Giuliano Capecelatro
Nostra scatologia quotidiana

Debord nella Rete

La società dello spettacolo è diventata la società del fondamentalismo (non solo verbale) a misura di social network. Qual è stato il passo finale di questo imbarbarimento dello stile e delle idee?

C’è di mezzo Guy Debord, che mezzo secolo fa snidò lo strepitante carro di Tespi accovacciato nelle pieghe del quotidiano: il mondo è un accumulo di spettacoli, sentenziò; il mondo fece spallucce, comunque stampò e mise in vendita La società dello spettacolo, e continuò imperturbato per la sua strada.

C’è di mezzo la Commedia dell’Arte, che può giubilare, dopo secolare attesa, per la venuta al mondo di una nuova maschera, salita con prepotenza alla ribalta, da alcuni indossata con sagacia, da altri con goffo dilettantismo.

C’è di mezzo la ragnatela impalpabile del web, che consente di diffondere in tempo reale umori, emozioni, pulsioni, languori, lirismi, in cui un Io sbertucciato e polverizzato dal trionfo di ingranaggi sociali criminali e criminogeni può illudersi di ricomporsi e stagliarsi da protagonista nel rullare di tamburi di guerra.

C’è di mezzo un vento di follia che si insinua in ogni dove, scopre un panorama di nervi ipertesi, reattivi al minimo stimolo, pronti a rendere pan per focaccia ad ogni immaginata provocazione.

C’è di mezzo un’umanità smarrita, che si agita scomposta alla ricerca del Nemico da abbattere. Benvenuti nel fantastico mondo del Fondamentalismo Digitale.

Dante, va da sé, non poteva conoscere i social; ma da grandissimo intellettuale, e politico scaltrito, aveva individuato il meccanismo elementare, atavico, che li governa e che, del resto, operava a pieno regime anche nella sua epoca. Il tutto riassunto in un celebre verso e mezzo: “…e un Marcel diventa/ogne villan che parteggiando viene” (Purgatorio, canto VI): un Debord del tredicesimo-quattordicesimo secolo, via.

Già, perché facebook e i suoi accoliti virtuali hanno questo di bello, di attraente per grandi masse: fornisce un corazza dentro cui riparare il proprio labile, forse inesistente, Io, coniglietto che può finalmente lanciare agognati ruggiti da leone. E allora giù con le invettive, gli anatemi, gli insulti, le offese sanguinose – sì, sì!!! – in un crescendo dissonante.

Per un florilegio non c’è che da tirare le reti: gli esempi guizzano come tanti pesciolini. A torto o ragione, un sociologo ha perorato la causa del reddito di cittadinanza. Probabilmente una bolla di sapone; puntuale, su facebook un post, firmato Eddi C, lo bolla: «Ci hai scassato il cazzo per mesi col reddito di cittadinanza…».

Il legame tra social e giornali si fa strettissimo, quasi consustanziale. Rimbalza il titolo con cui il Tempo, quotidiano romano per sparuti intimi, infierisce su Nicolas Sarkozy, incappato in una grana giudiziaria di mazzette libiche: «Ridi su sto Sarkozy». Doppiato da un blogger, Gianni F., che più maramaldescamente affonda il colpo: «È con sommo piacere che ti diciamo ridi su sto cazzo ora». Brucia ancora, a una certa parte politica, il ricordo dei maliziosi sorrisi di intesa tra Angela Merkel, cancelliera tedesca, e Sarkozy, all’epoca presidente francese, al nome dell’ex cavaliere Silvio Berlusconi, che in quei giorni stava per essere disonorevolmente disarcionato. La vendetta è un piatto freddo… e piccante, meglio se molto piccante.

«Cessa», che non è l’imperativo del verbo cessare, è l’epiteto più lieve rivolto a una giovane e versatile giornalista napoletana, che segue con passione e perizia linguistica le vicende della squadra di calcio cittadina. Il pallone, si sa, accende gli animi al pari della politica. Ed ecco che, al termine di una qualche querelle tifosa, la giornalista si vede raggiungere da questo soave trillo, targato MikyHouse: «Prendilo in culo stasera. Ah già ci sei abituata».

Terreno fertile per la Commedia dell’Arte, che garrula annuncia la nascita di Rozzone. Maestro nell’arte dell’insulto da social, esperto nella simulazione di rissa, beniamino degli ochigiulivi (lode al compianto Sergio Saviane) della conduzione televisiva, che se lo contendono a suon di gettoni di presenza. Non di rado, chi ne indossa la maschera è uomo di una certa cultura. In grado di discettare di Pontormo e Caravaggio, si concede comparsate in politica dove strappa anche incarichi. Ma l’habitat naturale sono media e social, che concima di materiale scatologico. Effetto collaterale: una fioritura di patetici municipalismi intrisi di chimere nostalgiche.

Il pubblico ama Rozzone, anche se pudicamente finge di biasimarne qualche eccesso: lo sente affine, perfetta incarnazione dello spirito del tempo. E lui, impavido navigatore dei social, imperversa nei talk, nei dibattiti politici, nelle isole per nullafacenti infoiati di notorietà, tra i grandifratelli, nelle trasmissioni di cuori infranti, che stemperano delusioni sentimentali nelle acque del turpiloquio.

Occhi spiritati, sale al proscenio, le gote infiammate, gonfie come un tacchino del thanksgiving day, l’adrenalina in costante ascesa, che fa subodorare la presenza di qualche ben dosata sostanza psicotropa. Il suo linguaggio diretto, scevro di inibizioni, fa sdilinquire gli anchorman/woman, che simulano sdegno o preoccupazione ma intimamente gongolano per l’audience che va alle stelle. Il suo contumelioso repertorio spazia dall’ormai castigatissimo “vaffanculo” a “faccia di merda”, da “finocchio” a “uccello moscio”, dove il sesso più che strumento del piacere diventa arma per la mortificazione dello spirito.

Insomma il Marcel dantesco, calato nella realtà del ventunesimo secolo, gladiatoriamente immerso nelle spire della virtualità, grida a squarciagola la sua verità. Che non è opinione tra opinioni. Ma Verità assiomatica, che non ha bisogno di essere dimostrata perché evidente di per sé. Chi non la pensa come lui, ne consegue, non può che essere un minus habens, un mentecatto. Un essere da buttar fuori dal consorzio umano, da dileggiare, colpire, annichilire nel senso strettamente letterale del termine: rendere niente. Dopo di che si instaurerà l’epoca favolosa del Pensiero Unico Garantito e Protetto.

Bisogna dare atto alla destra (sempre che certi toponimi abbiano ancora valenza politica) di averci sempre saputo fare col turpiloquio, la denigrazione, il plebeismo smaccato. I richiami alla sfera genitale maschile costituiscono il nerbo e il vanto dell’eloquio dei suoi seguaci. Prima che il politico scoprisse le meraviglie del Sud e delle sue genti, post rilanciavano le invettive di Matteo Salvini: «Ci hanno rotto i coglioni i giovani del Mezzogiorno. Che vadano a fanculo».

Savonaroliana, Paola Taverna, fresca vicepresidente del Senato, tracciava (lo rammemora un post di Eddi C.) un’impietosa analisi degli avversari politici: «Io al Pd ho detto mafiosi, schifosi, siete delle merde, ve ne dovete andare, dovete morire». E se c’è di mezzo un cavallo di battaglia di formazioni neofasciste, l’abolizione dell’aborto, il militante chiosa con squisita metafora che se qualcuno è nato può considerarsi fortunato perché in quel momento «la Bonino stava succhiando il gelato di King Kong». Mentre Denis si pavoneggia: «Ho cinque figli maschi, sani, belli e non sono gay ne (l’assenza di accento è uno stilema dell’autore del post) musulmani». Per concludere con cipiglio marziale: «Farò in modo che nulla li contamini», probabile auspicio di pulizie etniche.

La sinistra ha il pregio di far tesoro dell’esperienza. Ne prende di batoste, ma ogni volta arricchisce il proprio bagaglio teorico. La Caporetto elettorale ha scatenato un dibattito rovente tra le varie fazioni, con reciproci scambi di accuse, indicazioni incontrovertibili della strada giusta da seguire per la riscossa, il marchio quasi deamicisiano di “analfabeti di sinistra” per i presunti colpevoli della disfatta e tanti begli insulti per non apparire démodé.

Il mondo è un accumulo di spettacoli: già. Qualcun altro, il filosofo Theodor Wiesengrund Adorno, mentre gli esseri umani allegramente si squartavano su scala mondiale, a ribadire le ragioni di una “vita offesa aveva annotato: non si dà vita vera nella falsa. Il mondo, al solito, che comunque si era premurato di stampare e vendere carrettate dei Minima moralia, fece spallucce e continuò per la sua strada.

Vita vera: ah ah ah! “Il tutto è il falso”, insisteva con marxiano aforisma Adorno. Un’ubiqua Disneyland cela la realtà oscena di beati pauci che possiedono il novanta per cento della Terra, e di fatto iugulano i loro cosiddetti simili. Niente paura: ognuno può impancarsi a mattatore, mettere in scena la propria consolatoria performance, sognarsi Marcello che sprezza e deride qualsivoglia nemico. Baldanzoso, il carro di Tespi dell’ilare razza umana, procede l’insensato viaggio al termine della notte.

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