Nicola Fano
In memoria di un regista

Per Memè Perlini

Il teatro italiano è senza memoria: per questo Memè Perlini si è ucciso. Perché aveva inventato il teatro immagine prima che gli altri lo usassero per conquistare fama e potere

Chiedo scusa, c’è voluto un po’ di tempo per decidersi a scrivere questa piccola nota. Occorre riflettere bene sul gesto estremo di Memè Perlini. E dunque in queste poche righe proverò a farlo; immaginando che chi le leggerà conosceva il teatro di Memè Perlini. Conosceva, per esempio, la straordinaria fucina che fu il Teatro La Piramide, lo sconcerto dello spettatore di fronte alla Cavalcata sul lago di Costanza, i Punk Floyd e Antonello Aglioti, Ennio Fantastichini e Pirandello Chi?, Music in Twelve part di Philip Glass e David Hockney, i sandali di Beppe Bartolucci e la pipa di schiuma di Elio Pagliarani, Risveglio di primavera e un assurdo Mercante di Venezia con Paolo Stoppa. Lo chiamavamo teatro immagine: poche parole e molte invenzioni sceniche fatte di luci, di musiche, di volumi profondi. Erano gli anni Settanta del secolo scorso e molti di noi erano ragazzi ignoranti e pieni di energia e voglia di cambiare il mondo; che mettevano in fila nuovi modi di procurarsi emozioni. Non sballando. Non bevendo. Non fumando. Con il teatro, pensate un po’ come è cambiato il mondo.

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Ricordo Memè Perlini discutere animatamente con Antonio Obino (uno squisito impresario d’altra epoca) perché non c’era alcunché da consumare, nel foyer del Teatro Alberico di Roma; e ricordo comparire d’improvviso una bottiglia di vino; senza patatine. Una bottiglia sola, e s’era in tanti: altro che sballo. E Benigni se ne stava defilato, di fronte a tutti quei soloni. Mentre Antonello Aglioti me lo ricordo seduto, sempre seduto, come un artista stanco perché aveva dovuto capire prima quel che gli altri avrebbero capito dopo: era l’anima nera di Memè Perlini, ma non so se il suo teatro avrebbe mai potuto essere, senza Antonello Aglioti. Per dire: io scrivevo recensioni per un piccolo quotidiano romano che si chiama Vita sera. Era il 1977, 1978: mi chiamavano “ragazzo di Vita”, benché protestassi la mia buona educazione borghese. «Son mica uno delle borgate, io!».

Ho visto tutti gli spettacoli importanti di Memè Perlini e una volta, fortunosamente, riuscii anche a lavorare con lui, per una parodia di Tosca che scrissi con Enrico Vaime e Perlini mise in scena prodotto dal Teatro dell’Opera (doveva essere il 2004: Memè era già fuori dal grande giro). Mi ci sono emozionato, con i suoi spettacoli, ho fatto volare la mia fantasia lasciandomi andare a quegli azzardi che erano il suo stile: ricordo una Histoire du soldat da Stravinskij in un borghetto vicino a Todi, d’estate, in cui un giovane interprete grondava tristezza come mai avrebbe potuto (agitando un fuciletto volutamente finto e muovendosi in un costume variopinto come un Arlecchino a righe), se non fosse stato plasmato da Memè Perlini. E Antonello Aglioti se ne stava lì, seduto, all’ombra, stanco; mentre Enzo Siciliano in prima fila rideva e applaudiva. Era un altro tempo; tempo passato: lo ammetto.

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Poi, ho visto alcuni spettacoli di Antonio Latella, alcuni (pochi, per fortuna, soprattutto i primi) di Romeo Castellucci e so che le invenzioni inventate da Latella o Castellucci erano già state inventate da Memè Perlini (o Giancarlo Nanni, o Valentino Orfeo, o Bruno Mazzali), ma nessuno lo ha mai detto, nessuno lo ha mai scritto. Neanche io. Per questo, forse, Memè Perlini si è ucciso: perché il tempo è passato invano e la sua arte è stata dimenticata, masticata, digerita e poi reinventata malamente da pedestri imitatori. Che non hanno mai riconosciuto l’altrui paternità. Immagino che Latella o Castellucci o Cirillo non abbiano mai visto gli spettacoli di Perlini. Immagino che i maggiorenti della scena italiana non abbiano visto gli spettacoli mitici di Memè Perlini (o, se li hanno visti, non ne hanno memoria): il problema del teatro italiano è proprio questo. È senza memoria. Ed è costretto ogni volta a inventare di nuovo quel che era già stato inventato: giovani che nascono vecchi. Peccato. Per questo Perlini si è ammazzato: non so che cosa c’è di là ma, se c’è qualcosa, Memè non riposa in pace.

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