Danilo Maestosi
Al Palaexo di Roma

Universo Pixar

Come si fa a dare un'anima a un oggetto? La mostra dedicata alla Pixar lo spiega: servono un'intuizione geniale e un grande tecnica digitale. Così è nata la rivoluzione dei "cartoni animati"

Forse doveva essere un’ambientazione più anonima da ufficio open space ad incorniciare la intrigante mostra, appena inaugurata al Palaexpo di Roma, dove terrà cartellone fino al 20 gennaio, che ripercorre la storia della Pixar, quei trent’anni di prestigiosa carriera che hanno rivoluzionato il mondo dei cartoni animati. Perché è proprio in uno dei tanti capannoni spuntati come funghi nella californiana piana polverosa della Silicon Valley che nasce l’avventura di questo anomalo cartello di creativi del design e ingegneri informatici. Un paio d’anni sotto l’ala protettrice di Lucas a inventare la grafica computerizzata che animava gli straordinari effetti speciali della saga di Guerre Stellari. E poi sotto lo scudo di Steve Job, sì proprio il padre fondatore della Apple, un altro illuminato tycoon delle nuove tecnologie, a maturare il tragitto verso il cinema d’animazione.

A siglare quel salto, è proprio a metà degli anni Ottanta, un utensile da ufficio qualunque, diventato il logo e il marchio di fabbrica dell’azienda, che un disegnatore transfuga della Disney, John Lasseter, sceglie a protagonista di un cortometraggio sperimentale. E che il prologo di questa mostra documenta con uno dei siparietti più avvincenti. Con quella lampada snodabile da scrivania, trasformata da un sofisticato software in un ammiccante personaggio che muove la testa, indirizzando lo sguardo della sua luce, usa la base e il filo della spina per saltare qua e la e persino giocare a palla con il suo pargoletto, un’altra lampada in miniatura, per la prima volta il sex appeal dell’inorganico irrompe nell’universo dell’animazione a rovesciare il primato antropomorfo degli animali. Mai prima con tanta determinazione un abitante del mondo inerte degli oggetti aveva conquistato la ribalta da primattore. Con tanta credibilità. E a tre dimensioni per di più. Pensate alla filmografia di Walt Disney, pullulante di cerbiatti, uccellini, tartarughe, elefantini, cani, gatti, foche, ostrichette: impossibile, se non in qualche apparizione collaterale, trovare un esempio che tenga testa a quell’attrezzo umanizzato. Un miracolo della tecnologia digitale, un’irruzione della modernità, ma soprattutto uno scatto di fantasia e d’invenzione che rivoluziona i canoni della sceneggiatura e il gusto anestetizzato ed edulcorato dal marketing della Disney. Una sorta di addio al buonismo del padre fondatore, a quei personaggi rubati dal continente delle favole e della letteratura infantile, al manicheismo di una filosofia dove il male è solo una spalla funzionale allo sviluppo della trama, la natura solo un fondale di delizie sognate.

Con la Pixar appaiono in scena primattori del tutto diversi. Può essere il topone da fogna che in Ratatouille si cimenta come chef d’alta cucina, lontano mille miglia dalle rassicuranti sembianze del Topolino disneyano in calzoni corti. Può essere il robottino spalatore di Wall-e condannato a rimuovere in solitudine i detriti di un futuro in macerie: una macchina che si comporta da macchina anche nell’esprimere inattesi turbamenti d’amore. Può essere il vecchio rugoso e solitario che in Up si lancia in una spericolata avventura, senza mai cancellare i segni inesorabili dell’età. Possono essere le perfide e ghignanti cavallette di Bugs Life.

Quattro film, tutti premiati dall’Oscar, che sono a mio avviso i veri capolavori sfornati dalla Pixar. Più significativi e stimolanti di altre pellicole, come la serie dei Toys, o le peripezie del pesciolino Nemo, che hanno avuto più successo e più incassi. Tanto più importanti perché partoriti quando dodici anni fa lo scettro economico dell’azienda è passato proprio alla Disney, con una vendita a cifre miliardarie da capogiro. Cambiando la ragione sociale di una collaborazione in piedi da sempre. E intrecciando i destini e i principi ispiratori delle due aziende, tra peripezie e controversie che hanno messo a serio rischio l’intesa e interventi di strategie commerciali che hanno compresso e a volte mutilato le innovazioni creative della Pixar, spingendola a firmare filmetti di sicura cassetta ma minore ispirazione. Cadute di stile da cui la Pixar sembra essersi per fortuna risollevata con l’ultimo film, Coco, una coraggiosa e spettrale favola tra i fantasmi e gli scheletri della Morte.

Sono passaggi, sicuramente controversi, che questa mostra – una rassegna itinerante di esplicito taglio promozionale che ora fa tappa a Roma – evita di approfondire. Con un riallestimento di forte impatto spettacolare che punta ad evidenziare il lavoro di bottega dietro le quinte, inconfondibile marchio di fabbrica della Pixar. Davvero fascinoso il campionario di disegni, bozzetti preparatori, modellini e sculture a rilievo, storyboard sgranato in tutte le sale, a confermare l’alta qualità degli apporti e l’intensa partecipazione collettiva che caratterizza le produzioni Pixar in tutte le fasi di costruzione dei film.

A impreziosire il tutto, due chicche elaborate per l’occasione. Come il filmato, arricchito da continui colpi d’ala, che illustra i passaggi e i voli di fantasia che pilotano le trasformazioni in quinte animate dei paesaggi, l’uso e il dosaggio affabulatorio del colore, le mutazioni dalle due dimensioni del disegno alle tre dimensioni dei modellini reinventati e messi in moto dal computer con raffinati algoritmi di cui la Pixar detiene il copyright. O come il suggestivo Zoetrope, omaggio alla preistoria del cinema: una giostra che ad alta velocità e con la correzione di luci stroboscopiche trasforma in sagome in movimento i pupazzi a tre dimensioni piazzati in varie file sulla plancia con piccole variazioni di gesti.

Con questa mostra, ereditata dalla precedente gestione, il Palaexpo affronta la nuova stagione sotto la presidenza di un artista concettuale, Cesare Pietroiusti, scelto dalla giunta cinquestelle di Roma. E il compito di coordinare una rete di spazi, che include il Macro diretto da Giorgio de Finis e i padiglioni di Testaccio. Da Pietroiusti nessuna anticipazione, solo l’intenzione di metter mano ad una programmazione ibrida, che sfrutti richiami di forte presa giovanili e senza steccati tra generi.

Facebooktwitterlinkedin