Succedeoggi
In morte di uno scrittore multiforme

Miracolo Camilleri

Encomio di Andrea Camilleri: un grande intellettuale che ha saputo mettere in relazione Samuel Beckett e Georges Simenon trovando una strada per rendere popolare la lezione dell'avanguardia degli anni Cinquanta. A differenza degli "avanguardisti" di professione

Come non dire cose banali o trite o già dette, in morte di Andrea Camilleri? Ci sovvengono ricordi personali, comuni passioni o altri strani incastri di vita, ma queste, appunto, son cose personali e tali è meglio che rimangano. Semmai – mentre il mondo piange giustamente il padre del commissario Montalbano e l’inventore di una neolingua unica, sonora e magnificamente letteraria – ci si può soffermare su un aspetto peculiare dell’intellettuale Andrea Camilleri: la sua smodata passione teatrale. Tutti sanno, infatti, che la formazione dello scrittore siciliano avvenne nelle pieghe dell’Accademia d’arte drammatica “Silvio D’Amico” dove da ragazzo studiò da regista (e dove più adulto tornò in qualità di docente). Tutti sanno, anche, che il suo talento registico si espresse in numerose messinscene televisive (parliamo della Rai degli albori) nonché nella cura delle produzioni di molti importanti sceneggiati tv: in questa veste, per esempio, seguì per anni la realizzazione delle puntate delle mitiche Inchieste del commissario Maigret con Gino Cervi. E proprio quale delegato alla produzione Rai di quello sceneggiato incontrò ripetutamente Georges Simenon, alle cui atmosfere e al cui stile di scrittura si è ispirato spesso e volentieri per scrivere i romanzi del commissario Montalbano (il cui nome, come è noto, è tuttavia un omaggio al narratore catalano Manuel Vazquez Montalban).

C’è un aspetto meno noto, forse, della passione teatrale di Camilleri ed è quello che lo portò, nelle pieghe dell’avanguardia teatrale degli anni Cinquanta (per intenderci, siamo molto prima di Carmelo Bene, delle Cantine Romane e di tutto il resto…), a introdurre in Italia quello che all’epoca, un po’ impropriamente, veniva chiamato teatro dell’assurdo. Camilleri, per esempio, è stato uno dei primi registi italiani di Beckett: il primo, in assoluto, a portare in scena Finale di partita (era il 1958 e Aspettando Godot era arrivato nel nostro paese quattro anni prima, con la celebre regìa di Luciano Mondolfo e il grande Marcello Moretti in scena, nello sconcerto generale). Ma anche Ionesco, Pinget e Adamov Camilleri ha messo in scena con passione e in anticipo con i tempi. Questo per dire che la sua (successiva) adesione alla letteratura di genere affondava le radici nella sperimentazione più ardita amata, frequentata e digerita all’inizio della carriera.

Ecco, proprio in questo percorso critico/creativo c’è forse l’eredità più importante lasciataci da Andrea Camilleri: la capacità di trasformare in un patrimonio popolare la lezione della sperimentazione. Erano gli anni, per intenderci, nei quali un manipolo di intellettuali altezzosi e rumorosi (in nome di una non meglio specificata avanguardia) sfasciava la narrativa critica e sociale sorta dalle rovine della guerra senza costruire nulla di più o di meglio che miseri esercizi di stile. Di fatto, quelli del cosiddetto Gruppo ’63, prendendo a sassate i grandi del neorealismo, iniziarono quel processo di rimozione della storia e dell’identità collettiva che il berlusconismo, trent’anni dopo, ha completato; consegnandoci ora all’orrore dell’ignoranza di massa. Camilleri, che faceva parte di quella stessa generazione, invece di salire sul carro vincitore (e vuoto) dell’avanguardia, piegò gli esperimenti di Beckett o Adamov alle esigenze della cultura popolare. L’approdo alla letteratura di genere (che pure qualcuno del Gruppo ’63 ha tentato con risultati penosi) è il capolavoro di un intellettuale che passa da Beckett a Simenon valutandone (ed esaltandone) i punti in comune. Come l’uno e l’altro, per esempio, Camilleri racconta e non giudica; e come entrambi scava nei personaggi attraverso la loro lingua. Che cos’è, infatti, il camillerese dei suoi più grandi romanzi (Il birraio di Preston, La concessione del telefono…) se non l’evoluzione ultima, resa pop, di una perfetta lingua teatrale?

Insomma, le lezione del teatro Camilleri l’ha portata nella sua narrativa soprattutto inventando una koiné strutturata teatralmente: parole finte nelle quali tutti potevano riconoscersi; suoni ma anche frammenti di immaginario condiviso. Questo avrebbe potuto e dovuto essere il percorso dell’avanguardia, in Italia; ma tale non è stato. E, forse, se oggi siamo affogati nell’ignoranza e nella stupidità (ossia nell’incapacità di analizzare criticamente la realtà) lo si deve proprio al fatto che Camilleri sia stato così isolato, che debba aver aspettato così tanto per “esplodere” e che, almeno all’inizio, sia stato così fortemente osteggiato da una parte solonica e insopportabile dell’apparato accademico/culturale italiano. Speriamo che il miracolo di ricostruire gli italiani, cui alla fine della sua vita si è dedicato con una tenacia rara, gli riesca almeno dall’aldilà. (n.fa.)

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