Valentina Fortichiari
Il libro di Barbara Garlaschelli

Il sesso che guarisce

La vicenda della scrittrice, tetraplegica fin da ragazza, approdata alla scrittura dopo aver saputo reagire con coraggio, sapienza e leggerezza alla sua condizione estrema. L’esito è una felice attività letteraria testimoniata da “Non volevo morire vergine” che supera i tabù su disabilità e sessualità

«Niente dovrebbe restare vergine. Nessuna vita, nessuna pagina bianca, nessun pensiero, nessun luogo. … Niente dovrebbe restare immacolato… Niente dovrebbe restare vergine, né il corpo, né la mente, che racchiudono in sé la traboccante vitalità di ciò che siamo».
«L’umanità che si salva, prima di tutto, immagina»: è una frase del libro di Alessandra Sarchi, La notte ha la mia voce (Einaudi 2016), su una romanzesca vicenda di rinascita alla vita dopo un incidente che ha lasciato la protagonista su una sedia a rotelle. Chi vive una esperienza simile può fare leva su un coraggio smisurato e la forza di una immaginazione che consente all’involucro corporeo che la ospita di tornare a sognare, volare, compiere ogni movimento apparentemente negato. Barbara Garlaschelli è incorsa – il 3 agosto 1981, ad Arma di Taggia – in uno di quei “capricci del destino” che ha fermato il suo corpo esuberante proprio nel momento della gioia di nuotare in mare: quale estasi più vitale di un tuffo nella stagione felice di una adolescente irrefrenabile che preferisce lo sport allo shopping? L’impatto imprevisto, fatale, con una pietra: e le membra che franano, il colpo alla testa che le rende inerti, svuotate di sensibilità. C’è una sorta di reticenza nella ripetizione di quell’episodio, quasi a voler fermare la moviola dei ricordi per poter riavvolgere il nastro e fermarlo nell’istante fatidico, per annullarlo: Barbara dice poche parole ogni volta («L’ultima cosa che il corpo ricorda è l’acqua», acque natali e acque di rigenerazione), non si sofferma sulla descrizione, in questo modo amplifica nel lettore le sensazioni drammatiche, dolorose dell’impatto, da cui tutto ha origine.

cop garlaschelliDa qui infatti esordisce la sua seconda vita, da verticale in orizzontale e poi seduta, dipendente dagli altri («Chi non può muoversi e per farlo dipende dagli altri perde il pudore del corpo»), di colei che – privata dell’uso delle gambe – ha smarrito per sempre il gusto di camminare, di stare in piedi, di guardarsi le spalle, la possibilità di essere semplicemente come tutte le sue compagne nel pieno della giovinezza: «Com’è il calore di una carezza, cosa si sente camminando a piedi nudi, cosa si prova cadendo sulle ginocchia, qual è la sensazione dei muscoli delle gambe quando si tendono per un salto, il divertimento di muovere le dita dei piedi, il piacere nel grattarsi la schiena». Come si sopravvive in questi casi? Come si costruisce un nuovo edificio per la coesistenza tra il nuovo corpo muto e la mente affamata? Facendo leva sugli affetti, sulla intelligente, acutissima sensibilità complice di due genitori fuori del comune, specie il padre Renzo, che l’abbraccia, la “contiene”, genitori che le stanno vicini senza mai opprimerla, con la leggerezza persino spiritosa di chi ha imparato a vivere ogni avventura esistenziale con ottimismo, gioia, empatia. Guai a bandire l’allegria intorno a chi ha tanto sofferto ed è impegnata nel lavoro di reinvenzione di se stessa.

Con ammirevole forza di volontà – dopo la degenza, le cure necessarie, i pellegrinaggi per la riabilitazione – Barbara, ragazza interrotta, ragazza tetraplegica a quindici anni, porta a compimento gli studi, maturità, laurea in Lettere moderne, diventa colei che era destinata sin da bambina a essere: usa l’immaginazione per diventare scrittrice, come ha sempre voluto, con una peculiare, originalissima personalità, uno stile, una pasta di scrittura disinvolta, spontanea, capace di ironia e – complemento assai raro – di autoironia. Perché la scrittura è lo spazio che colma la distanza tra sé e gli altri, tra sé e il corpo, è la possibilità di riappropriarsi di se stessa, di vivere più esistenze. Inoltre Barbara è bella e la sua bellezza di donna che ha imparato il sottile gioco della seduzione – oggi – a 51 anni (di cui 36 trascorsi su una sedia a rotelle), alta un metro e ottanta, peso 70 kg, dalle forme morbide, dal volto espressivo, dagli occhi ridenti, ha assunto nuovi colori, fascino, sensualità. Barbara veste spesso maglie che le mettono in risalto collo e spalle da nuotatrice, e in rete ha un seguito numeroso di lettori che la seguono fedelmente.

Com’è arrivata a questo suo modo felice di recuperare la vita? Attraverso le esperienze d’amore e di erotismo che non si è fatta mancare. Quando l’adolescente supera il trauma e pensa, comprende che pudori, libertà, desideri esigono la loro parte, il corpo – che può essere una macchina perfetta nonostante tutto – ha i suoi appetiti. Non volevo morire vergine (Piemme Voci, 200 pagine, 17 euro), declinato al presente, diventa il mantra, ovvero il sogno, il progetto, di una giovane donna grintosa e volitiva, pronta per una vitalità amatoria che deve imparare tutto («Voglio sapere cosa mi sono persa. Lo voglio e lo avrò»), sin dall’inizio, dall’alfabeto dei baci, per esempio, e che accumula prove e tentativi goffi con uomini che si offrono volontari, poi esperienze complete, talune soddisfacenti, altre deludenti con uomini più giovani, uomini sposati, uomini «in transito nel mio corpo e nella mia casa», com’è di chiunque insegua un compagno che sappia appagarla e insieme farla divertire.

Barbara-GarlaschelliRaccontare avventure erotiche è uno di quei terreni insidiosi dove ogni scrittore o scrittrice rischia di incorrere nel ridicolo, nel patetico. È inimitabile l’arte di una Anaïs Nin (non a caso citata da Barbara in exergo nel suo libro, nella sezione intitolata “La terza vita”, ovvero spassoso repertorio di uomini e amori, di invidiabile levità). Pronunciare, esibire termini ricorrenti in effusioni d’alcova, riuscire a “sdoganare” la famosa … parolaccia al femminile persino in quarta di copertina (Zavattini però ci riuscì alla radio molti anni prima di tutti e di tutte), non è titolo sufficiente per assegnarsi la patente di scrittrice erotica (non mi pare il caso di fare nomi). Bisogna saperci fare con le descrizioni delle faccende di sesso, senza perdere il garbo. E Barbara (nella foto) questo lo sa fare, forte di uno sguardo che va oltre le apparenze, il dettaglio dei gesti, degli atti, e sa cogliere il senso profondo della vita, dello spirito vitale, della gioia di vivere. Al punto che con Alessandra Sarchi, compagna di disabilità (orribile termine), nuotatrice e scrittrice come lei, Barbara si è divertita a comporre un testo teatrale, un reading musicale dal titolo Sex & disabled people, ovvero corso di erotismo su sedia a rotelle (Papero Edizioni), per insegnare che la seduzione non conosce regole e che ogni corpo non è che il racconto della propria irriducibile singolarità. Brave!

Adesso sappiamo che chi ha perduto l’uso degli arti inferiori può comunque amare, ha il diritto di amare e deve non negarsi l’amore. L’amore, quello vero, quello unico, predestinato, alla fine arriva e ha il volto di Giampaolo, con cui andare a vivere e invecchiare. Ma questo andate a leggerlo nella storia a lieto fine della “Quarta vita” di Barbara Garlaschelli. Noi le auguriamo di averne sette di vite, come i gatti, anzi cento, mille.

 

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