Luca Fortis
A Palazzo Forcella De Seta di Palermo

Un’arte migrante

Manifesta 12, la rassegna di arte contemporanea, mescola la cronaca alla creatività. E così la tragedia dei migranti diventa metafora della ricerca (negata) di una vita dignitosa

I raggi di sole penetrano dalle finestre e si riflettono sulla montagna di sale creando un effetto ottico che fa risaltare i marmi intagliati della sala. Il soffitto è molto malridotto e delle impalcature in ferro impediscono alle finestre di sgretolarsi. L’antico salone in finto stile ispanico moresco, con i pavimenti che imitano lo stile normanno, ha avuto sette vite, come i gatti. Il tempo ha lasciato profonde rughe su palazzo Forcella De Seta, come spesso capita a Palermo, anche se questo non ha di certo diminuito la sua bellezza. L’edificio in questi mesi è una delle sedi di Manifesta 12, la biennale nomade di arte contemporanea europea.

Il palazzo sorge sulla porta dei Greci, inserita tra gli antichi bastioni del Tuono e De Vega e affaccia sul lungomare di Palermo. Nacque come casino a mare dei Bonanno, principi della Cattolica, incaricati della vigilanza delle mura cittadine. Il palazzo divenne di proprietà nel 1833 di Enrico Forcella, marchese di Villalonga, che commissionò a Nicola Puglia ed Emanuele Palazzotto la ristrutturazione in stile neoclassico della parte centrale e della facciata verso il mare. Gli interni, con la sala dell’Alhambra e la sala ottagonale si inspirarono allo stile moresco. Agli inizi del 1900 il palazzo venne acquistato dal marchese Francesco De Seta, Prefetto di Palermo, che lo rese uno dei salotti più famosi della Palermo della Belle Époque palermitana. Tra il 1937 divenne invece sede della Galleria Mediterranea, diretta dalla pittrice Lia Pasqualino Noto. Negli anni successivi il palazzo perse lentamente di importanza nella vita mondana della città e subì molti danni.

Il grande cumulo di sale che troneggia in uno dei saloni non è altro che l’opera The Soul of Salt di Patricia Kaersenhout. La tradizione caraibica, spiegano i curatori, «tramanda la leggenda degli africani volanti, schiavi che si dice evitassero di mangiare sale per diventare così leggeri da essere in grado di ritornare in volo in Africa. Esistono molte varianti di questa leggenda, ma tutte tradiscono un’origine comune basata su un’esperienza condivisa ed esprimono la capacità umana di usare l’immaginazione per il desiderio di libertà». Nel video accanto all’installazione, «un capo spirituale africano benedice una montagna di sale. I visitatori prendono il sale da portare a casa per scioglierlo nell’acqua a simboleggiare il dissolversi del dolore del passato. Durante la cerimonia, un gruppo di rifugiati intona un antico canto di lavoro degli schiavi, evidenziando il legame tra gli oppressi del passato costretti ad attraversare l’oceano e il fenomeno attuale della crisi dei rifugiati».

Un’altra opera presente a palazzo Forcella De Seta, è Liquid Violence di Forensic Oceoanography che dal 2011 conduce «una ricerca critica sui fattori spaziali ed estetici che hanno trasformato il Mar Mediterraneo in un’area di confine militarizzato dove moltissimi migranti hanno perso la vita». Liquid Violence riunisce «tre percorsi di ricerca condotti nel corso degli anni: il primo, Liquid Traces (2014) descrive la rotta di un’imbarcazione abbandonata in mare nel 2011 durante gli interventi militari della Nato in Libia; Death by Rescue (2016), ricostruisce gli effetti letali delle decisioni prese dall’Italia e dall’Unione Europea al fine di limitare le attività di ricerca e soccorso in mare. Infine, Mare Clausum (2018), indaga la duplice strategia di chiusura del mare attualmente adottata dal governo italiano che da un lato criminalizza le attività di soccorso delle Ong e dall’altro sostiene azioni delle autorità libiche atte a prevenire e intercettare le partenze dei migranti. Ognuno di questi progetti intende analizzare e contestualizzare una specifica forma di violenza attuata in una zona di confine e inoltre tratteggiare un’anatomia politica dei vari e mutevoli sistemi di controllo di frontiera e (non) soccorso in mare, prendendo in considerazione le drammatiche conseguenze che queste pratiche hanno sulle vite dei migranti».

Untitled (near Pandorf, Austria), 2018 di John Gerard si ispira anch’essa a un fatto di cronaca. Sabato 29 agosto 2015 l’artista si diresse verso un punto dell’autostrada non lontano da Parndorf, una cittadina a sud di Vienna in Austria. Usando le immagini tratte dalle notizie per individuare il punto esatto in cui due giorni prima, giovedì 27 agosto 2015, un autista era fuggito abbandonando un furgone che conteneva i corpi senza vita di settantuno migranti morti soffocati al suo interno. La simulazione «ricrea virtualmente un dettagliato ritratto della scena svoltasi quel giorno. Il progetto si configura come un tentativo di preservare questa vicenda nel fiume indistinto di notizie che quotidianamente attraversa la società».

Guardando la “romantica” ricostruzione ottocentesca degli antichi splendori dell’Andalusia e Sicilia moresca e normanna, o pensando alla lapide di Anna, madre del prete Grisanto, morta nel 1148, non si può che pensare con tristezza al Mediterraneo contemporaneo. La commovente testimonianza medioevale è ben descritta nel sito Museum With No Frontiers (MWNF): «Lapide marmorea quadrilingue, esagonale, ripartita in cinque riquadri, di cui quello centrale reca, inscritta entro un cerchio, una croce greca realizzata con intarsi lapidei policromi, e le iniziali IC XC NI KA, “Gesù Cristo vince”. Sopra la croce si trova l’iscrizione in ebraico, sul lato inferiore quella araba, a sinistra l’iscrizione latina, a destra la greca. Le iscrizioni fanno riferimento alla morte di Anna, madre di Grisanto, prete del sovrano normanno Ruggero, morta nel 1148 e sepolta nella jâmi maggiore (poi Cattedrale di Palermo), e da lì fatta traslare dal figlio nella chiesa di San Michele Arcangelo, nella cappella detta di Sant’Anna, fatta costruire da Grisanto nel 1149. Le date presenti nelle quattro versioni sono, ciascuna con il computo del proprio calendario, corrispondenti al 1148 latino: 4904 ebraico, 6658 greco, 543 arabo. Nel museo della Zisa esiste un’altra lapide, ma in tre lingue (è escluso l’ebraico), che commemora la morte di Drogo, padre del prete Grisanto, anch’egli sepolto nella cappella di sant’Anna, nel 1153. L’iscrizione proviene dalla chiesa di San Michele Arcangelo, nelle vicinanze della Casa Professa dei Gesuiti, che conservava molte iscrizioni, anche latine, oggi adibita a magazzino della Biblioteca Comunale».

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