Francesco Arturo Saponaro
Visto a Caracalla a Roma

Il Muro di Carmen

La «Carmen» con le scene di scene di Samal Blak e la regìa di Valentina Carrasco vive alla frontiera tra Messico e Usa. Ma il merito del successo, come al solito, è della musica di Bizet, diretta da Jesús López-Cobos

Come per molte stupidate, effetto contrario: una bella pubblicità. Dopo la “prima” di Carmen alle Terme di Caracalla, per la stagione estiva del Teatro dell’Opera, l’Ambasciata del Messico è riuscita a partorire un boomerang. Ha inviato una lettera di protesta al sindaco di Roma, Virginia Raggi, che per statuto è presidente della Fondazione lirica, esprimendo sorpresa e indignazione rispetto alla messa in scena. E ha lamentato, nello spettacolo, la presentazione di «…un’immagine deformata della Vergine di Guadalupe, collegata al culto della Santa Morte, …modificando così il ritratto di questa figura fondamentale in Messico». L’Ambasciata ha quindi stigmatizzato la «rozza e semplicistica rappresentazione del nostro Paese e delle sue tradizioni», che ha offerto «…una visione caricaturale…fondata su stereotipi che non rappresentano i messicani e la loro cultura». E, a chiudere il comunicato, ovviamente un bel pistolotto in favore della «libertà artistica in tutte le sue espressioni»…! Lasciamo perdere. Lo spettacolo nell’insieme merita di essere visto, e soprattutto ascoltato, con repliche che durano fino al 4 agosto.

Per questo nuovo allestimento – scene di Samal Blak, costumi di Luis Carvalho, luci di Peter van Praet, coreografia di Erika Rombaldoni e Massimiliano Volpini – il progetto della regista Valentina Carrasco, collaboratrice della catalana Fura dels Baus, ha scelto di cavalcare l’onda dell’attualità. E quindi i celebri luoghi sui quali si apre il sipario di Carmen – Piazza di Siviglia, corpo di guardia dei dragoni e manifattura tabacchi – sono diventati Tijuana, la spaventosa frontiera tra Usa e Messico. Lato messicano, ovvio. Al fondo, un muro inequivocabile con pupazzi che cercano di scavalcare. Sul varco, i dragoni sono guardie di sicurezza piuttosto brutali. In più, sull’altro lato della barriera, scritte e slogan trumpiani. Lungo l’intero palcoscenico, un suk pezzente di bancarelle, corredato da stracciaroli, contrabbandieri e ogni forma di miserabile commercio. Un universo di disperati che si arrangiano, in tante controscene popolate di mimi e comparse, oltre ai personaggi e al coro. Non manca un brulichìo di prostitute, coppie gay, trans dei quali uno barbuto, tipo Conchita Wurst. Insomma tutto, troppo, compresa una lap dance nell’osteria di Lillas Pastia. Un progetto scenico piuttosto scontato, in realtà, e zeppo di luoghi comuni ammiccanti al pittoresco e al folklore, per quanto ambientato all’oggi, con qualche scenetta datata che si vedeva nelle regìe di una volta.

Riuscito e disinvolto però, tranne qualche dettaglio, il movimento dei personaggi principali. I quali hanno offerto un contributo decisivo al bel risultato musicale. Il mezzosoprano Veronica Simeoni è una Carmen notevole nella fierezza del personaggio e nella sua rivendicazione di libertà, fino al conclusivo duetto del femminicidio. Una resa drammaturgica calibrata, la sua, senza sbavature e tentazioni di sensualità fatale, con un corredo di accenti e una linea interpretativa disegnati su una vocalità sempre omogenea, ben timbrata, in stile e gusto impeccabili. Discreto il tenore Roberto Aronica, Don Josè, che dopo una condotta vocale non sempre aderente al delicato gusto francese, con qualche vibrato di troppo negli acuti, trova nel grande duetto finale una convincente linea di canto, sorretta da accenti più opportuni. Notevole la Micaëla di Rosa Feola, che a un’impeccabile vocalità unisce una resa interpretativa molto apprezzabile perché lontana da leziosità e melensaggini, talvolta affioranti nel personaggio. Escamillo titolare è Alexander Vinogradov, che è apparso un po’ greve alla prima perché in condizioni non buone, tanto da essere sostituito dopo l’intervallo dall’altro baritono Fabrizio Beggi, che ha fatto onorevolmente fronte all’emergenza. Lodevole le prove dei comprimari: Daniela Cappiello, Anna Pennisi, Alessio Verna, Pietro Picone, Gianfranco Montresor, Timofei Baranov. Positiva, attenta la prestazione del coro, preparato da Roberto Gabbiani. Sul podio, l’esperta bacchetta di Jesús López-Cobos, che ha ottenuto dall’orchestra e dalle voci una bella concertazione, mirata al colore e alla delicatezza del suono più che alla ricerca di ritmi sostenuti e tinte accese. Una scelta che affonda le sue ragioni in una profonda conoscenza di questo particolare teatro musicale. Copiosi, meritati applausi.

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