Alessandra Pratesi
Visto al Teatro India di Roma

Irresistibile Edipo

Dopo il debutto al 61° Festival dei Due Mondi di Spoleto, “Tiranno Edipo!” fa tappa al Teatro India di Roma. Il regista Giorgio Barberio Corsetti ripropone il classico dei classici, la tragedia perfetta, alla guida della Compagnia dell’Accademia con i neodiplomati attori della “Silvio d’Amico” ritornando alle origini, guardando all’essenza mirando al futuro

Chi avrebbe davvero ucciso il padre e condiviso il letto della madre? Era una profezia talmente improbabile, uno scherzo talmente assurdo che non avrebbe causato alcun male, pensava Pannychis, la sacerdotessa di Delfi che, ormai anziana stanca e annoiata, si racconta in quel piccolo grande libro che è La morte della Pizia di Friedrich Dürrenmatt. La profezia, si sa, si realizza e diventa patrimonio dell’umanità. Dalla classica versione sofoclea al complesso di freudiana memoria, Edipo è simbolo assoluto della forza inarrestabile del Destino e dell’attrazione irresistibile del Potere, dell’inestinguibile sete di Verità e Giustizia fino agli impulsi più indicibili e intimi della mente umana: Edipo è sempre tra noi. È uno di noi.

Da qui riparte Giorgio Barberio Corsetti con il suo Tiranno Edipo!, sulla scena autunnale romana al Teatro India dopo il debutto estivo al 61° Festival dei Due Mondi di Spoleto. La proposta di Barberio Corsetti rappresenta un alfa e un omega. Ritorna alle origini, proprio al teatro greco e proprio con quell’opera considerata da Aristotele in avanti «la tragedia perfetta». D’altro canto, la compagnia di attori che dà forma all’idea del regista rappresenta un ponte verso il futuro: sono i neodiplomati allievi del corso di recitazione dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”. Il marchio di fabbrica, però, resta quello del regista che ormai da decenni abita la scena teatrale nazionale e internazionale. Le proiezioni video, che erano state il suo avanguardistico cavallo di battaglia negli anni Ottanta, continuano a dialogare con attori e scenografia. E non sfugge alla sfida video nemmeno il teatro greco, in senso letterale e figurato. Nella sua versione delle Rane di Aristofane, portate in scena al 54° Festival del Teatro Greco di Siracusa, Barberio Corsetti non aveva esitato a inserire telecamere e maxischermo scomponibili funzionali a ingigantire la mimica inconfondibile di due interpreti ‘autoctoni’ d’eccellenza, Ficarra e Picone. In Tiranno Edipo! un’ombra dalle forme leonine (la Sfinge forse?) attraversa, correndo, in cerchio, la sala con una scritta sul dorso, “Colpa”, perturbante e pervasiva. Alla videoproiezione è affidata pure la biga guidata da un ottocentesco cocchiere con cilindro: riuscitissimo gioco di illusione ottica per rievocare in un déjà-vu il fatale scontro tra Edipo e Laio in quel tremendo incrocio di tre strade che vide la profezia di Apollo avverarsi.

La ripartizione drammaturgica voluta da Sofocle è rispettata: cinque atti, un prologo, intermezzi corali. Il coro torna ad essere centrale, nell’interazione con la storia e con la scena grazie agli studiatissimi movimenti coreografici (a cura di Monica Vannucchi) e al canto a cappella che sin dall’inizio segna ritmo e intonazione della vicenda (musiche originali di Massimo Sigillò Massara). La sembianza filologica prosegue: se il titolo è una provocatoria traslitterazione dall’originale, Oidìpous Tyrannos, si trascinano sui talloni con passo incerto gli attori che – con diverse gradazioni di bravura – a rotazione prestano corpo e voce a Edipo, il bambino dai piedi gonfi abbandonato sul Citerone. Gli attori, plurale. Edipo è in ognuno di noi, dunque tutti sono Edipo, uomini e donne. Con lo stesso principio di alternanza, una corona individua il sovrano di Tebe, un abito in taffettà rossa Giocasta, una ghirlanda di fiori l’indovino Tiresia, un paio di spessi occhiali neri il legislatore Creonte: sono personaggi ad alto tasso di simbolizzazione e, di conseguenza, gli attori interscambiabili.

Il prologo si svolge in un campo profughi, dove i tebani sono un popolo alla berlina di pestilenze e vendette divine, ma Creonte arriva grottesco in macchina annunciato dal clacson. Quando la vicenda si sposta nel palazzo, ecco i cortigiani in vestito grigio, gli uomini, e abito lungo delle gradazioni del rosso le donne (costumi a cura di Francesco Esposito). Quando Creonte, offeso dai sospetti del cognato-nipote Edipo, afferma con tutta l’autorità che la sua posizione all’interno della famiglia regale gli consente che senza prove e senza processo non si possono accusare le persone, non sono parole meno attuali, oggi come allora, in piena tempesta mediatica #metoo. Quando il saggio Tiresia rivela ad Edipo che l’uomo contro cui ha scagliato bandi e maledizioni terribili non è altri che Edipo stesso, non è molto dissimile dalla voce dell’esperienza che riconosce nei limiti che noi stessi ci poniamo il nostro più grande nemico. Quando esplode l’interrogativo del coro «Che eccesso genera un re tiranno?», riaffiora la mai esausta inchiesta di filosofi, storici e politologi sull’eziologia del male al governo e nella società. È la storia di Edipo, ma in realtà è la storia dell’Uomo e della sua ricerca. Che si tratti di Verità, Giustizia, Potere o Famiglia, in fondo, poco importa perché, grida Edipo, «tutto deve venire alla luce».

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