Vincenzo Nuzzo
La lezione della filosofia

La questione Platone

Mai come in un questo momento sarebbe attuale Platone: le sue riflessioni sulla questione morale e la sua ineluttabilità sono quanto di più utile (e odiato) si possa immaginare

Queste molto succinte riflessioni nascono dalle ultime impressioni lasciatemi da un mio saggio appena ultimato sul pensiero di Platone, e presentato nel blog http://cieloeterra.wordpress.com con il titolo Il Platone proibito e l’Idea come la più reale delle cose. Non intendo qui assolutamente soffermarmi su questo saggio né sulle problematiche da esso sollevate. Vorrei invece solo parlare brevemente solo del suo titolo. E ciò per il semplice motivo che, quando esso si è profilato nella mia mente, mi ha fatto vedere quanto il mondo moderno avrebbe bisogno di Platone. Mi ha fatto vedere insomma quanto egli sia oggi attuale. Sebbene però invece, in un certo senso, in un mondo come questo egli attuale non lo è affatto e nemmeno può esserlo. E qui parla davvero da solo il tono dispregiativo ed ironico con il quale oggi impieghiamo l’aggettivo platonico.

Ciò che insomma emerge è un ben strano misto di circostanze opposte, e sulle quali credo che valga la pena di spendere qualche parola e quale riflessione.

Partiamo dalla possibile attualità di Platone. Perché? Sostanzialmente perché non c’è forse mai stato un pensatore che abbia posto con tanta forza la questione morale. E davvero solo Dio sa quanto questo mondo abbia bisogno che la questione morale venga posta nuovamente con la stessa forza di Platone.

Peraltro egli pose la questione senza ricadere assolutamente nel moralismo che di lì a qualche secolo avrebbe finito per dominare il mondo con il Cristianesimo. La cui dottrina fu peraltro all’inizio fortemente platonica e lo restò anche per moltissimo tempo. Finché non fecero il loro ingresso in essa dei tipacci come Alberto Magno, Tommaso d’Aquino ed infine Guglielmo di Ockham. Ebbene Platone pose la questione morale in un modo che al Cristianesimo fu sempre piuttosto indigeribile, e cioè presupponendo un «dover essere» puramente ideale. Il quale in fondo poi riconosceva anche una fortissima dimensione divina (l’Uno-Bene), ma comunque in sé non era teistico. Almeno non sentimentalmente, cioè nel senso della postulazione di un Dio amorevole che venisse intollerabilmente offeso dal nostro peccare di uomini.

Platone diceva invece solo che le cose del mondo erano destinate ad essere come esse dovevano essere.

E, per la precisione, il loro dover essere era scritto in un mondo puramente trascendente di eterni e purissimi modelli ideali.

Ebbene proprio qui incide il titolo del saggio. Perché esso mette in evidenza una cosa molto semplice; così immediatamente semplice che i moderni filosofi hanno quasi sempre un moto di disgusto a sentirne parlare. L’affermazione è la seguente: «La più vera, piena ed autentica cosa è proprio l’Idea!». Il che significa che è più pienamente «cosa» proprio quanto, nell’ordine ed economia dell’essere, meno può esserlo ragionevolmente; cioè il più immateriale, incorporeo, trascendente e spirituale dei possibili «enti». Ma questa affermazione è stata sempre il vero e proprio dogma centrale dell’intera metafisica orientale (dai Veda al Buddhismo): «La vera realtà non è affatto quella apparente (o sensibile), che è invece solo illusoria!». Allargata alla prospettiva platonica ed inoltre metafisico-occidentale, tale affermazione suona così: «La vera, piena ed autentica realtà (l’Idea quale cosa) è quella puramente trascendente e spirituale, e cioè quella invisibile».

Ed è allora esattamente in questi termini che si pone la questione morale così come posta da Platone. Perché, dal suo punto di vista, per poter davvero vivere bene, dobbiamo conformarci in tutto e per tutto al dover essere ideale che è scritto a lettere d’oro e di fuoco in un questo supremo quanto invisibile livello dell’essere. Dal quale poi ogni essere dipende. Ma ne dipende solo in positivo, ossia nell’ipotesi che le cose del mondo vadano davvero secondo un piano perfetto. Non ne dipendono affatto quando invece esse si conformano completamente alle leggi della pura immanenza, e quindi procedono per conto loro.

Orbene, qui è immediatamente chiaro perché mai Platone non può essere assolutamente attuale nel nostro mondo. Mentre infatti la costellazione oggettiva reclama ed esige il rinnovarsi presso di noi del suo discorso, invece la nostra smaliziata consapevolezza moderna si ribella a questo con tutte le sue forze. E ciò semplicemente perché oggi come oggi affatto solo i filosofi sono pochissimo disposti a credere che vi sia un mondo oltre quello che vediamo, udiamo e tocchiamo. Sono invece pochissimo disposti ad ammetterlo forse ancor più gli uomini comuni, e con essi ancor più quei moderni intellettuali che si chiamano uomini di scienza. E che poi fanno scuola in lungo ed in largo.

E tuttavia restano comunque sia il messaggio morale di Platone sia anche le cogenze determinate da una costellazione mondana che esigerebbe una così radicale presa di posizione morale.

Infatti, forse che si può pensare che tutto ciò che contribuisce al degrado del mondo possa davvero costituire anche l’antidoto ad esso? Forse che si può pensare che l’edonismo sfrenato dal quale dipendiamo per la nostra joie de vivre (e del quale nemmeno comprendiamo di essere vittime) possa contenere in sé gli strumenti per opporsi a quel degrado che proprio dall’edonismo è stato generato? Forse che possiamo pensare che la totale normalizzazione dell’eccesso, che ormai abbiamo eletto addirittura a sistema di vita (e così tanto che esso nemmeno sembra più tale), possa configurare una prospettiva capace di porre rimedio a quella così generalizzata immoralità che proprio sull’eccesso si incentra? Del resto come ciò potrebbe mai essere possibile se non configurando proprio una morale? Sta di fatto però che proprio la morale è ciò che la nostra tendenza all’eccesso non vuole assolutamente.

Insomma, dobbiamo proprio rassegnarci. Perché, o la prospettiva morale viene posta con forza (ma senza alcun bisogno di configurare un moralismo e forse nemmeno una religione confessionale) oppure essa di fatto non viene posta.

Ebbene, Platone ci offre proprio tale possibilità. A noi dunque la scelta se lasciarlo parlare o meno.

Quanto a me personalmente nel mio saggio ho sostenuto proprio che la principale aspettativa, espressa dai dogmi imposti dalla  scuola moderno-filosofica di studi platonici, è proprio quella di zittire Platone, ed inoltre quella di cambiargli così tanto i connotati da non poterlo più assolutamente riconoscere.

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