Raoul Precht
Periscopio (globale)

Scrittori, che delinquenti!

Il narratore spagnolo José Ovejero ha messo insieme uno strano catalogo metaletterario: quello degli scrittori che siano incappati in qualche problema con la giustizia. Dai ladri agli assassini. E vengono fuori nomi e storie insospettabili...

Tempo fa, spigolando su Internet, sono approdato a una notizia curiosa: una tale Crampton Brophy, sessantottenne autrice di romanzi e saggi, era stata appena arrestata dalla polizia di Portland in quanto sospettata di aver ucciso il marito, ponendo fine a un matrimonio durato ventisette anni. Fin qui, niente di strano; la vera notizia stava semmai nel fatto che la polizia aveva trovato le principali prove del crimine proprio grazie ai suoi libri. A quanto pare, nel romanzo The Wrong Cop il personaggio principale, ovviamente femminile, imbastiva tutta una riflessione (o fantasia) sui modi migliori per liberarsi del marito. In un altro, The Wrong Husband (avrete notato che c’è sempre qualcosa di “wrong”), la protagonista si liberava del marito violento fingendo la propria morte e finendo ovviamente tra le braccia di un provvidenziale salvatore. Infine, nel saggio How To Murder Your Husband, il pezzo forte dell’accusa, la Brophy dava una serie di indicazioni alle lettrici sui modi migliori per dare esecuzione pratica alla non facile impresa.

Questo della Brophy è un episodio che rientrerebbe a pieno diritto fra i casi esaminati dallo scrittore spagnolo José Ovejero nel suo saggio narrativo Escritores delincuentes. Un libro quanto meno curioso: una carrellata saggistico-narrativa attraverso gli inquietanti profili di scrittori che hanno compiuto degli atti efferati, a volte (ma non sempre) preconizzati o descritti ex post nei loro libri, o viceversa di delinquenti che dal loro crimine hanno tratto ispirazione per ritagliarsi e inventarsi una nuova esistenza nel mondo delle lettere. Da quanto ho appena detto sembra che non vi sia un denominatore comune, o un modo facile e univoco per descrivere la varietà di figure che il libro di Ovejero ci propone, ed è proprio così: per quanto ci si sforzi, non si riesce a trovare un unico profilo. Parafrasando Tolstoj, si direbbe insomma che ogni scrittore delinquente delinque a modo suo.

Ma è forse interessante analizzare, evitando troppe sistematizzazioni, proprio il sovrapporsi dei due spazi, quello creativo e quello criminale, ed è quanto Ovejero tenta di fare, con brio e senza dare spazio a troppi pettegolezzi, passando in rassegna personaggi di tutte le epoche e di ogni latitudine e analizzandone i casi personali e il modo in cui questi stessi sono stati rielaborati quale materiale letterario. Senza per questo – ed è il vero punto di forza del libro – ridursi a un elenco e a una catalogazione, ma intessendo la narrazione dei fatti con un’accurata riflessione su temi che la letteratura ha affrontato molte volte – delitto e castigo, società ed emarginazione, pena e redenzione, l’ambiguità dell’autofiction fra verità, menzogna e abbellimento della realtà, e così via.

Tra lo scrittore che è anche delinquente e il delinquente che è (o diventa) anche scrittore lo spettro è molto ampio, e non è raro che persino gli scrittori non delinquenti (o meglio, e più prudentemente: di cui non si conoscono crimini) siano spesso indotti a difendere i colleghi, in carcere o inquisiti, quasi a priori, quasi che lo status di scrittore sia incompatibile con la possibilità di aver commesso un reato. Fra gli appelli degli intellettuali d’ogni tempo volti alla liberazione di colleghi coinvolti in fatti criminosi, Ovejero ricorda a mo’ d’esempio le campagne in favore di Sergiusz Piasecki, lo scrittore polacco autore del fortunatissimo L’amante dell’Orsa Maggiore, della poetessa cilena María Luisa Bombal, che aveva sparato all’ex amante accecata dalla gelosia, o da noi in Italia di Massimo Carlotto (e i probabili errori giudiziari non sono certo esclusi dal novero). Ma l’esempio più rimarchevole è quello dello statunitense Jack Henry Abbott, che con le sue doti letterarie riuscì ad affascinare Norman Mailer al punto da indurlo a spendersi affinché fosse pubblicato il memoir che Abbott aveva scritto in prigione, dal titolo In the Belly of the Beast, e soprattutto affinché Abbott fosse rilasciato sulla parola. Esempio diverso dai precedenti perché in questo caso lo scrittore difeso con le unghie e con i denti dallo stesso Mailer, da Jerzy Kosinski e da altri intellettuali di spicco, una volta tornato in libertà si macchierà di nuovi crimini efferati, sarà di nuovo arrestato e condannato, e finirà i suoi giorni in carcere, dove per la cronaca s’impiccherà.

Se almeno Abbott non ha troppo dissimulato nel suo libro la portata delle proprie azioni, un’altra categoria estremamente interessante è quella dei falsari e impostori, tra cui spicca la figura di Karl May, mito di ogni bambino e adolescente tedesco, una specie di Salgari germanico, autore di romanzi d’ambientazione esotica che hanno creato, come quelli salgariani, un vero e proprio mondo di fantasia (cito per tutti il ciclo dedicato alla figura di Winnetou). Fin da giovanissimo May aveva acquisito varie identità fittizie, e arriverà al punto d’identificarsi con uno dei suoi personaggi, Old Shatterhand, capo di una tribù apache e conoscitore di una quarantina fra lingue e dialetti (mentre, oltre a parlare ovviamente tedesco, May aveva solo qualche infarinatura d’inglese e francese). Ma anche altri si reinventano, a volte per mezzo di genealogie e ascendenze: per esempio il belga Jean Ray, autore del romanzo fantastico Malpertuis, il quale, in carcere per appropriazione indebita, sosteneva non solo di essere stato in precedenza un contrabbandiere, ma di discendere da un lupo di mare e da una meticcia sioux.

Ci sono poi quelli che fanno di tutto per far dimenticare un errore giovanile, errore che però prima o poi torna a galla e distrugge o quanto meno incrina una reputazione letteraria faticosamente costruita; in nessuno dei suoi libri la britannica Anne Perry, all’anagrafe Juliet Marion Hulme, parla più o meno apertamente dell’assassinio, in un parco pubblico, della madre di una sua amica. All’epoca la Perry era un’adolescente innamorata dell’amica in questione e viveva in Nuova Zelanda, da dove voleva fuggire in Inghilterra con l’amata contro il volere della madre di questa: lo sdoppiamento spazio-temporale – assieme all’adozione di uno pseudonimo – rese probabilmente più facile il processo di rimozione di quanto era accaduto. O. Henry, da parte sua, tacque per tutta la vita sull’episodio di appropriazione indebita che gli era costato la libertà per cinque anni; e Álvaro Mutis, colombiano di buona famiglia e amico di García Márquez, presentò se stesso come un prigioniero politico quando risultò che aveva utilizzato fondi della Standard Oil, per cui lavorava, a fini poetici, ovvero per promuovere la cultura (e gli scrittori suoi sodali) e aiutare la dissidenza, il che in un continente come quello latinoamericano potrebbe parere pur sempre una valida attenuante.

Da non dimenticare anche coloro che in parte si assumono la responsabilità delle loro azioni, magari magnificandole, ma tendono poi a giustificarsi attribuendo la colpa alla società che non ha mai dato loro una vera possibilità. È il caso dell’afroamericano Chester Himes, scrittore-rapinatore che nell’arco della sua vita ebbe davvero a subire in diverse occasioni gli effetti della discriminazione razziale. O quelli, come Goliarda Sapienza, che non negano l’entità del loro crimine (nel caso della Sapienza, un furto di gioielli ai danni di un’amica di cui era invaghita), ma la trattano sempre in modo distaccato, quasi svogliatamente, senza dare alla cosa troppa importanza.

Se si analizzano poi le cause esterne alla psiche, come l’influsso di droghe, impossibile non ricordare almeno William Burroughs, che uccise la moglie giocando a Guglielmo Tell, sparando cioè a un bicchiere o coppa che la stessa stava tenendo in equilibrio sulla testa. In questo caso le droghe di cui sopra erano ben condivise da vittima e assassino.

Quanto ai delitti minori, o veniali, la sfilata di personaggi è lunga in maniera impressionante: si va da Cervantes che fu condannato per abuso d’autorità e vendita illegale di grano in qualità di commissario di Filippo II (anche se molto probabilmente si trattò di un’accusa ingiusta e pilotata da persone influenti che aveva disturbato) al drammaturgo inglese Joe Orton che rubava libri, da André Malraux colto in flagranza di reato in compagnia di frammenti di templi khmer prelevati ad Angkor a Jack London, che non avendo, in una fase della sua vita, fissa dimora fu arrestato per vagabondaggio.

Quello che impressiona, tuttavia, è che anche quando si risolve a parlare delle proprie nefandezze, quasi nessuno vede sé stesso per quel che è; tutti cercano di romanticizzare la loro esperienza esistenziale o almeno di trovare delle giustificazioni e delle attenuanti. “Tutti ritocchiamo le nostre vite,” riflette Ovejero, “le trucchiamo fino a che lo specchio della nostra coscienza ci renda un’immagine sopportabile di noi stessi. (…) Nessuno espone alla vista degli altri quel che neanche lui oserebbe guardare.” Nemmeno, sembrerebbe, coloro che appartengono all’ultima categoria, quelli cioè che sulla fama equivoca ottenuta a seguito dei loro crimini hanno in seguito fondato, raccontando appunto le proprie imprese, una cosiddetta carriera letteraria.

Lo riterrei auspicabile, ma non so se l’editore Voland, che di Ovejero negli ultimi dieci-quindici anni ha fatto tradurre e ha pubblicato in Italia diversi romanzi, metterà presto in circolazione anche questo suo libro. Sono però certo che in un paese di scrittori (e poeti) come il nostro esso sarà ben accolto e da molti ritenuto utile. Di materiale al quale ispirarsi ce n’è tanto, sia per scrivere sia per delinquere in modo creativo. E lo scrittore, non lo dimentichiamo, in quanto ladro di altrui vite delinque sempre e comunque. È il suo destino, ovviamente un po’ cinico e baro.

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