Angela Di Maso
Al Napoli Teatro Festival Italia

Le mani di Kiss&Cry

Kiss&Cry, lo spettacolo che ha inaugurato la kermesse napoletana, è un piccolo capolavoro di poesia e perfezione esecutiva: una storia in miniatura raccontata (genialmente) con le dita

Quando Franco Dragone, direttore artistico del Napoli Teatro Festival Italia in una primissima intenzione, più che presentazione – ma in realtà già aveva deciso – discusse con la stampa di quale fosse la sua idea di teatro e soprattutto che tipo di spettacoli avrebbe voluto per questa nona edizione del Festival, tra le tante osservazioni e obiezioni che gli vennero mosse vi fu quella che molti degli spettacoli internazionali da lui proposti erano già stati ospitati nei teatri di tutta Europa, meno che in Italia, sia chiaro, e che quindi erano da annoverarsi tra “vecchie proposte”, mentre al Festival si prediligono novità assolute.

Spettacoli come quello del canadese Robert Lepage o del giapponese Shiro Takatani, attesissimi, o come Kiss&Cry del belga Jaco van Dormael (nonché assistente di Dragone e che ha debuttato in Belgio nel 2011 ed è alla sua trecentesima replica), potevano essere anche evitati. “Evitati” – ha gridato qualche nostrano!

Beh, dopo averne preso visione si è ben compreso il perché: Kiss&Cry, spettacolo che ha inaugurato il Festival, ha mostrato  – nel confronto – i limiti del nostro teatro in termini di creatività, originalità, ma soprattutto immediata comunicatività, nonostante la non semplicissima costruzione ed esecuzione registica, attoriale e performativa. Kiss&Cry è bellezza.

Kiss&Cry2Il regista lo presentò alla stampa napoletana dicendo che l’idea di questo spettacolo è nata perché essendo sua moglie,Michèle Anne De Mey, una ballerina e coreografa di successo e quindi sempre in tournée per il mondo, l’unico modo per potere stare insieme era quello di coinvolgerla in un suo spettacolo. Ecco allora che un giorno, seduti al tavolo della cucina, mentre ne discutevano, cominciando a giocherellare con le dita delle loro mani, osservarono che l’intreccio casuale che ne veniva fuori intesseva una storia.

Mani, dita, muscoli, unghie, vene, pelle, sprigionavano una sensualità tale da potersi perfettamente sostituire all’intero corpo dell’attore.

Il microcosmo disegnato dalle dita su piattaforme abbigliate da miniature in novecenteschi arredi, diventa macrocosmo grazie alla tecnica cinematografica: una videocamera, in spalla al regista, riprende in presa diretta tutto quello che accade sul palco. E quello che accade sul palco altro non è che poesia. Ma Kiss&Cry è anche uno spettacolo di danza in cui dita si cercano, sfiorano, incontrano, conoscono, fanno l’amore, ballano, litigano come animali feroci, dormono abbracciati e muoiono.

Le mani e le dita di Gregory Grosjean, abituale partner di Michèle Anne e seconda mano danzante, diventano gambe vocali atte a narrare danzando.

Sul palco sei postazioni, una troupe che scenografa al momento gli attori/danzatori, il regista e un maxischermo sul quale il tutto viene proiettato – ripeto – in presa diretta, in un sincronismo che diventa geometrica architettura.

Kiss&Cry1La storia – di Thomas Gunzig – è quella di una donna anziana, Giselle – nome non scelto a caso visto che Giselle è la protagonista di uno dei balletti classici di repertorio di Théophile Gautier – seduta su una panca di una stazione di campagna. Osservando i treni che passano rievoca gli amori finiti della sua vita. Cinque come le dita della mano. E la storia si sviluppa fra un trenino elettrico, gli interni di una casa di bambole primo Novecento, un salotto, una camera da letto, una patinoire.  Infatti, Kiss&Cry è il nome con il quale si chiama la panchina dove da seduti i pattinatori restano in attesa del verdetto emesso dalla giuria nelle loro gare agonistiche. Questa è la drammaturgia espressa in un effluvio poetico di rara bellezza composta da brevi ma incisive frasi che difficilmente lo spettatore riuscirà a dimenticare. Ciò che però ha destato nel pubblico scalpore, affinato l’attenzione, reso muti col fiato sospeso fino ad esplodere in appalusi a scena aperta e standing ovation, è stata l’originale costruzione alla base di uno spettacolo concettualmente semplice.

Le scelte musicali di brani che vanno da Haendel, Arvo Pärt, Vivaldi, Cage, Ligeti, Gorecki, Prévert, Jimmy Scott, fino al Fado di Paredes, quest’ultimo tema ricorrente e che alla fine dello spettacolo s’incarna nei corpi degli attori, indicano anche la sofisticata e studiata scelta musicale che non accompagna la drammaturgia e la danza delle mani, ma diventa essa stessa scena, movimento e parola.

«Dove vanno le persone quando scompaiono dalla nostra vita?»: è la domanda sulla quale è costruito l’intero spettacolo, e la risposta è che restano per sempre nella nostra immaginazione, grazie alla quale possiamo ricrearli e riportarli da e con noi.

Le miniature di esterni, interni e degli omini sono mossi come pedine di quella grande scacchiera che diventa metafora di una vita che va vissuta, per sopravvivere, a metà tra realtà ed immaginazione.

Ritornando a monte, Kiss&Cry delinea un’idea nuova di intendere l’arte, sposando il vecchio insegnamento di Wagner con l’assolutismo delle Arti e il nuovo, con creatività e originalità al passo con le più sofisticate tecniche audiovisive ed elettroniche.

Insomma, gli italiani hanno ancora tanto da imparare e sperimentare!

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