'Ottantanove/10

Il bacio di Honecker

Durante l'incontro tra Gorbaciov e Honecker, che precedette la caduta del Muro, nulla sembrava poter presagire ciò che sarebbe successo. Eppure, sotto la superficie del regime, le cose erano già cambiate radicalmente

L’albergo del cronista è a pochi metri dal varco della Bornholmer Strasse. Pomeriggio del 7 ottobre, la strada è silenziosa e vuota, sembra che tutta la città si sia riversata in centro, nei vasti spazi della Karl Marx Allee, dove il regime celebra i suoi quaranta anni. Sullo schermo trascorrono immagini patriottiche, la televisione di Stato è sintonizzata sulla parata militare: tra bandiere rosse, formazioni di missili e reparti di fanteria, le telecamere indugiano sui due uomini affiancati al centro del palco d’onore.

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L’uomo di Mosca indossa il solito cappello borghese, cappotto grigio abbottonato e sciarpa, perché a Berlino fa freddo. Gorbaciov è di cattivo umore e non fa nulla per nasconderlo. Accanto a lui Erich  Honecker, sguardo fisso e smorfia di disappunto, saluta la folla con il solito, impercettibile gesto delle mani. Lontani i tempi del bacio in bocca con il vecchio Leonid Breznev: dalla trionfale visita del 1979 sono passati dieci anni e già sembra un secolo.

L’incontro tra i due leader è stato tempestoso, ma noi giornalisti – almeno quelli esclusi dal cerchio magico – dobbiamo affidarci al linguaggio del corpo. È vero che il burosauro tedesco, interrogato sul destino del Muro, ha risposto stizzito: «Potrebbe durare cento anni»? è vero che Gorbaciov ha risposto per le rime, sibilando una frase che sembra un epitaffio: «Chi arriva troppo tardi sarà punito della storia»? Il romanzo di questo incontro sull’orlo del precipizio sarà scritto dopo: materiale – appunto – per i futuri libri di storia.

È vero, infine, che uno sparuto corteo di giovani, riuscito per un attimo a superare le ferree misure di sicurezza disposte lungo Under den Linden, lancia un grido di estrema speranza: «Gorby aiutaci, Gorby resta con noi»? La coreografia del regime è come al solito perfetta, e il giornalista occidentale che segue la manifestazione dagli schermi televisivi non riesce a cogliere il minimo gesto di dissenso. Tutto – in superficie – appare  felicemente sotto controllo nell’immota perfezione del comunismo realizzato. E tutto – sotto la superficie – ribolle, si gonfia, urla e preme contro gli argini, nell’imperfezione di una faticosa  vita quotidiana.

Sotto la superficie si muove la storia minima delle persone in carne ed ossa. Come la storia di Wolfgang, un ragazzo che mi somiglia, o meglio: somiglia a me quando avevo venti anni. Ho rivisto quelle immagini, girate dal mio operatore: un giorno qualunque di ottobre, il cronista occidentale e il figlio del Muro sono seduti fianco a fianco su un divano zoppicante, tra pile di libri, vecchi vinili e poster alle pareti.

Wolfgang: «Da quando sono nato, il Muro è il mio orizzonte. Dopo la guerra la mamma era ancora molto giovane e viveva in famiglia. La sorella maggiore era sposata e con suo marito si era trasferita in un nuovo appartamento, pochi isolati più a Ovest: due ragazze della stessa città che cercavano di sopravvivere tra le rovine e con gli eserciti vincitori che si dividevano i quartieri, le vie e le piazze. Immagina cosa è successo dal 13 agosto del 1961, quando i militari della Ddr cominciano a stendere una barriera di filo spinato lungo il perimetro del settore occidentale. Giorno dopo giorno, dalle finestre affacciate su questa barriera, la gente guarda crescere il Muro. Tanti piangevano, raccontava mia nonna, tanti salutavano con le lacrime agli occhi amici e famigliari rimasti dall’altra parte. In qualche modo consapevoli che non li avrebbero più visti, o visti per concessione, dopo complessi itinerari burocratici, come famiglie di Paesi diversi e lontani. Da allora, mia madre è cittadina della Repubblica Democratica Tedesca per duecento metri. E per duecento metri mia zia è cittadina della Repubblica Federale Tedesca».

Sopra la superficie, nella notte, risplende il grande raduno dei giovani comunisti, i militanti della Fdj, camicie blu perfettamente stirate e sul petto lo scudetto dorato della Repubblica Democratica. Sono migliaia, riempiono lo stadio, esibiscono l’entusiasmo della gioventù. Tra fiaccolate e fuochi di artificio, sembra che il comunismo tedesco sia davvero nato ieri, che il futuro sia pieno di eroica speranza. Il compagno Honecker ci guida verso il futuro, il compagno Gorbaciov ci porta la solidarietà di un grande Paese fratello, il Muro è «Una frontiera di protezione antiimperialista e antifascista».

Sotto la superficie, lo studente Wolfgang racconta di non aver partecipato al raduno della gioventù comunista.  E confessa di essere rimasta a casa anche Kristin, la giovane compagna che mi è stata assegnata come guida e interprete. Kristin parla inglese e conosce qualche parola di italiano. E poi lo spagnolo, certo, anche perché suo padre è stato per due anni funzionario di ambasciata a Lima, nel Perù di Alan Garcia.

Un incarico importante, anche dal punto di vista economico, ma per Kristin, il fratello e la madre quei due anni sono stati un periodo difficile, perché alle famiglie di chi lavora all’estero non sono concessi né visite né trasferimenti. Questa è la legge che vale anche per i funzionari dello Stato: ferree ragioni di sicurezza, misure burocratiche studiate per impedire qualsiasi tentativo di fuga.

Sotto la superficie, notte di pioggia gelida intorno alla Chiesa dei Getsemani, nel quartiere di Prenzlauer-Berg. Nella veglia di protesta, centinaia di giovani si sono dati appuntamento sotto le ampie navate. Dentro non c’è più spazio, in breve la folla riempie il giardino e trabocca sulla strada. L’oscurità è illuminata da fiaccole e candele, i manifestanti intonano canzoni di protesta di fronte a due minacciosi cordoni di agenti.

I ragazzi si chiedono: che cosa succederà ora? Al cronista rispondono, ma rivolgono anche domande: cosa si conosce delle nostre manifestazioni in Occidente? Sapete che a Lipsia eravamo in diecimila e che a Dresda molti di più, e che la polizia ha caricato il corteo? Credete che il regime reagirà con la forza?  Che ne pensate di Hans Modrow? Potrebbe essere lui il nostro Gorbaciov? Domande senza risposta. La risposta, tra meno di un mese, verrà dalla storia stessa, con le dimissioni forzate di Honecker e con il collasso del regime, con una intera città che si avventa contro il simbolo della sua storia. La risposta, sulle piazze, sta nelle canzoni improvvisate di questo ottobre dell’89: «Via da questo Stato, via da questo regime. È meglio affogare nella libertà, che continuare a sbattere la testa contro il muro…».

  1. Continua
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