Giuseppe Traina
Su “La settima funzione del linguaggio”

Il giallo della filosofia

Laurent Binet, seguendo il modello del "Nome della rosa" di Umberto Eco, ha scritto un romanzo di genere dove si indaga sulla morte (inspiegabile) di Roland Barthes

La settima funzione del linguaggio (La Nave di Teseo, 2018, 454 pp., 20 euro) del parigino Laurent Binet è un libro di mole corposa ma che si legge in un fiat, malgrado ad ogni pagina appaiano nomi come quelli di Michel Foucault, Jacques Derrida, Gilles Deleuze, che evocano negli studenti di filosofia affascinanti mal di testa ermeneutici. Com’è possibile? Il fatto è che questi e molti altri filosofi, intellettuali e scrittori, francesi ma non soltanto (Julia Kristeva, Roman Jakobson, Roland Barthes, John Searle, Louis Althusser, Philippe Sollers fino al nostro Umberto Eco, che ha un ruolo rilevante), sono i personaggi di un vivacissimo romanzo molto venato di giallo, che ha avuto un gran successo in patria e calorose accoglienze anche in Italia, da quando vi è stato tradotto ad opera di Anna Maria Lorusso.

Per imbastire un intreccio complicatissimo (e sulla cui tenuta complessiva si può avanzare qualche dubbio) che coinvolge questi e altri prìncipi delle lettere, Binet – che insegna Letteratura a Paris VIII, cioè nella mitica università di Vincennes la cui vocazione gauche è ampiamente sbertucciata nel romanzo – dev’essere partito dalla constatazione che nello stesso 1980 (quando l’autore aveva appena sei anni) Barthes morì dopo essere stato investito da un furgone e Althusser uccise la moglie in un raptus di follia. E ha immaginato una correlazione criminosa dietro questi due eventi luttuosi, che diventano così elementi di una trama spionistico-investigativa dalle molteplici ramificazioni internazionali culminante nelle elezioni presidenziali dell’anno successivo, che videro François Mitterrand approdare finalmente all’Eliseo.

Per realizzare l’impresa Binet ha deciso che il presidente della Repubblica in carica, Valéry Giscard d’Estaing, affidi al commissario Bayard una delicatissima indagine sulla morte di Barthes, che prima di morire stava studiando l’inedita (e improvvisamente importantissima, in vista delle elezioni presidenziali) settima funzione del linguaggio, pronta ad aggiungersi alle sei che, secondo Jakobson, regolano la nostra comunicazione verbale. Poiché Bayard è un duro destrorso che forse leggerebbe Sanantonio ma nulla sa di strutturalismo e semiologia – e poiché è anche maliziosamente omonimo di quel Pierre Bayard, collega di Binet a Paris VIII e autore di Come parlare di un libro senza averlo mai letto (tradotto in Italia da Excelsior 1881) –, decide che, pur continuando a non leggere testi di Barthes o Jakobson, deve orientarsi nella giungla filosofica sinistrorsa che innerva la cultura francese contemporanea; e, poiché un detective che si rispetti deve avere una spalla all’altezza, arruola nell’impresa il giovane dottorando Simon Herzog, destinato a diventare la sua guida culturale nel ginepraio popolato di analitici e continentali nel quale entrambi si avventurano, spostandosi tra Bologna, Ithaca e Venezia (non senza un epilogo napoletano), rischiando la vita o le dita di una mano, imbattendosi in spie di ogni sorta e nazione, addentrandosi imbarazzati nel sottobosco della prostituzione omosessuale dominato da un Foucault molto sopra le righe ma al quale il povero Barthes non era estraneo, scoprendo l’esistenza di una colta conventicola internazionale di retori ambiziosissimi.

Non riveleremo altro sul plot del romanzo, che ha pagine assai divertenti, di un’irriverenza disinibita che fa pensare all’Umberto Eco del Diario minimo che prenda per i fondelli l’Umberto Eco romanziere.

Molti, infatti, sono i debiti di Binet nei confronti del Nome della rosa, del marchingegno prodigioso con cui Eco trasformò una disputa tra diverse concezioni filosofiche medioevali in un giallo dal successo planetario; e sembrerebbe pagarli, questi debiti, quando ci mostra Eco che, mentre ascolta i due detectives francesi, ha l’intuizione del suo primo romanzo; ma Binet se ne infischia allegramente della cronologia e fa progettare nel 1980 un romanzo che invece, dopo lunghissima gestazione, fu pubblicato proprio in quell’anno. E se il ritratto sbozzato del semiologo italiano può risultare quasi credibile e tutto sommato affettuoso, non si riesce a perdonare a Binet il cinismo con cui incastra la strage della stazione di Bologna nella sua rete di crimini incrociati e tutti ruotanti sulla famosa settima funzione del linguaggio. Che, inesistente in Jakobson, qui pare baluginare tra gli appunti di Barthes e altri misteri, con una relativa verosimiglianza teorica ma soprattutto con una necessaria funzionalità all’intreccio.

Ecco, il cinismo: come un Tarantino della pagina scritta, Binet sgrana con il medesimo impartecipe mood gesti di efferata violenza e innamoramenti liliali, arguzie sottili e pensose riflessioni, le follie verbali di Sollers e le movenze reticenti della Kristeva, le riunioni degli staff di Mitterrand e Giscard e le astuzie di un giovane prostituto della banlieue, le criptocitazioni più raffinate e il riuso di un personaggio fittizio sottratto a David Lodge. Il risultato, a dirla tutta, non è imperdibile e, se si esclude il divertimento di alcune pagine (soprattutto quelle di ambientazione americana), alla fine della lettura ci si chiede cosa rimanga di utile al lettore. Ben altro era stato l’impegno di Eco, ben più lodevole ed efficace la sua vocazione pedagogica appena dissimulata dietro il divertimento della narrazione. E ben più attenti i correttori di bozze, alla Bompiani di allora.

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