Paola Benadusi Marzocca
Omaggio a Donatella Ziliotto

Io non temo la luna

Assegnato alla scrittrice triestina, autrice di celebri libri per bambini e infaticabile “promoter” della letteratura per ragazzi in Italia (da Pippi Calzelunghe a Roald Dahl), il Premio Speciale Andersen per la sua autobiografia. Dove si racconta delle “piume” della fantasia nel “piombo” della guerra…

«Non ho mai avuto memoria così qualsiasi elemento finisce per diventare un racconto fantastico», mi disse Donatella Ziliotto quando anni fa la intervistai in occasione dell’uscita della sua autobiografia Un chilo di piume un chilo di piombo (Fabbri, 2002), in cui raccontava della sua infanzia a Trieste durante la seconda guerra mondiale. La ristampa di questo prezioso volume da parte delle edizioni Lapis con toccante prefazione di Bianca Pitzorno e seducenti tavole di Grazia Nidasio non poteva che destare attenzione e interesse. Lo conferma il Premio Speciale Andersen di quest’anno assegnato a questo libro di ricordi e memorie con l’allestimento inoltre della Mostra al Museo Luzzati di Genova dei diari originali che la Ziliotto scrisse a undici anni a Trieste, tra il 1940-1945, in pieno periodo di guerra. E così, nel celebrare questi eventi vale la pena riascoltare la voce della Ziliotto.

«I miei otto volumi di diario mi hanno aiutato a ricordare quante piume ci sono per un bambino anche in pieni anni di piombo». Ecco il motivo del titolo e, nella versione attuale, della luccicante copertina nella quale si vede il ritratto di una bella e sorridente bambina che guarda con curiosità avvicinarsi due aerei da guerra. Continuando il suo racconto, Donatella ricordava: «Quando frequentavo la prima media a Trieste, città nella quale la cultura aveva un valore indiscusso, specialmente nelle famiglie di origine ebraica (mio padre era mezzo ebreo perché la sua mamma era ebrea), erano gli ultimi anni di guerra e credo che allora ci salvammo con la lettura cui ci spingeva la nostra insegnante Rita Cajola, grande donna, per me un’eroina, che ci faceva studiare i russi, in particolare Cecov, Tolstoj, Dostoevskij, Dante e soprattutto Leopardi. Così, diceva, tornerete ad amare la luna. Noi alunni avevamo paura della luna perché nelle notti chiare era più facile che venissero a bombardarci».

cop ZiliottoMalgrado l’ammirazione per la sua professoressa, Donatella non volle fare l’insegnate, nonostante che Francesco Flora, con cui si laureò su Pinocchio, glielo avesse consigliato. «Ne avevo abbastanza di un nonno maestro, di un padre preside, di una madre insegnante. E poi ero troppo vaga e con molta tendenza alla digressione. Così non essendo insegnante ho potuto aggirare l’ostacolo e arrivare a influire, attraverso la lettura, direttamente sui bambini». Non vi è dubbio che c’è riuscita. «Fin da quando scrissi i miei primi libri, la mia attenzione si appuntò sulle categorie degli emarginati e mi accorsi che i veri emarginati erano i Bambini: un mondo a parte, poco conosciuto e in vario modo incompreso. Cominciai a prendermela con la famiglia, anzi, in particolare, con le mamme che spesso si rapportano a un bambino immaginario, come se l’erano raffigurato già prima della sua nascita. Un racconto contenuto nella prima edizione di Il bambino di plastica (Giunti) raccontava di una mamma incerta se comperare, per farsi compagnia, un criceto o avere un bambino. Scelta la soluzione del bambino, “decideva” che sarebbe stato magro, biondo e con la fisionomia dell’intellettuale. Nacque invece grasso, che immagazzinava il cibo nelle guance e adorava le giostre. Nessun dubbio: un criceto. Lo mise in un gabbia con una grande ruota in cui si divertisse a girare».

Un po’ crudele, ma una sana ironia su certi atteggiamenti materni non poteva che far bene. Dopo Donatella Ziliotto ampliò i suoi temi e scrisse Tea Patata (Vallecchi-Feltrinelli), ritratto di una bambina un po’ impacciata e conformista, che non riesce ad adeguarsi alla velocità dei cambiamenti; Io nano (Mondadori-Feltrinelli) parla, invece, di un bambino nano che preferisce vivere in una città sotterranea, corrispondente in tutto alla Roma di sopra, insieme ad altri nani per non sentirsi un diverso. Poi ha scritto Trollino e Perla (Einaudi), su una nuova etnia di troll metropolitani che vivono riciclando i rifiuti della città, nei quali i bambini riconoscono immediatamente la condizione degli extracomunitari. Argomento quanto mai attuale.

Ma la sua vera politica di protesta cominciò con la sua attività editoriale nel 1958 da Vallecchi dove inaugurò la prima collana di narrativa, “Il Martin Pescatore”, con la traduzione di Pippi Calzelunghe di Astrid Lindgren, romanzo per quei tempi rivoluzionario, «un mezzo scandalo perché era troppo in anticipo e suffragava il trionfo dell’educazione del cuore su quella più superficiale delle buone maniere». Il motto della collana non a caso era “I Classici di Domani”. Alla fine degli anni Ottanta, Ziliotto entrò con Mario Spagnol alla Salani e cominciò l’avventura de “Gl’Istrici” e de “I Criceti”. La grande svolta alla letteratura per ragazzi la scrittrice triestina la dette, tuttavia, nel 1987 introducendo in Italia i libri di Roald Dahl, tra cui Le streghe, Il Ggg, La fabbrica di cioccolato, Matilde e tantissimi altri. Fu un sovvertimento contro ogni tipo di strapotere degli adulti sui bambini, ma anche contro la rigidezza delle convenzioni sociali, l’ottusità dell’incultura, la falsità sempre pronta a riemergere mascherata da comprensione. Forse tutto ciò sembra ormai superato, ma conviene insistere nella volontà di rendere critici i ragazzi di oggi di fronte ai problemi attuali nel mondo e nella realtà quotidiana. Questa è la testimonianza indiscutibile che emerge dall’opera e dalla vita di Donatella Ziliotto.

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