Alessandro Boschi
Il nostro inviato al Lido

Ciao, Tommaso

Deludono Kim Rossi Stuart (con un "Tommaso" lento e autoreferenziale) e la Jackie di Pablo Larrain. Buona, invece, la deriva quasi documentaristica di Terrence Malick

Premesso che ci sentiamo in obbligo di confermarvi la nostra scarsa dotazione intellettiva in quanto non amanti di certi film, “che vengono realizzati per persone intelligenti”, passiamo a raccontarvi le ultime dal Lido. Iniziamo da Tommaso di e con Kim Rossi Stuart. Ebbene, pur con tutta la nostra buona volontà non ce la facciamo a definirlo un buon film. Il regista e protagonista non riesce a trovare una giusta andatura narrativa, tanto che il film mostra problemi di ritmo e di montaggio. Unendo a questo la improbabilità quanto meno statistica di certi personaggi, quello che viene fuori è un film fatto sì con il cuore, con la passione, ma oltremodo autoreferenziale. Oscillante tra l’autobiografico, la commedia (ciò che forse riesce meglio ancorché occasionale è la costruzione psico-sociologica di alcuni dialoghi), oltre a una insistita e francamente fastidiosa proposizione di metafore che perseguita lo spettatore fino all’epilogo.

voyage-of-timeSeduti in sala Perla pieni di pregiudizi peraltro giustificatissimi dalle ultime produzioni, abbiamo assistito a Voyage of Time: Life’s Journey di Terrence Malick. E invece è accaduto qualcosa. È accaduto che il regista di Badlands sta arrivando al termine di un percorso che lo ha gradualmente allontanato dal cinema narrativo per farlo approdare a uno stile documentaristico naturalistico sempre più emancipato da qualsiasi tipo di narrazione. Quella rappresentazione della natura testimoniata dalla farfalla che si vede incidentalmente ne La sottile linea rossa, forse citazione di All’ovest niente di nuovo, qui diventa protagonista, come se Malick avesse voluto rendere fondante ciò che fin qui era stato occasionale. Il che dimostra che ci si può rinnovare, rigenerare, anche a settant’anni suonati. Certo, senza dinosauri, aborigeni e voce fuori campo avremmo gradito molto di più.

Pablo Larrain JackieChi invece ci ha sorpreso in negativo, e avremmo scommesso sul contrario, è stato Pablo Larrain e il suo Jackie, agiografia della ex first lady, interpretata da Natalie Portman, nelle ore immediatamente successive all’assassinio di suo marito Jack, ovvero John Fitzgerald Kennedy avvenuto alla fine del 1963. Larrain secondo noi è il regista più dotato della sua generazione, ma questa trasferta americana ne svilisce lo stile e lo rende più normale, meno riconoscibile. Un po’ come era successo a Quentin Tarantino con Jackie Brown, bellissimo ma di sicuro più convenzionale di altre sue pellicole. Non a caso film prediletto dai non tarantiniani. Il pathos, l’angoscia dei suoi film precedenti, ci viene in mente prima di tutti Post mortem per contiguità di argomento, comunicavano un malessere sociale, una cupezza presente nella Storia filtrata dalle vicende personali dei protagonisti. Qui tutto ciò si perde, e oltre alla semi beatificazione della futura consorte di Onassis rimane la sensazione di avere utilizzato una cifra cinematografica non particolarmente adatta alle corde del regista cileno. Che, va detto, non ha in questo caso partecipato alla sceneggiatura. Certo, averne comunque di Pablo Larrain.

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