Ella Baffoni
Al Festivaletteratura di Mantova

Letteratura è donna

Il Cile di Nona Fernandéz, i Carpazi di Kateřina Tučková, e la Catalogna di Alicia Giménez-Bartlett: Non sarà che la letteratura sta diventando affare di donne? (Anche quando è protagonista la Storia)

Non sarà che la letteratura sta diventando affare di donne? Al Festivaletteratura di Mantova quest’anno le donne sono moltissime, moltissime le scrittrici, le filosofe, le drammaturghe, moltissime le spettatrici. Forse le donne leggono di più? Ecco una piccola, parziale e arbitraria scelta tra una miriade di incontri.

Sembra passato un secolo dal golpe di Pinochet in Cile. Sembra. In realtà è meno di metà. Eppure le tracce che quella dittatura ha lasciato sono profonde. Lo testimonia il libro di Nona Fernandéz (nella foto), Mapocho (editore Gran via). La storia di un aguzzino pentito, uno della polizia politica comandato a arrestare, torturare, finire gli oppositori. Militare solerte, ma a un certo punto non ce l’ha fatta più. Disse alla giornalista da cui si fece intervistare: mi alzo la mattina e vado a dormire la sera, e sempre sento su di me l’odore della morte. Un aguzzino, ma se non avesse parlato a rischio della vita, molte cose non si saprebbero, molti corpi non sarebbero stati ritrovati, il cammino verso la verità sarebbe stato più difficile. Non è solo la storia di un uomo qualunque, come tanti ce ne furono a servizio di Pinochet: «Quando la grande storia ci cade addosso ci si trova a un crocevia, di qua o di là, carnefice o vittima – dice Nona Fernandéz –. Una larga parte della popolazione ha taciuto. Sentiva il vicino di casa urlare sotto le sevizie, e zitti. Vedeva gli arresti per strada, e zitti. La violenza è feroce se la popolazione tacitamente la consente. I cattivi sono tra noi, le facce aperte e gentili che ci vengono il giornale o il latte possono nascondere delazioni e atrocità, molti sono complici degli aguzzini». È successo in Cile, succede dovunque. Ad esempio in Italia, 80 anni fa, con le leggi razziali.

La memoria è una materia incandescente e pericolosa. Lo ricorda Michela Murgia: «Isghiguro, nel Gigante sepolto, ha mostrato i rischi della memoria, e la necessità, anche. Perdere la memoria protegge, se il ricordo è troppo atroce per essere resuscitato». Ma arriva il momento in cui la memoria diventa indispensabile, senza non si può andare avanti, la vita si blocca. «La letteratura è uno spazio di memoria collettivo – dice Fernandéz – letteratura storia e memoria devono essere alleate. Dove c’è censura o autocensura, è lì che serve la letteratura. Bisogna ricostruire la scena del crimine, il destino delle vittime. E i giovani devono sapere. La responsabilità della vita nostra e degli altri, questo è il punto: tutti devono sentirne il peso e il dovere».

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Kateřina Tučková ci porta in un luogo lontano, i Carpazi bianchi con L’eredità delle dee (Keller editore). Lì dove per lunga tradizione alcune donne si sono tramandate saperi antichi di guarigione, preveggenza e visione di mondi. Dee perseguitate dai potenti, zar o comunisti o cattolici, ma che hanno resistito. Ai nazisti interessava molto quel mondo, non sono riusciti a nulla. Nonostante l’autrice sia convinta che il comunismo abbia sgominato questa cultura nascosta, è più probabile che a trasformare quelle donne da dee a vecchiette ciarlatane sia stata, con la caduta del muro, l’irruzione del capitalismo, del liberismo, di desideri altri. L’ultima delle sapienti si è estinta nel 2001.

Kateřina Tučková è una curatrice d’arte, ma è inciampata in questa storia così forte che scriverla è stato un lavoro di tre anni, una ricerca per archivi e casellari giudiziari, carte di processi e resoconti di polizia. Perché quei poteri inconsueti potevano essere positivi, ma nelle piccole storie familiari aveva anche poteri di distruzione. Ne fanno fede gli atti di un processo che testimonia di azioni di magia nera, unghie e capelli impastate in un fantoccio di terra, trafitto e bruciato e infilato in un formicaio. L’uomo morì, ma i giudici non riuscirono a provare che la morte fosse stata prodotta da quelle azioni, troppo pericoloso rendere ufficiale per potere nascosto.

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Alicia Giménez-Bartlett, qui a Mantova, è quasi una star. Moltissimi tra gli spettatori hanno letto le storie, che vanno avanti da vent’anni, dell’ispettrice di polizia, Pedra Delicato, e del vice ispettore Fermin. Compagni di indagini e quasi una coppia, mentre le rispettive storie amorose sono un po’ un disastro. Le pile dei suoi libri nel banco accanto al palco (tutti editi da Sellerio, il più recente è Mio caro serial killer) vanno giù che è una bellezza e la coda del “firma copie” è infinita. Lei è spiritosa e leggera, a ma a volte mostra un’intenzione solida. Quando critica, ad esempio la religione. Rispettando tutte le religioni, non quella religiosità dominatrice che si respira in molte zone della Spagna, e non solo. Non le sette, come quella che ha descritto in uno dei suoi libri, giovani uomini che si castrano (ed è un peccato, commenta). Parla della questione catalana con dolore, «non sono separatista ma mi fa male vedere come siano andate le cose da noi, come mi fa male vedere come stanno andando le cose in Italia». Sì, la sua Pedra è una donna normale, spesso sbaglia, a volte errori marchiani. Ma è lei, poi, che trova il bandolo della matassa nelle parole di un testimone, nel particolare trascurato: «Non è eccezionale se non nel suo essere donna», dice sorridendo Giménez-Bartlett. E confessa: «Ho un’amica poliziotta che mi aiuta».

La grande croce delle donne, dice, è il senso di colpa. «Se non si lavora ci si sente in colpa, se si lavora sembra di sottrarre tempo alla famiglia. Quando si sta a casa, invece, ci si ricorda dei doveri trascurati in ufficio, di nuovo senso di colpa. Quando otteniamo un nuovo ruolo non abbandoniamo mai i vecchi. Perdiamolo questo senso di colpa. In fondo non basta che una passeggiata, un incontro con amici, una birretta, un dito di gin». Applausi scroscianti da una platea quasi tutta femminile. L’intervistatore, Bruno Gambarotta, quasi viene sommerso di buuuu quando azzarda una battuta misogina. Non che sia una persona pacificata: ho un’idea positiva dell’uomo, negativa del mondo, dice. Ed è preoccupata dalla crisi economica, che colpisce gli uomini come le donne. Le donne di più. Quando vengono licenziate. Ma anche quando viene licenziato il marito o il compagno, quarantenni rassegnati e senza speranza. Barcellona, dice: «È una città borghese e classista».

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