Daniela Matronola
A proposito di “Dipingere l'invisibile”

Il ghigno di Bacon

Fabrizio Coscia, in un piccolo e prezioso libro, insegue il segno e l'ossessione del grande Francis Bacon, cercando di anlizzare perché il pittore irlandese riusciva sempre a giungere all'essenza dell'umano

Fin dagli exerga il libro di Fabrizio Coscia su Francis Bacon (Dipingere l’invisibile, sulle tracce di Francis Bacon, Sillabe, 80 pagine, 10 euro) dichiara le due anime del discorso: rendere visibile ciò che è invisibile ai più e che solo l’artista sa vedere, risultandone ossessionato/a, e la natura convulsa della bellezza – tra Eschilo e Bréton. In effetti, la pittura di Francis Bacon ne esce grondante, e lo dico questo sulla scorta della lettura di questo, ma anche di un altro libro (L’éffroyable viande, di Alain Milon – Filosofia, Parigi 10) che ho trovato in una libreria a St. Germain tempo fa, e che vorrei tradurre per i lettori italiani, perché, con approccio diverso da questo lavoro di Fabrizio Coscia, campiona quel velo che col proprio spessore deforma la visione, oltre la quale agisce l’indagine chirurgica del pittore irlandese – come se Francis Bacon scostasse i lembi di carne che avvolgono e proteggono gli organi sensibili del corpo umano, svolgendo una funzione preziosa ma costituendo anche un elemento di separazione tra il vero umano e il mondo: scostando quei lembi, Bacon porta alla luce l’essenza dell’umano.

Come nasce questo libro di Fabrizio Coscia? Sul piano editoriale si tratta del volume n. 1 di una collana ideata e curata da Antonio Celano (Parole dell’Arte) della casa editrice Sillabe (Livorno) specializzata in libri d’arte. La neonata collana ha già in programma più di una decina di testi in cui gli autori sono chiamati a raccontare la propria genuina esperienza ‘degli’ artisti: «Gli elementi distintivi della collana – spiega Antonio Celano in fondo a questo primo volumetto – sono: il confronto autoriale; il reportage colto e brioso; il ritratto vivo, la guida esperienziale e umana all’artista in grado di aprirci la conoscenza del suo modo/mondo artistico; l’elemento casuale» […] che diventa «singola “chicca” preziosa da non perdere». Una collana di tascabili sempre sull’arte com’è già tradizione per questo editore, ma con la vocazione precisa di voler «recuperare […] una raffinata tradizione italiana di reportage critico di impostazione giornalistica e letteraria».

Sul piano invece del «confronto autoriale», e quindi della scelta di Fabrizio Coscia di esplorare Francis Bacon spostando tutti i diaframmi e tutte le sovrastrutture (che Bacon non evita, non cancella, ma mette in campo, partendo da immagini rumorose, disturbate, digrignate, come altrettante pellicole da sollevare o pelli da scuoiare per svelare il corpo che pulsa là sotto e dentro) per trovare la frequenza sulla quale trovarlo e entrare con lui in definitiva comunicazione, anzi in conversazione. Questo libro parte infatti da una incomprensione e da una confusione dovute all’impatto devastante di una visione. Un incontro che avvenne molto tempo fa, in diverse circostanze forse poco incoraggianti. La perplessità di allora (che fa il paio con l’inarrendevole volontà di Bacon di entrare dentro l’uomo e scovarlo) divenne per Fabrizio Coscia una sorda ossessione dovuta all’impressione che l’impatto dell’immagine aveva inscritto a lettere di fuoco nel suo “sistema nervoso”, secondo le previsioni dello stesso Francis Bacon che ha sempre mirato a quanto pare all’inconscio dello spettatore.

Anni fa vidi una mostra di Francis Bacon alla Galleria Borghese. Le sue note figure estenuate, macellate, digrignate, lancinate erano in improbabile relazione con le opere della collezione permanente della Galleria. Ero con un’amica e ragionavamo su Bacon, la sua pittura, il suo uso del colore, i bui che spesso ha usato per far emergere sbocchi di luce e figure in una sorta di caravaggismo contemporaneo altrettanto violento, ferale – un giovane visitatore seduto appresso a noi aveva orecchiato i nostri discorsi e si inserì a gamba tesa dichiarando che Bacon era un fotografo, e tale era rimasto per tutta la sua lunga attività, lui che di amanti ne aveva sepolti alcuni. In realtà non è così. Spesso Bacon ha lavorato su delle fotografie, ma non sue, come scoprirete leggendo questo imperdibile libro. E d’altro canto i quadri di Francis Bacon mi pare siano piuttosto delle lastre, delle TAC, dei referti.

La prima volta che vidi i quadri di Bacon fu nel 1994 alla Tate Gallery e rimasi folgorata dal suo uso dell’arancio, e dalle bocche dentate delle donne ai piedi della croce che parevano erinni, dai brodi di colore in cui come dentro pentoloni bollenti erano state messe a bagno figure umane o animali (memorabile quel toro livido che emerge dal buio e sta per solcare la terra rossa dell’arena). Coniai anche un’espressione, «ghigno baconiano», che inviai al mio amico utilizzando una riproduzione del Trittico come Studio di Figure per la Crocifissione come cartolina (quando ancora si mandavano cartoline, e lettere – pochi anni fa, dopotutto).

Fabrizio Coscia in questo libro, piccolo e denso, ragiona anche su questo uso di Bacon dei trittici che sembrano richiamare l’uso medievale delle pale lignee a sportelli su cui in genere si dipingevano soggetti religiosi. Bacon fa un gesto rivoluzionario: instaura nei trittici una religione dell’umano, e crea la sequenza di frames, come fossero fotogrammi di pellicole cinematografiche. Il soggetto si muove stando fermo, assume atteggiamenti diversi di una medesima posa, si distorce (pensiamo ai ritratti di Geoff Dyer, o a certi autoritratti in coppia con Lucien Freud, altro grande pittore novecentesco), e afferra il vero senso dei polittici.

Fabrizio Coscia, già incline a «trovare una voce e a modularla» per tessere resoconti e intrecci tra scrittori e artisti nei suoi libri precedenti (tra cui Soli eravamo e La bellezza che resta), ha pedinato Francis Bacon trovando corrispondenze inedite con luoghi letterari e del cinema coi quali le inquietudini del pittore irlandese (vissuto per lo più a Londra e morto a Madrid, e suggestionato in giovane età da Picasso, visto a Parigi) risuonano in modo esauriente e molto suggestivo: con questo sistema di rimandi e una sapiente marcia di avvicinamento per brevi capitoli, Fabrizio Coscia tocca con mano la sostanza della pittura di Francis Bacon e della sua persona, che per parte sua ha passato l’intera vita a esplorare il mistero umano.

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