Daniela Matronola
A proposito di “Si spengono le stelle”

Americani, ieri

Matteo Raimondi, nel suo bel romanzo d'esordio ambientato degli Stati Uniti delle origini, racconta passioni e natura, dimostrando che la Geografia - spesso - è più importante della Storia

Voglio parlare ai vostri cuori di lettori: mi perdonerete questo prestito da una canzonetta pop, ma, come nella canzonetta in questione, benché non credo fosse questa la genuina intenzione del paroliere, anche nel romanzo di cui voglio parlarvi, la condizione umana non solo viene illustrata attraverso immagini colte nella natura, ma è evidente che si fa appello alla Natura che è dentro di noi per parlare alla nostra anima profonda e (di nuovo) genuina. Questo è il brodo di coltura in cui si muovono i personaggi con le loro azioni, i loro gesti, le loro parole, soprattutto i loro pensieri e sentimenti più segreti, all’interno del romanzo Si spengono le stelle. Si tratta dell’esordio – pregevole, direi – di Matteo Raimondi, targato Mondadori (pagine 456, €19,50): un’epopea tragica e, a dispetto di tutto, più femminile che maschile, collocata in uno spazio e un tempo evocativi: i fatti si svolgono tra il novembre 1691 e i primi mesi del 1692, nel New England, cuore pulsante degli Stati Uniti moderni di là da formarsi.

Il libro mi è arrivato per vie quasi dirette e forse chi me lo ha affidato non sapeva ancora che questo è un libro che fa proprio per me. Perché si riferisce appunto alle origini o quasi degli Stati Uniti, e transita in un periodo nel quale una nazione giovanissima, già con un suo passato (un passato di difficile ambientamento in un territorio sconfinato e ostile, benché ancora limitato a un angolino rispetto al Grande Paese in cui si trasformerà nell’Ottocento, e di iniziale, irrifiutabile collaborazione con le nazione native), comincia ad alzare la testa, a replicare i guasti decadenti dell’Europa moderna, a chiudersi gelosamente in una mentalità di dominio e di cieco sovranismo. Sono le prime mosse degli Stati Uniti che spesso metto al centro della mia azione di docente. E la prova ennesima, attraverso un romanzo, della supremazia della geografia sulla storia.

Il libro illustra la comunità puritana stanziatasi tra Boston, città di riferimento fin dall’inizio delle tre colonie puritane originarie in Nord America, e York, che un po’ dopo sarebbe diventata nodale nella nascita degli Stati Uniti come nazione indipendente, e cioè nel suo smarcamento dalla Madre Patria britannica. Forse i fatti raccontati in questo romanzo sono anche un dazio inevitabile al lento percorso dei nuovi americani per distanziarsi da tutto (lo stanziamento originario nelle colonie) e tutti (cioè i nativi, che furono fondamentali nei primi tempi per la sopravvivenza, ma anche la Gran Bretagna, che, dopo aver perseguitato e costretto alla fuga oltre Atlantico questi severi coloni puritani, poi ha preteso di sfruttarli come emissari della proprietà britannica su quelle terre lontane, dove solo Sir Walter Raleigh, navigatore amato a una certa età dalla Regina Elisabetta I, in suo nome aveva conquistato un territorio battezzandolo Virginia).

Ma allora, direte voi, si tratta di un romanzo storico… dopotutto sì, ma in parte, e non solo. Intanto il pensiero corre subito a un antecedente molto illustre: a Nathaniel Hawthorne, al suo The Scarlet Letter, alle traversie di Hester Prynne e di sua figlia Pearl, angariate dai pastori puritani che in misure diverse pascolano nelle loro vite senza riguardo, perché tanto loro sono solo donne. È ovvio che si devono notare alcune differenze. Intanto Nathaniel Hawthorne è uno scrittore americano, il suo romanzo è uscito nel 1850: Hawthorne parla del proprio Paese, della propria storia, e per via estremamente indiretta della propria famiglia – Matteo Raimondi invece è romano, e la ragione per cui ha scritto un romanzo “americano” consiste nel fatto che anche nei suoi studi economici e politici ha analizzato soprattutto i moventi storici del “sistema americano”, e poi ha una smodata passione per il vero genere cui questo suo romanzo andrebbe ricondotto, ma questo lo chiariremo tra un po’. Pertanto, fatte salve tutte le differenze di valore, non foss’altro che per la questione che Hawthorne dopotutto è un classico, ed è il padre del romanzo storico americano, precisiamo che: nel romanzo di Matteo Raimondi, nonostante l’“ossatura” maschile dei gruppi sociali messi in campo, in realtà le vere protagoniste sono le stelle. Ossia, Susannah Walcott, una ragazza di 17 anni, sua madre Mary, e la nutrice nativa, Nagi. Sono loro tre le “nazioni” che agiscono nei gangli vitali del racconto, e riescono a dare unificazione, anche se non apparente, al flusso genetico e generazionale che costruisce la nuova Nazione. Non posso dire più di tanto su questo, perché c’è rischio che alcune pieghe della storia finiscano bruciate in un frettoloso resoconto. Però posso svelare questo: Susannah, e la sua interiorità segreta Suze, ascolta Nagi dentro di sé oramai, Nagi non le è più accanto ma continua a parlarle nella visione, a farle discernere ciò che vale: mi torna in mente un romanzo, Qualcosa Che Vale (Something Of Value, di Robert C. Ruark), affatto diverso (ambientato in Kenia negli anni 40 del Novecento) in cui però, come qui, l’ingiustizia maligna degli oppressori cancella o tenta di cancellare ciò che vale, cioè il valore umano universale, messo a rischio, anzi distrutto, da condizioni di iniqua convivenza.

Sappiamo bene che Hawthorne scrisse The Scarlet Letter con l’idea di tornare ai tempi della caccia alle streghe, nel Seicento puritano intorno a Boston – con Salem, sua città natale, come epicentro, perché alcuni suoi avi dopotutto recenti si erano macchiati di quel genere di delitti e altre forme di oppressione: per lui era una questione di dissociazione e riscatto. Infatti l’ipocrisia e le tragiche sue conseguenze agite dai reverendi del suo romanzo, da Dimmesdale a Chillingworth, da John Wilson al governatore Bellingham, sono strumenti del controllo sociale, tutto maschile, esercitato senza ritegno fino alle estreme conseguenze, oltre che strumenti di potente persuasione educativa, per esempio per certi caratteri femminili come la misteriosa Mrs Hibbins.

Nel romanzo di Matteo Raimondi, l’infernale reverendo Randall, con la sua inossidabile triade di principi (Rivelazione, Redenzione, Giustizia), è il manipolatore più o meno occulto della sicura rovina della comunità di York, che si annuncia subito, all’inizio del romanzo, con l’equivoca fine, piuttosto violenta, del vecchio Henchuck, dispensatore di spiriti. Gli fa da contraltare un conciatore, Minster, mago nell’uso del coltello per lo scuoiamento. Di questo mondo antico e moderno, in cui l’uomo bianco deve fare i conti con la Natura e con qualcosa di ancestrale – benché tenda nel bene e nel male a replicare i suoi modelli europei, di questo crogiuolo di forze più o meno civili, più o meno inique (si hanno costantemente in mente le atmosfere di The Crucible, dramma del ’53 in quattro atti di Arthur Miller, pure spostato nel New England del 1692 e in questo caso allusivo alla caccia alle streghe del contemporaneo maccartismo), la caratteristica più dirompente è la violenza, sempre consustanziale, talvolta tenuta sotto traccia ma spesso sbrigliata senza reticenze. Anche il rapporto d’amore, ingenuo perché dopotutto prematuro, tra Susannah e Angus, o il rapporto coniugale tra Mary e Robert, i genitori di Susannah, persone morali come lei, dunque molto fuori dal coro, e presto fatte bersaglio dell’odio sociale nella piccola ma incandescente comunità, sono rapporti di grande tensione. Nel primo caso, i due ‘contraenti’ sono molto diversi sul piano etico. Nel secondo caso, i rischi sono esterni: l’intesa pura e profonda che lega Mary e Robert non patisce affatto per esempio a causa di una certa parentesi, che per un tempo, indefinibile anche come concetto, ha portato Mary lontano da Robert, alcuni anni prima, in una zona dello spaziotempo avvolta dal mistero della Natura che tuttavia spira (essendo LO spirito) sugli animi degli individui e dove possibile attiva un ricongiungimento – spesso ostacolato da una separatezza invincibile. Si materializza il delitto come sistema di chiusura di una comunità e di autodifesa, astratta nei principi ma concretissima negli orrori perseguiti con sadica solerzia. Ed è questo che se li ingoia. E confonde anche l’onestà dei singoli, percepiti come colpevoli di solipsismo da un contesto che, per principio e per occasione, pretende adesione alla comunità, mentre mostra che la vita della comunità è come insidiata, non tanto o soltanto dagli individualismi dei singoli, quanto proprio dal fatto che la comunità in realtà è pilotata da pochi per il profitto dei singoli, anzi di uno solo.

Spendo un’ultima parola su Susannah/Suze prima di tirare le somme. Spendo anzi volentieri una parola sulla sensibilità, sulla profonda immedesimazione della voce narrante con i tre personaggi femminili centrali: su tutte, Suze, un’adolescente coraggiosa e forse troppo avventata, certo poco ‘politic and cautious’, come TSEliot diceva di Alfred J. Prufrock (uomo infatti, e navigato). È lei la stella più fulgida di questo ombroso firmamento così ben reso, come stella tuttora luminosa anche se a distanza, come le stelle morte che ancora mandano bagliori, è la nutrice Nagi, e stella di intermedia ma robusta portata è la madre, Mary, forte come una quercia. Poi sappiamo che gli umani, per una male intesa idea di padronanza, prediligono il bosco ceduo. Forse possiamo allora ridefinire questo romanzo, adesso. Tenendoci stretta la innegabile etichetta di romanzo storico (e la lingua ne è testimone con tutto un veloce glossario che fa capolino principalmente attraverso la parola aye –pr. ài–, il modo in cui anche gli eroi shakespeariani dicevano sì), l’autore ci dice di assegnarlo al ‘gotico contemporaneo’, e noi aggiungiamo il noir che aleggia e la tensione che tiene vigile il filo della storia e diamo peso agli elementi animistici che lo informano, per aggiungere che l’esemplarità della involuzione di questa piccola comunità con poche aperture all’esterno è anche nell’alternanza tra i pochi momenti in cui singoli o gruppi della comunità o intorno ad essa raccolgono l’invito animistico a rientrare nell’armonia con la Natura e i più numerosi periodi in cui la connessione con la Natura, o la presenza di Dio – per capirci, è assente. Allora forse riusciamo a sbarcare sulla sponda di un significato ulteriore, a vedere emergere da questo romanzo, scritto da un italiano ma americano in tutto (tanto che viene spesso la tentazione di andarsi a cercare l’originale), addirittura un quadro politico, e a vedere, nella macchina narrativa messa in piedi, una sostituzione allegorica, e un magnifico labirinto.

Suze, aye – sì, proprio lei, possiede per un certo tempo il tocco, la capacità di trovare una connessione su altra frequenza con i pensieri profondi vincendo sullo spaziotempo, mentre in parallelo si innesca il fuoco, le fiamme dentro cui sono possibili le visioni e si rianimano gli spiriti e le forze negate dalla concretezza reale. Un segnale dello strato nativo, indomito, che riemerge vertiginosamente benché tutto il nuovo mondo cerchi di soffocarlo e tenerlo sopito. Chi di voi non ripenserebbe a questo punto all’aura o luccicanza, al dedalo che strangola l’anima invasata di Jack Torrance e dà rifugio alla atterrita Wendy e al piccolo Danny, all’OverLook Hotel e alla strage di nativi avvenuta molto tempo prima, facendo del posto un sito abitato da spiriti indomiti, mai del tutto sopiti?

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