Matteo Pelliti
A proposito del "Mondo che farà"

11 sillabe in attesa

La nuova raccolta poetica di Giuseppe Grattacaso affronta il tema del tempo e dell'attesa del futuro. Ma a distillare emozione spesso sono le piazze, le cose e le case; perché la vita è materiale e immateriale contemporaneamente

Per alcuni giorni, tenendo con me il nuovo libro di Giuseppe Grattacaso, Il mondo che farà (Elliot, pagine 102, 14,5 Euro) in vista della sua prima uscita pubblica, a Pistoia presso la libreria amica Les Bouquinistes, ai primi di aprile, ho sentito risuonare a lungo un punto di domanda invisibile alla fine del titolo: il mondo, che farà? Come se una certa imperscrutabilità del destino, del futuro, attraversasse questa bellissima raccolta di versi di Grattacaso. Il passato può essere conosciuto, ma davanti al futuro abbiamo solo una serie di punti interrogativi ai quali aggrapparci. Il titolo, che ritroviamo sia come eponimo di una sezione sia come verso, ci sorprende all’inizio e alle fine del volume e rivela la natura geometrica, compatta di questa raccolta in cui le sei sezioni di cui si compone (Il tempo impaludato, La vita certe volte, Terra, Il giallo si confonde, Il mondo che farà, Speciale è quella casa) appaiono fortemente incardinate l’una nell’altra.

A partire proprio dalla forza espressiva dell’ultima, “Speciale è quella casa”, nella quale Grattacaso ha scritto – a mio avviso – una manciata di poesie assolutamente esemplari (vorrei dire definitive, e provvisorie, come sanno essere solo le poesie veramente riuscite) sul tema della casa familiare, avita, e sull’esperienza unica dello svuotarsi di questi corpi vivi dalla vita dei suoi abitanti: la sopravvivenza delle case dei genitori dopo la loro morte. Questa sezione è, per di più, in diretto contatto stilistico con il suo precedente volume (La vita dei bicchieri e delle stelle, Campanotto): ora gli oggetti diventano testimoni di ogni assenza, di ogni cambiamento e il dolore si è cristallizzato, il pathos è filtrato e tradotto dallo “sguardo degli oggetti” (p.89) Emerge qui un tema, che chiamerei della “saggezza degli oggetti”, o della loro sapienza, che accomuna lo sguardo dell’autore a una prospettiva simile praticata dalla poesia di Umberto Fiori. Si accompagna a questa fiducia nella sapienza oggettivizzante delle cose, una certa sfiducia nelle categorie storicizzanti (vedi p.69) e qui il riferimento va allo sguardo di Andrea Zanzotto.

Non mancano momenti in cui la tensione emotiva lascia il campo al divertimento metaletterario, come nel caso in cui un componimento mostra se stesso (p.73) e racconta, al tempo stesso, lo strenuo e inesauribile misurarsi dell’autore con la forma metrica dell’endecasillabo, praticato fino alla ricerca di una musicalità propria del linguaggio, per così dire, “naturale” in cui il verso mantiene misura esatta e naturalezza al contempo. Se le prime tre sezioni sono legate al tema del viaggio, e le ultime tra alla ricerca di un “approdo di senso” per questo viaggiare che è lo stare al mondo, l’intera raccolta si presenta non tanto come un bilancio esistenziale dell’autore, quanto come il veicolo di una transizione. L’attesa, come concetto, e la parola stessa “attesa”, è l’atmosfera prevalente del libro. Meglio, è lo stato d’animo che sembra informare molti dei testi, come se le parole fossero sospese nella possibilità di qualcosa che deve ancora succedere, che sta per succedere, che potrebbe accadere. Come, ad esempio, la scoperta di un’alterità che ci abita (altre vite possibili, e alternative, “frammento di altra vita” di p.80) e, soprattutto, l’intuizione di un “destino non previsto” (p.88). Anche qui è possibile misurare la maggiore sapienza delle cose, che sanno accettare meglio di noi ogni cambio di programma esistenziale. L’instabilità, o meglio, l’accettazione dell’instabile mutevolezza del presente, sembra essere la presa di consapevolezza dei versi di Grattacaso, affacciati sulla “imperfetta danza del presente” (vedi .p78).

Senza voler togliere al lettore il gusto della scoperta autonoma dei molti nuclei di senso che il libro di Grattacaso custodisce, segnalo un manipolo di testi di grande densità filosofica (pp.65-69) nei quali si testa la natura allucinatoria del mondo, di un Creato che forse è solo il frutto di un Creatore che ci ha dimenticato (o di una “mente maldestra e intelligente”, vedi p.65). Tavola a sé, ma perfettamente coerente con il tono del volume, sono le nove nature morte della sezione inaugurale , “Il tempo impaludato”, una passeggiata iperrealista dentro un mercato ortofrutticolo che dà la perfetta misura della ricerca di un tempo ciclico e naturale perduto, e che si specchia nel breve ciclo di vita degli ortaggi in vendita al mercato, appunto, metafora implacabile del nostro comune sporgerci quotidiano e inconsapevole sul “precipizio” (vedi p.21)

Grattacaso con Il mondo che farà, approda a un momento decisivo, proprio perché di passaggio, della sua produzione poetica: riafferma pienamente il suo stile e la sua voce riconoscibile, nella perizia metrica e nel gusto delle immagini sempre nitide e ci affida un volume di poesia stilisticamente compatto e, cosa assolutamente rara, di grande e godibile leggibilità.

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