Nando Vitali
A proposito di "Intrappolati"

Il mare della sventura

Michele Caccamo e Luisella Pescatori hanno trasformato in romanzo (quasi in cunto antico) l'odissea tragica di tutti quegli uomini e donne che traversano il Mediterraneo in cerca di speranza. Per fare delle parole un ponte

La vicenda epocale, quasi biblica, delle migrazioni di clandestini verso l’Europa, che scappano da guerre e povertà, e il terrorismo, si sono mischiate, al punto da renderne complicata una divisione netta. Scrivere un romanzo introspettivo su questo tema spinoso e controverso, inafferrabile, è un atto di coraggio innanzitutto: è il caso di Intrappolati – Gli scafisti di Burg Migheizil di Michele Caccamo e Luisella Pescatori (Castelvecchi Editore pp. 123, 14,50 euro). Fondere le norme classiche della narrazione avventurosa (fiction), con la naturale propensione poetica degli autori, è stata la vera scommessa di questa storia.

Culture millenarie, stratificate, che si fondano sui miti delle Mille e una notte, la parola rigenerante (Sherazade che allontana la morte) e la barbarie, sono stati un viaggio che poteva avere solo nel regno dell’onirico un luogo di costruzione. Mi sentirei di sottolineare la densità estetica che sottende la vicenda. Lo spartito, frutto di una ricerca sapiente e senza pregiudizi, sulla cultura islamica, di cui abbiamo una conoscenza approssimativa per forza di cose contaminata dalla realtà dell’oggi.

Il protagonista, Ibrahim, è l’involontario scafista di uno di questi barconi della speranza che trasformerà “nella nave dei medicamenti”, per le vite comunque salvate. Ma il romanzo è nella pluralità delle voci che trova la sua orchestrazione migliore. Anche se Hayam (sposa promessa di Ibrahim) e il piccolo Bashir, restano nella memoria del lettore per la forza della loro voce significante.

Si intrecciano dunque storie di sofferenza e speranza. Di morte spesso. Ma anche di poesia che gli autori con rara sensibilità, senza lasciarsi prendere dall’emotività, utilizzano abilmente nel raccontarci il tentativo di raggiungere Lampedusa da una piccola località dell’Egitto, Burg Migheizil. Si avvertono odori e sogni, i sensi primitivi della pelle, e il pensiero dei protagonisti del viaggio su una di quelle cosiddette carrette del mare.

Poveri sventurati. Alcuni troveranno la morte fra le onde aguzze di un mare tutt’altro che amico, che chissà mai se ne restituirà i corpi martoriati. Forse i protagonisti sono intrappolati in un sogno. O in un incubo. O forse siamo noi ad essere prigionieri di molti luoghi comuni.

La vicenda alterna una tessitura fiabesca di storie e leggende, brani del Corano, e un fraseggio musicale che mi ha fatto pensare a un romanzo-canzone. Di quelli che al nostro Sud eravamo abituati ad ascoltare dai cantastorie come Ciccio Busacca, o da poeti come Ignazio Buttitta. Canzonieri vicini ai cunti di Basile, o alla tradizione epica di Omero.

Un libro scritto a quattro mani che appassiona, ma serba nel finale un insospettato ribaltamento. Una coda tragica. Un romanzo delle interrogazioni e dei dubbi dunque, che ci fa riflettere su noi e sulla vita stessa. Ma anche che la scrittura di qualità può essere un ponte gettato fra diversi modi di concepire il mondo. Un momento di conoscenza di cui si fanno artefici gli scrittori che spostano la storia privata in un ambito più vasto di ragionamento, dove, mi pare di poter dire, che la poesia può avere un ruolo salvifico anche quando la crudezza della vita si fa prassi impietosa del male.

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