Claudia Colaneri
Parole e ombre/9

Telo racconto

«Così Nico metteva il telo sul tavolino della sua cameretta, si infilava sotto con la torcia che gli aveva regalato il nonno e cominciava a raccontare. Il suo pubblico era composto da due pupazzi di Stanlio e Ollio, un orsetto e un dinosauro Rex»

Fotografia di Vera Castellucci

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“E poi che è successo?”.
“Eh, quante cose vuoi sapere…” sospirò la nonna.
“Allora prendi il telo.”
Sotto al telo si poteva dire tutto.
“Ora no.”
“Ma perché?”
La nonna non rispose.

Nico andò a fare pipì. Aveva otto anni e gli sembrava già molto tempo che la faceva in piedi. Non si ricordava quando aveva iniziato. La nonna gli aveva raccontato che quando era molto piccolo, Rosina la tabaccaia gli aveva fatto i complimenti perché fare la pipì in piedi significa essere diventato un ometto, ma lui aveva risposto affranto: “Non è vero, non sono grande, perché la cacca la faccio ancora seduto.”
Risero tutti, anche i clienti, ma Nico non lo ricordava, e non ci trovava nulla da ridere. Era un normalissimo dubbio.

Quella volta che la sua sorellina piangeva disperatamente e la nonna diceva che aveva tanto dolore perché le stavano nascendo i denti, Nico chiese se avrebbe pianto così anche quando le fosse cresciuto il pisellino. Sembra che tutti, parenti e amici, fossero venuti a sapere di quella domanda e anche questa volta avessero riso. Per lui invece fu terribile scoprire che sua sorella sarebbe rimasta senza pisello per tutta la vita.

Nico iniziò ad arrabbiarsi e a chiedere di non ripetere in giro quello che diceva, anzi, evitava di dire cose sue e invece riferiva tutto quello che ascoltava in casa. Anche se aveva notato che quando era lui a raccontare, pare che non ridesse nessuno.

“Buongiorno Rosina, la nonna dice che tutti gli amici del nonno vengono a comprare le sigarette e spengono le cicche nel suo sedere; forse anche il nonno, ma lui poi ha proprio smesso di fumare.”
La nonna non gli aveva rivolto la parola per due giorni, poi si era presentata con il “telo racconto”.
“Se devi raccontare, fallo qui dentro.”

Più o meno era come la pipì che a una certa età si deve fare solo lì dentro. Nico così capì che i grandi fanno ogni cosa in uno specifico posto: mangiano a tavola, ruttano nel tovagliolo, si pesano in bagno, cantano o anche dicono parolacce in macchina.

Così Nico metteva il telo sul tavolino della sua cameretta, si infilava sotto con la torcia che gli aveva regalato il nonno e cominciava a raccontare. Il suo pubblico era composto da due pupazzi di Stanlio e Ollio, un orsetto e un dinosauro Rex. Lì sotto si poteva dire tutto: che il barbiere gli aveva mandato il sapone negli occhi, lo diceva lì; che aveva aperto da sotto la scatola dei confetti e ne aveva rubati cinque, lo diceva lì; che aveva nascosto gli ultimi pezzetti di carne indurita sotto l’armadio per poter dire di aver finito la cena e poter alzarsi da tavola, lo diceva sempre lì. Ai suoi ospiti raccontava anche che sua mamma era andata via, in qualche ospedale, perché beveva troppo, soprattutto quella volta che ai carabinieri aveva detto che non potevano arrestarla perché era fidanzata con Beckham.

Ora però voleva che anche la nonna andasse sotto al telo racconto, perché le era successa una cosa incredibile e lui voleva sapere tutto.

“Dai, nonna. Il telo l’ho preso io. Vieni.”

La casa di Nico era umida e il telo puzzava un po’, ma lui non voleva che fosse messo in lavatrice, per paura che tutte le parole che c’erano dentro se ne scivolassero insieme all’acqua sporca.

“Nonna, vedrai che ci entri sotto al telo.”

La torcia emanava una luce calda. I pupazzi non erano stati invitati, c’era solo la nonna.

“Raccontami tutto. Che è successo dopo?”
“Ma guarda che sei curioso, sai?”
“Avanti.” insistette ancora Nico.
“Ecco, in realtà non lo so dire a parole.”
“Perché?”.
“Perché quando si muore diventa tutto confuso, il prima, il dopo; il qui e il là.”
“Ma dicevi che qui si poteva dire tutto.”
“È vero, infatti, ma non per forza a parole.”

La nonna toccò il telo e sulla stoffa comparvero delle scritte luminose. Nico iniziò a leggerle ma esse svanivano mano a mano che il suo occhio scorreva sulle parole.
Da fuori si udì una voce.

“Nico, tesoro, vieni fuori. Dobbiamo andare. Qui ormai non c’è più nessuno. Andiamo in un posto bello con altri bimbi e tanti giochi. Vedrai che starai bene, anche tua sorella viene con noi.”
“Nonna, li senti? Sono gli assistenti sociali, mi portano via. Lì ci sono pure le suore. Digli qualcosa, nonna. Nonna mia.”
“Vai tranquillo e portati il telo; non fartelo prendere da nessuno.”
“Ma insomma non mi dici cosa è successo?”
La nonna sorrise.
“Telo racconto un’altra volta.”

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Claudia Colaneri Laureata in Lettere Moderne, docente dal 2007 presso la presso La Scuola per Operatori Teatro Sociale, diplomata in Musicoterapia Didattica, specializzata in pedagogia teatrale applicata alla relazione, tecniche di comunicazione verbale e non verbale, relazione di aiuto a mediazione artistica. Fondatrice del metodo di Teatro Autobiografico e regista. Educatrice professionale, scrittrice. Nel 2015 il suo racconto “Fuor di Metafora” è stato inserito nell’antologia “Racconti nella Rete” (Nottetempo); nel 2016 ha pubblicato il romanzo “La regola del Lotto e la chiave nel pozzo” (AlterEgo), altri suoi racconti sono pubblicati sul magazine Mag O e su Succedeoggi.

Sono Vera Castellucci e nasco nel 1962 a Roma, dove vivo. Sono mamma di tre figli, che occupano molto del mio tempo.
Il primo avvicinamento alla fotografia è stato alla fine degli anni 70, quando con gli amici si provava a scattare e stampare nel ripostiglio. Poi un lungo periodo di allontanamento, se non per le foto “ricordo”. Ma nel 2012 riscopro questa passione, l’intento è di comunicare attraverso attimi di vita fermati. La passione per la fotografia porta ad uscire, passeggiare, osservare. Desidero “vedere” il mondo che mi circonda e coglierne dettagli significativi, emozionanti per me. In tutto quello che mi circonda riesco ancora a trovare la bellezza, a nutrirmi di essa, a goderne.

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