Sergio Zoppi      
A proposito di “Lungara 29” di Leone Piccioni

I perché del “caso Montesi”

Non solo la sapiente regia di Fanfani, allora ministro dell’Interno, dietro allo scandalo che distrusse la carriera politica di Attilio Piccioni, ma soprattutto la spia che nonostante il nuovo corso degasperiano «i mali endemici e atavici dell'Italia erano stati messi a tacere ma non debellati»

È stato presentato recentemente a Pistoia, alla libreria Spazio di via dell’Ospizio, il volume di Leone Piccioni “Lungara 29 – Il caso Montesi nelle lettere a Piero”, edito da Polistampa. Per gentile concessione dell’autore, pubblichiamo il testo dell’intervento di Sergio Zoppi, storico dell’età contemporanea e docente di Storia delle istituzioni politiche nella Link Campus University di Roma. Oltre a lui sono intervenuti alla presentazione Nicola Fano, Giuseppe Grattacaso e Sandra Petrignani.

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Lungara 29 – Il “caso Montesi” nelle lettere a Piero (Polistampa editore), lettere di Leone al fratello, libro che Gloria, figlia di Leone, ha curato con amore e perizia, può essere preso in esame da diverse angolature. All’interno di una memorabile presentazione romana, avvenuta il 18 dicembre 2018 nelle austere sale dell’Istituto Sturzo, sono state esaminate le ventisette lettere di Leone (una sola di Piero è stata ritrovata e inserita nel volume), sotto un profilo letterario, mettendo in evidenza la scelta di entrambi i fratelli di scriversi per scongiurare l’agguato della barbarie ed eleggere, consapevolmente, la letteratura come salvezza. Quelle lettere, nella loro ricercata leggerezza, nel richiamo alla minuta quotidianità, agli affetti familiari, nello sforzo di trarre Piero, almeno per qualche minuto, dall’abisso nel quale è sprofondato, si manifestano come piccoli capolavori. Colui che sarà presto un critico letterario di valore si palesa qui il congiunto premuroso, partecipe, perfino scherzoso. Un uomo superiore, mi sento subito di affermare, al quale, per decenni, sono stato legato da un’amicizia che col tempo si è nutrita di ammirazione, affetto, consonanze.

Molto si può dire di queste lettere soprattutto pensando a come nasce e si sviluppa la vicenda che l’ha generata. A me serviranno da sfondo per qualche considerazione sociale e politica, lungo la linea efficacemente tracciata da Stefano Folli nella sua Introduzione. Cerco di immaginare con voi queste lettere calate nella temperie politica di quegli anni – siamo tra il 1953 e il 1954 – : un’Italia, dopo una guerra disastrosa, che faticosamente costruiva, nelle sua ancora giovane storia unitaria, una democrazia che avesse a base la libertà, la giustizia, il lavoro, l’istruzione per tutti, la ricerca impossibile ma sempre nobile dell’eguaglianza, attraverso l’apporto di tutti i suoi cittadini, uomini e, per la prima volta, donne. Perché il ritrovamento sul litorale nei pressi di Roma, l’11 aprile 1953, del corpo senza vita e privo di violenza di una giovane donna diventa un clamoroso evento nazionale? Perché, anche se mancano affidabili indizi sulle cause della morte (un delitto? un malore? una mancanza di soccorso?), viene incolpato il giovane e già noto musicista Piero Piccioni, figlio di Attilio, un antifascista senza macchia, un politico di primo piano, uno statista, in quegli anni numero due di Alcide De Gasperi e quasi certamente destinato a succedergli?

Folli, già direttore de Il Corriere della sera e oggi fine notista politico de La Repubblica, nella sua introduzione non ha dubbi al riguardo. Nell’anno, così inizia il suo scritto, della morte di Stalin, della fine della guerra di Corea, della conquista dell’Everest, dell’avvio in Italia della televisione e del ritorno di Trieste alla madrepatria, all’interno di una situazione politica che si fa confusa con la fine del periodo degasperiano, straordinariamente positivo ma breve (De Gasperi morirà ormai privo di potere l’anno dopo nel 1954) la lotta politica mostra sintomi d’imbarbarimento. Folli non ha esitazioni nella sua stringata e impietosa analisi di quegli anni ed evidenzia l’ingresso a gamba tesa (per usare un termine calcistico tratto dallo sport tanto caro a Leone) di Amintore Fanfani, nel creare e alimentare lo scandalo, un Fanfani, scrive Folli, «allora ambizioso ministro dell’Interno» che, riferisce sempre Folli, comunisti autorevoli indicheranno come colui dal quale venne loro la spinta a occuparsi del caso Montesi. (Nella foto Attilio Piccioni vicino a De Gasperi in un comizio a Pistoia, ndr).

Non ho le stesse certezze dell’amico Folli, anche se sono attratto dalle sue considerazioni. Pongo una domanda, alla quale trovo difficile dare un’esauriente risposta. Com’è potuto accadere che senza prove e, ripeto, senza neppure indizi di una qualche consistenza (dirà al riguardo una parola definitiva il tribunale di Venezia che manderà pienamente assolto Piero) si sia potuto imbastire una campagna di accuse sfociate in un processo, come si direbbe oggi, mediatico di assoluta, ineguagliata virulenza e rilevanza che per mesi e mesi, anzi anni, caratterizzò l’informazione soprattutto dei quotidiani e dei rotocalchi? Solo chi ha vissuto quegli anni ha la consapevolezza del furore con cui larga parte dell’informazione italiana accusò Piero, e i suoi presunti complici, di un efferato delitto che non era stato commesso. (Nella foto di apertura, Leone Piccioni sorpreso da un paparazzo mentre lascia un pacco per il fratello Piero detenuto a Regina Coeli, ndr).

Era l’occasione inaspettata e irripetibile per distruggere un uomo politico, uno statista attraverso il figlio? Era l’occasione per dare sfogo a bassi istinti offerti dall’essere, il presunto colpevole, giovane figlio di un potente, un musicista che amava e praticava il jazz, un uomo di successo nel lavoro e negli amori, un presunto cocainomane? Questi elementi giocano un ruolo rilevante, ma non fu solo questo. Sono splendide e illuminanti alcune pagine di Giovanni Spadolini che chiudono il libro, precedute da un delizioso editoriale di Indro Montanelli del 1962. Si soffermano quelle di Spadolini, appassionate e profonde, su Attilio, uomo integerrimo, fine politico e statista, europeista avvertito. È ancora però Folli a scrivere che il “caso Montesi” rimanda l’immagine insieme conformista e opportunista, con una classe dirigente non troppo coraggiosa nei suoi comportamenti e un giornalismo che nel complesso, salvo qualche eccezione, si accontenta di agire da cassa di risonanza delle mezze verità lasciata filtrare con sapiente malizia dalle fonti ufficiali o ufficiose. Con il senno di poi si può dire che nel “caso Montesi” si ritrovano tutti i vizi di un rapporto ambiguo, spesso in penombra, tra informazione, potere politico e, in qualche caso, autorità giudiziaria. Un groviglio, sintetizza il giornalista, che accompagnerà la storia d’Italia a lungo; mi permetto di chiosare, senza mai interrompersi del tutto, sino a oggi.

Per concludere, l’Italia era uscita malata, avvelenata dal fascismo che aveva aggravato terribilmente i mali già ereditati dall’Italia risorgimentale, in parte, e solo in parte, sanati dalla Resistenza. De Gasperi, dopo la conquista della Costituzione – una vittoria di tutte le forze politiche antifasciste presenti nell’Assemblea costituente – aveva retto il timone del fragile vascello guidandolo verso gli approdi democratici della libertà, della giustizia, del mercato, della solidarietà, di uno Stato capace di costruire e di creare. Aveva affermato, superando molti contrasti tra i suoi, il principio che la competenza doveva valere più della tessera (naturalmente di partito). Per proseguire la navigazione senza falle sarebbero occorsi merito, osservanza dei doveri e corretto uso dei diritti, legalità, giustizia, rigore negli apparati pubblici, competenza ovunque servita da una scuola di qualità per tutti. (Nella foto, la copertina di un numero di “Epoca” del 1954, con un’intervista a Leone Piccioni sul “caso Montesi”, ndr).

Il “caso Montesi” rappresentò una spia, quella di maggior rilievo, che i mali endemici e atavici dell’Italia erano stati messi a tacere ma non debellati. Ed erano sempre pronti a esplodere se si fosse ricorsi a una miccia adeguata. Una lotta senza fine tra giustizia e affetti (quelli espressi da Leone a Piero) e la malvagità, magari accompagnata dalla sciatteria come evidenziano i tre volumi della pur autorevole Cronologia della storia d’Italia uscita per l’UTET nel 2008 che, per l’anno 1953, riporta tra gli eventi degni di memoria il seguente: L’11 aprile a Torvaianica, nei dintorni di Roma, viene ritrovata assassinata su una spiaggia la giovane Wilma Montesi. Sì assassinata, eppure il corpo non presentava il minimo segno di violenza!

Allora, seppure a caro prezzo (una carriera politica costruita con sacrifici e meriti distrutta, quella del senatore Attilio, e una famiglia messa in ginocchio ma sempre unita e capace di sapersi opporre alla violenza verbale e scritta, fidando nella giustizia umana), si affermò l’attesa verità, invocata da Leone nelle sue lettere. Ma non si realizzò il suo auspicio che risalta nelle poche righe della quarta di copertina: Caro Piero… la palese sofferenza del giusto e dell’innocente può servire più tardi di esperimento e di ammonimento per una collettività tanto più grande. Parole sempre attuali che continuano a interpellarci su come siamo e su come potremmo e dovremmo essere, trasformando i nostri deboli anticorpi in robuste barriere contro le falsità organizzate.

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