Raoul Precht
Periscopio (globale)

La storia di Albinati

Anche “Cuori fanatici", il nuovo romanzo di Edoardo Albinati, come il precedente "La scuola cattolica", prende di petto la Storia. Stavolta, senza la mediazione dell'autobiografismo, lo scrittore affronta la Roma maliziosa degli anni Ottanta

Edoardo Albinati è uno scrittore al quale non difetta il coraggio. È un autore – e non ce sono in giro molti – che cerca attivamente la sfida con se stesso, pronto ad assumersi i rischi che essa comporta pur di spostare i limiti che ritiene di aver raggiunto. Ciò vale evidentemente per La scuola cattolica, un libro di più di milletrecento pagine che già per le sue dimensioni era tutta una scommessa con il lettore, ma anche per il nuovo romanzo Cuori fanatici, pubblicato di recente, come tutti gli altri suoi libri, da Rizzoli. Sebbene il titolo ricordi inevitabilmente una raccolta di racconti di Edna O’Brien, A Fanatic Heart, il riferimento è fuorviante, se non per il fatto che Albinati inanella dodici capitoli, tanti quanti i racconti della scrittrice irlandese. Qui però parliamo di un romanzo, e i capitoli di Albinati contribuiscono in modo ineguale a una sorta di struttura o architettura generale che lo scrittore è bravo a dominare e che non è mai resa troppo trasparente al lettore. Non solo, ma Albinati torna qui al romanzo tradizionale, non memorialistico o autoreferenziale, quello per capirci rigorosamente in terza persona in cui si descrivono e mettono in scena dei personaggi e delle situazioni; lo fa tuttavia con una certa circospezione, smarcandosi dalla tradizione e strizzando semmai l’occhio a modalità espressive che sono più proprie del cinema contemporaneo che della narrativa.

Se già nel romanzo che gli è valso il Premio Strega, lo straripante La scuola cattolica, Albinati aveva avviato una riflessione sulla storia, e in particolare sugli anni Settanta, avvalendosi di micro-narrazioni e di personaggi spesso appena abbozzati, qui il procedimento è ulteriormente approfondito, in quanto lo scrittore sembra non voler sviluppare più di tanto le vicende che racconta né creare un minimo d’equilibrio fra i personaggi. Le vicende di Nico e Nanni (molto più Nanni che Nico, e già in questo la disparità è evidente e voluta) appaiono allora come un pretesto per esercitare il gusto di raccontare e d’indagare la vita, senza rinunciare alla scrittura di stampo saggistico della Scuola cattolica ma contaminandola (e moderandola) con una maggiore attenzione per i procedimenti narrativi puri.

Anche in questo caso Albinati si concentra su un periodo temporale ben definito, gli anni Ottanta, e su uno spicchio di realtà, Roma, cui dedica proprio all’inizio una decina di pagine folgoranti per bellezza e impietosa precisione, rendendola forse la vera protagonista del romanzo (si vedano anche, più sparse nel libro, le pagine dedicate alle degradate periferie e al Tevere, fiume che, come diceva Chateaubriand, ai romani resta sostanzialmente estraneo). Una Roma, cito, “tanto più bella quanto più insensibile alla propria bellezza data per scontata, e perciò sciatta, corrotta, incapace di rinnovarsi, vigliacca”, la cui nota dominante non è nemmeno la cattiveria, ma semmai la malizia, unita a una generale sfiducia nei confronti dell’andamento del mondo.

Le vicende personali di Nanni, insegnante di scuola superiore, della moglie Costanza e delle loro figlie, di Nico, consulente editoriale, delle ragazze di cui questi s’invaghisce e del professore con cui è chiamato a collaborare, di una baby-sitter olandese, di una coppia di amici irretiti in una riscoperta della vita alternativa in campagna, così come del gruppo di terroristi descritto nel capitolo centrale del libro – quasi un simbolo di quegli anni sfortunati e cinici -, sono raccontate con una certa fedeltà non agli sviluppi prevedibili (e spesso, in letteratura, artefatti) delle storie narrate, ma all’andamento autentico della vita, che per lo più scorre lenta e senza grandi scosse, o più raramente fa registrare delle accelerazioni repentine, impreviste e sovente incomprensibili. È uno sguardo fotografico e inesorabile, quello di Albinati, e al contempo dotato di quella stessa ironia, nelle descrizioni e nei numerosi dialoghi, che gli aveva permesso di affrontare temi drammatici e terribili nel libro precedente. Albinati, va ricordato, è uno scrittore eminentemente riflessivo e spesso sceglie di vedere le cose da un’angolazione azzardata o inconsueta per poter affrontare tematiche che possono disturbare, argomenti emotivamente o psicologicamente ai limiti del sopportabile. Lo ha dimostrato nella Scuola cattolica con la trattazione del delitto del Circeo, con le divagazioni sull’aggressività maschile e sulla violenza gratuita in cui si canalizzano la crudeltà e la ferocia ataviche del cacciatore primitivo, o con le parti dedicate nello stesso libro alla sua esperienza d’insegnante nel carcere romano di Rebibbia.

E l’ha dimostrato anche raccontando con finezza e precisione chirurgica, in un libro scritto ormai molto tempo fa, Vita e morte d’un ingegnere, il difficile rapporto con il padre nonché l’agonia e la morte di quest’ultimo, una morte che non genera, come spesso accade, chiarimenti o riconciliazioni, ma lascia semmai un vuoto letteralmente incolmabile. In quest’ultimo caso, la volontà strenua di rendere di una persona un’immagine intera e completa si scontra con tutti gli inceppi, le timidezze, i sensi di colpa e la consapevolezza di un’immedicabile estraneità che da sempre caratterizzano il rapporto fra padri e figli, rendendo la vita dei primi del tutto inafferrabile per i secondi (e viceversa).

Con essenziale icasticità e senza alcuna concessione al pietismo, Albinati vi descriveva il fallimento non tanto di un modello o di una singola figura genitoriale, quanto di un’istituzione familiare che la società ha reso debole e impotente e che è comunque destinata a disgregarsi con la crescita e la partenza dei figli: “da repressiva”, scrive ora in Cuori fanatici sul medesimo argomento, “l’ansia adulta si è mutata in depressiva e permissiva: un’ipocrita carezza, una amica pedagogia. Ma non si può essere dalla parte dei ragazzi senza essere un ragazzo.” Sono argomenti peraltro già sviluppati ampiamente anche nella Scuola cattolica, quando analizza con acribia la propria adolescenza nel quartiere Trieste, dove sorge l’istituto scolastico adombrato dal titolo, il San Leone Magno, e l’ideologia – nel senso barthesiano di “idea che domina” – che vi si è potuta propagare all’interno del ceto borghese negli anni Settanta.

Per Albinati, del resto – e gli torna qui utile, anche come metafora, l’esperienza del carcere che permette di fare la spola fra libertà e detenzione -, lo scrittore non è che un tramite: si trova al contempo dentro la realtà (per poterla comprendere) e al di fuori di essa (per poterla descrivere). Pur senza sottrarsi al suo compito, sembra sempre ispirarsi a una certa sfiducia nei confronti della parola, dell’immagine più o meno artificiosa e dei riferimenti con cui uno scrittore decide di esprimersi, il che è poi uno dei possibili motivi del proliferare di spunti e riflessioni, talvolta in esibita contraddizione fra loro – ma Albinati è anche un convinto assertore dell’importanza del contrasto per la creazione letteraria -, che davano vita alle milletrecento pagine di metaracconto dell’opus principale. In Cuori fanatici le dimensioni sono più ragionevoli; ma gli elementi che legano i due libri sono davvero numerosi, e così anche le caratteristiche che possono disorientare il lettore qualificandosi come limiti dell’esperimento narrativo: per esempio, il messaggio a volte oscuro delle storie raccontate, il fatto di far appena affacciare il lettore sulla vita dei personaggi per deviarlo verso altre vicende, impedendogli l’immedesimazione, il proliferare anzi di figure che appaiono per quella che si direbbe una comparsata e vengono poi abbandonate al loro destino (come spesso accade peraltro nella vita), il passaggio a volte brusco da lunghe riflessioni a dialoghi serrati. Un altro di questi elementi comuni è l’intenzione di descrivere le cose da scrittore puro, senza dover necessariamente prendere partito: “Un’attività di pura rappresentazione del mondo”, lamenta Albinati, “qui da noi è impossibile: lo scrittore può pensare di salvarsi solo con la connivenza, da una parte, o con il sabotaggio dall’altra. Si può essere o cortigiani o clandestini. (…) Siamo costretti a santificare o a distruggere. (…) Infatti la nostra letteratura è costituita principalmente da inni e maledizioni.” Ma anche la passione per la letteratura, avverte in un altro passo del libro, crea inimicizie; è una passione accecante, che “può dividere più di quanto unisca”. Ecco allora che due figure di intellettuali con successi assai modesti al loro attivo, come Nanni e Nico, sembrano rilanciare – giovani come sono entrambi e dunque in piena oscillazione, come recita il sottotitolo del romanzo, fra amore e ragione – l’idea di una letteratura come gioco di riflessi, descrizione di un mondo che ci si sta sgretolando tra le mani e di cui non sappiamo rallentare la decomposizione.

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