Alberto Fraccacreta
Nicola Crocetti celebrato a Urbino

La Dama e il Cavaliere

Al grecista, traduttore ed editore della rivista «più bella del mondo» il Sigillo d’Ateneo dell'Università degli Studi Carlo Bo. Tra i suoi tanti meriti quello di aver dato sostanza “sociale” alla Poesia, immettendola nel contingente, rendendola viva. Pubblichiamo il testo dell’omaggio che gli è stato rivolto

Ieri 16 ottobre, il Magnifico Rettore Vilberto Stocchi ha conferito al grecista, traduttore ed editore Nicola Crocetti il Sigillo d’Ateneo dell’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo. Per l’occasione sono stati celebrati i trent’anni di “Poesia”, storica rivista definita dal poeta inglese Tony Harrison «la più bella del mondo». Pubblichiamo l’omaggio rivolto a Crocetti da Alberto Fraccacreta, membro del Centro Teatrale Universitario Cesare Questa, tra i promotori dell’evento.

Ricordo che, sin da piccolo, andavano a zonzo per casa i numeri della rivista “Poesia”, sfondo in bianco e nero o a colori e titolo rigorosamente in rosso, verde o azzurro. Ogni mese arrivava una copia. Spesso udivo quello che per me, allora, era un nome fra tanti, un flatus vocis: Crocetti. Col tempo cominciò ad acquisire una valenza davvero simbolica, perché era sempre di più associato al vocabolo “poesia”, appunto. Una volta, chissà con quale ardimento, aprii a caso un numero delle riviste accatastate sulla scrivania di mio padre (precisamente n. 89, anno VIII, novembre 1995 – Il rimedio della poesia di Franco Buffoni) e mi imbattei in questi versi di Seamus Heaney: «Sono ritornato su una lunga spiaggia/ l’ansa a gomito di una baia,/ e vi ho trovato soltanto il secolare/ potere del tuono dell’Atlantico». Fu una rivelazione. In verità, non capii molto: il poeta torna (da dove?) su una spiaggia che ruota in un’insenatura a ridosso dell’oceano, mentre il clima non deve essere così cordiale poiché il tuono, proprio in quell’istante, esercita il suo “potere”. Dal punto di vista immaginativo, era un vero rompicapo. Ma i versi seguenti parevano maggiormente rivelatori: «Stavo di fronte ai non magici/ richiami dell’Islanda,/ alle patetiche colonie/ di Groenlandia, e all’improvviso/ quei favolosi predoni…».

Mi sembrava quasi impossibile afferrare il significato, riuscire a figurarmi nella mente connessioni così ardite, molto lontane dalla veridicità di quelli che potevano essere i fatti. Come si fa – intendo proprio dal punto di vista tecnico – a stare di fronte ai “richiami” per altro “non magici” dell’Islanda? E poi perché le “colonie di Groenlandia” sono definite “patetiche”? E i “predoni”, gente notoriamente non molto tranquilla, “favolosi”? In questo misto di falsa genericità e attentissima precisione era difficile orientarsi, ma una cosa mi parve certa: più del tuono dell’Atlantico, il potere rievocatore di quella poesia fu – ed è tuttora – stupefacente. Non avevo idea di cosa parlasse, non capivo il continuum logico-razionale, eppure avvertivo l’“atmosfera” di quella scena. Impossibile a stagliarsi nella mente, l’immagine ne faceva scaturire altre, strane, confuse, anche bizzarre che prendevano forma nei sogni e mi accompagnavano nella vita quotidiana come un lento ma continuo refluire. Cominciai a credere che esistesse un altro tipo di linguaggio, capace di callidae iuncturae, accostamenti audaci, rimbalzi di senso e cortocircuiti mentali che sprigionano immagini al di là di ogni possibile contatto con il reale e, non per questo, meno autentiche.

Heaney mi aveva trasmesso in maniera inconscia un punto del tutto differente dal quale osservare le cose. Ma ciò era stato concesso per merito di un nome di cui nulla sapevo: Crocetti. Da allora, in quella sorta di investitura poetica dal sapore molto esiodeo, l’editore divenne per me un cavaliere senza volto – all’epoca non esisteva Google Immagini – che pareva salvasse costantemente una donna mirabile dal tremendo oblio che serbava nel suo destino (destino condiviso da tutti nel momento in cui ci si dimentica del potere salvifico della parola e del carattere irrinunciabile dell’immaginazione): e si dava il caso che questa donna fosse la Poesia. Ed era Crocetti che la riportava coraggiosamente sul “pezzo”, come si dice spesso in gergo. La faceva rivivere con la sua coraggiosa opera di diffusione. Era Crocetti che conduceva al debutto in Italia Heaney e altri grandi poeti non ancora tradotti o scarsamente diffusi. Era Crocetti che dava corpo e utilità alla poesia, non lasciandola ammuffire nelle biblioteche o in fredde lezioni in cui spesso si viviseziona ogni singolo verso, ma non si riesce mai a trasmettere l’impatto emotivo. Crocetti stava dando sostanza “sociale” alla poesia, la immetteva nel contingente, la rendeva e la rende viva.

La mia personale Elicona (Personal Elicona è il titolo, per altro, di un’altra grande lirica heaniana), come l’Elicona di molti altri adolescenti e non, il luogo materiale d’incontro con le Muse fu, dunque, la “favolosa” rivista di Crocetti. Recentemente mi è capito di leggere in Egrette bianche, quattordicesima silloge del compianto Derek Walcott, due versi molto significativi: «E quella ragazza italiana, di talento e con un’indole di miele,/ scomparsa dai fogli di “Poesia”, scomparsa dal selciato umido…». Non credevo che un Premio Nobel arrivasse al punto di inserire, in una sua sequenza lirica, un riferimento così smaccato! E, se ci si sofferma sui versi di Walcott, si capisce che, in fin dei conti, è proprio così. Una ragazza lontana e irraggiungibile scompare dai selciati umidi, anche adesso, anche in questo momento, a Urbino. Ma c’è cavaliere (con un volto) che salva questa bellissima donna, la Poesia.

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