Alberto Fraccacreta
L'elzeviro secco

Com’è viva la poesia!

Nella giornata dedicata alla poesia, si scopre che la più nobile delle arti gode ottima salute. Anche in ambito editoriale: e questa è la sorpresa maggiore. Perché non si può vivere senza poesia...

Non è vero che la poesia è morta. Oggi 21 marzo, primo giorno di primavera, come ogni anno, è fissata la Giornata mondiale della poesia: e a ragione. Perché? Perché quest’ultima ha a che fare con l’inizio, con la fioritura, con il tempo delle attese. E davvero sembra che quest’anno la magistra di tutte le arti rinverdisca per grazia di una serie di iniziative editoriali che vanno a svellere il vecchio pregiudizio secondo cui la poesia crei un buco economico nelle case editrici.

Il numero di marzo di Poesia è dedicato ad alcune riflessioni, a cura di Nicola Crocetti, ideatore e direttore della storica rivista, sul Nobel a Bob Dylan. Segue la traduzione del libro VI dell’Eneide di Seamus Heaney, che sarebbe stata il cuore pulsante dell’ultima silloge del grande irlandese, se non fosse scomparso pochi mesi prima della stampa. Poesia, inoltre, è a un passo dal compiere i trent’anni di attività: il primo numero fu pubblicato nel 1988 e nel 2008, durante le celebrazioni per i vent’anni, Tony Harrison (uno dei maggiori poeti viventi inglesi) dichiarò: «Sono stato in tutti i Paesi del mondo e conosco tutte le riviste di poesia del mondo, ma posso dirvi che Poesia è la più bella di tutte».

La Lettura del “Corriere della Sera” organizza, con la collaborazione di Timreading, la rassegna di poesia Percorsi diVersi. Ieri, per tutto l’arco della giornata, si sono tenuti reading nei tre atenei milanesi e al Castello Sforzesco e a Palazzo Reale. Durante le letture sono state distribuite ventimila cartoline con i componimenti di dieci grandi autori, scelti da Nicola Crocetti. Martedì 21 è il turno di sei personaggi della cultura e dello spettacolo, tra cui Milo De Angelis, che saliranno sul palco del Teatro Parenti per svelare le loro liriche più amate.

calligrammes1Garzanti torna ad aprire i battenti della sua celebre collana con Giampiero Neri, Via provinciale, silloge che vede nella «memoria, prima di tutto, il luogo minerario da cui estrarre i materiali necessari, indispensabili forse, alla vita attiva quotidiana», commenta Antonio Riccardi. Guanda inaugura una nuova collana di tascabili della poesia con la stampa de La foresta dell’amore in noi, testo inedito del maggiore scrittore arabo odierno, il siriano Adonis. «È la lingua/ che mi abita in tuo nome – ha fatto scorrere/ il suo sangue in me in tuo nome – ha cantato/ i nostri corpi e quel che c’è stato tra me e te». Il superamento del sentimentalismo si scontra con la necessità di un trionfo immanente del corpo, nel suo dimostrarsi una selva intertestuale da cui cogliere i significati occulti dell’intero universo.

Se le Edizioni Sur sono in procinto di mettere in commercio le liriche del grande romanziere Roberto Bolaño, Einaudi ripropone Il prato bianco del marchigiano Francesco Scarabicchi, legato ai toni elegiaci, per certi versi frostiani, di un mondo ancora vivido e incontaminato: «Porto in salvo dal freddo le parole,/ curo l’ombra dell’erba, la coltivo/ alla luce notturna delle aiuole».

Daniele Piccini raccoglie le parti più significative della sua esperienza poetica, assommandole alle nuove incisioni, in Terra del desiderio per Nomos Edizioni. Il desiderio è la tensione essenziale con cui cogliere la decisività dell’atto letterario, come suggerisce lo stesso autore di Letteratura come desiderio, importantissimo testo critico che rivisita le maggiori esperienze della letteratura italiana di ogni tempo con una chiave ermeneutica davvero preziosa. Per Piccini il desiderio è la categoria interpretativa del reale sia all’interno di una comune Weltanschauung, sia nella rarità dell’occhio poetico. «Eppure è un tempo ancora mite:/ vorrebbero accostarsi, qui, tra noi». L’opportunità del “tempo mite” fa sì che il poeta, svincolato dai ceppi dell’orfismo, riesca a cogliere il reale nella sua semplicità trasfigurata, mai dimentica del viaggio e dell’ascesa verso il pieno compimento. «Io non so ancora, nemmeno con questo,/ decidermi a crearti, a liberarti/ dal viluppo che cieco ti contiene:/ libertà è il tuo aspettare, il tuo ignorare/ anche la luna, che presto sarebbe/ tua consigliera, lacrima dei cieli». Il tema verticale e leopardiano della luna, del suo dialogo silenzioso con una presenza-assenza femminile si veste della teoria del sogno di Borges e mescola, alla ricerca luziana di una lingua pura e di un’esperienza poetica totale, il tema stilnovista della “donna del ciel” che scende dall’alto per salvare l’uomo.

Le Edizioni Carteggi Letterari mandano alle stampe tre plaquette: Corre alla sua sorte di Cagnone, Pettorine arancioni e altre poesie di Buffoni, Guida allo smarrimento dei perplessi di Magrelli. Nanni Cagnone esibisce una prosa poetica elettrica e fulminea, à la René Char dei Fogli d’Ipnos. «Nient’altro che un barlume, un dileguato albore – se concede accanto la nudità del suo segreto, prontamente si stanca». Trazioni vertiginose e oracolari che, spesso, sono mitigate da accenti più concreti, i quali avvicinano questa sequela di visioni anche alle Stations di Heaney. A proposito di prose d’ispirazione poetica, Edizioni della Sera (casa editrice indipendente) pubblica Miseria nera, due taccuini di Paul Verlaine, per la prima volta tradotti in italiano. Questo è l’incipit de I miei ricoveri: «Per lo meno non era stata colpa della letteratura, che lo avrebbe riempito d’oro e di onori, ma un pochino la sua propria e quella altrui, non le pare, cara signora? – se si era trovato al ricovero». Verlaine narra di un viaggio di lavoro in Olanda e dei suoi assidui ricoveri in ospedale, descritti alla luce confusa del sogno d’infanzia, sotto la lente d’ingrandimento della malattia che spesso ha i connotati della troppa lucidità.

calligrammes2Si avverte una forte denuncia delle cose e un alto senso di lacrimae rerum nelle liriche di Franco Buffoni, dominate dalla funzione mortale di una civiltà di cui sembrano perdersi terribilmente le tracce. Il senso di straniamento con il proprio corpo e con l’altro ingiunge ad un’amara, ancorché sarcastica, riflessione sull’individualismo del tempo odierno: «Narciso/ Riflesso nel laghetto/ Moltiplicato per mille narcisismi/ Non del volto, ma del giro-vita-petto». Valerio Magrelli, invece, prosegue – dopo Il sangue amaro – con la sua linea “scientifico-perplessa”, cagionata dal disagio della presenza, dall’incessante fagocitare ed espellere oggetti che la modernità presenta come indicatori di un rimando impossibile. «I brutti gabinetti/ di certi ristoranti di paese,/ che hanno di speciale?// Confinano col niente. […] Anonimi sacrari/ dove arrivo al confine con me stesso». Benché il linguaggio esibito tenda alla nominazione nuova e coraggiosa, permane un petrarchismo di fondo che serra la parola all’interno di un congegno limnico nel quale, come Pollicino, ci si perde in vista di un dettato assoluto. A proposito delle “ossessioni” magrelliane commenta D’Andrea: «L’impossibilità di una delucidazione linguistica del mondo inizia nel momento stesso in cui si prova a parlarne, rendendo l’oggetto sempre più sfuggente».

Proprio Gianluca D’Andrea con Transito all’ombra, edito da Marcos y Marcos, tenta una via di fuga in uno sfondo esistenziale in cui «tra disperazione e speranza la vicenda umana dantescamente “s’immilla”», come spiega Fabio Pusterla. Il transito, cioè l’espressione iterata dell’estremo accesso, aperto sul «desiderio di non esserci», come un specchio, «riflette atrocità di passaggio,/ a volte improvvisa una traccia,/ un buco di raccapriccio», sempre sulla via dell’unione e della dissolvenza.

Nell’ambito della poesia dialettale, infine, così fervida e ricca nel nostro Paese, il garganico Luigi Ianzano presenta Spija nGele [Scruta il cielo], contraddistinto dalla presenza oracolare «non di un idioma astruso», ma di «una lingua madre», «il suono della terra del parto», che dal sangue della partecipazione all’esistente si schiude verso «la pienezza della lode» e della preghiera assoluta.

Molti altri sono i nomi e le opere che fanno rifiorire, in quest’anno così particolare, il nostro giardino letterario, ricordandoci che – contrariamente ad altre, più flessibili esperienze estetiche – la poesia non è morta e mai potrà morire. Almeno finché esiste l’uomo.

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Nelle foto, due calligrammes di Guillaume Apollinaire

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