Francesco Arturo Saponaro
“Il Trittico” all'Opera di Roma

Puccini nel container

Apprezzamenti e qualche polemica per i tre atti unici del musicista toscano messi in scena nella Capitale dall'affermatissimo Damiano Michieletto. Che non rinuncia alle sue provocazioni, convinto che il teatro «non deve rassicurare». Mano sicura del direttore Daniele Rustioni e bravi interpreti

A quarant’anni, è attualmente il regista italiano di opera lirica più conteso e richiesto nel mondo. Sempre originale e creativo, e all’estero già insignito di importanti premi; osannato, ma ovviamente anche contestato, e giudicato provocatorio dai bidelli della tradizione. Damiano Michieletto ha debuttato al Teatro dell’Opera, firmando la regia del Trittico di Giacomo Puccini, che l’ente romano ha allestito in coproduzione con l’austriaco Theater an der Wien e con il Kongelige Teater di Copenhagen. Ed è stato un netto successo, anche se la messa in scena di Suor Angelica, il pannello centrale, ha diviso fieramente i pareri. Ma Michieletto (foto sotto) ha le idee chiare sul suo lavoro. «Il teatro, anche quello cantato, non deve rassicurare – ha dichiarato in altra occasione – io non faccio regie per compiacere il pubblico. Non sarebbe onesto. Seguo la mia idea di estetica, cerco di dare il meglio. Se non dialoghi col presente, è inutile. Un tempo, il teatro lirico era contemporaneo; oggi si eseguono soprattutto titoli del passato, e pochi lavori nuovi. E io sono stanco di portare fiori freschi sulle tombe dei morti. Se arrivano i fischi, pazienza. Dopotutto se il pubblico si alza, grida, discute, è segno di vitalità. Peggio sarebbe se restasse e sbadigliasse».

Trittico MIchielettoE invece al Teatro dell’Opera gli applausi finali sono stati caldi e copiosi, anche se, come s’è detto, l’allestimento di Suor Angelica ha destato profonde perplessità. Il Trittico consta di tre atti unici – Il Tabarro, Suor Angelica, Gianni Schicchi – ed è l’ultimo lavoro portato a termine da Giacomo Puccini (1858-1924), che non fece in tempo a completare la successiva Turandot, stroncato da un cancro alla gola. Apparso nel 1918 al Metropolitan di New York, dove già nel 1910 dello stesso autore aveva debuttato La fanciulla del West, il Trittico vedrà crescere negli anni la propria fortuna esecutiva. Fortuna che in origine aveva baciato soprattutto lo Schicchi, mettendo in ombra gli altri due titoli, ai quali il tempo ha invece restituito il meritato rilievo. E non è frequente incontrarlo, il Trittico, nelle stagioni delle fondazioni liriche, poiché richiede uno stuolo di cantanti e un’onerosa scenografia, trattandosi di tre ambientazioni molto diverse fra loro.

Proprio sul piano visivo la fantasia di Michieletto ha calato la sua carta vincente, basata su un impianto unico ma modulare, che si avvale della collaborazione di Paolo Fantin per le scene, Carla Teti per i costumi e Alessandro Carletti per il disegno luci. E, nella ricerca di un filo unificante tra i diversi momenti, Michieletto l’ha trovato nella maternità. Maternità naufragata, per i protagonisti del Tabarro, nella perdita del loro figlioletto. Maternità repressa per Suor Angelica, reclusa in convento dopo la sottrazione della sua creatura. Maternità incipiente in Gianni Schicchi, dove Lauretta sventola allegramente un’ecografia sotto il naso del padre, Schicchi appunto, per convincerlo a ideare la necessaria macchinazione e coronare il proprio fidanzamento. Ma, in verità, è pur sempre il senso di morte che aleggia sui tre episodi, e contribuisce a tenerli insieme.

TRITTICO SuorLa nebbiosa banchina della Senna alla quale è attraccata la chiatta del Tabarro diventa, nel progetto del regista veneto, un deposito di container egualmente squallido, prospiciente il fiume, deposito nel quale la tragedia si colloca e si consuma. Colpo di scena nel passaggio al successivo atto unico, che segue senza intervallo e senza soluzione di continuità. I container si scoperchiano e si aprono svelando un interno di ospedale psichiatrico, con una camera da un lato e una lunga fila di lavatoi dall’altro. E così, invece del previsto monastero, Suor Angelica è ambientata in un manicomio. Gli stessi container infine, opportunamente ammobiliati e con pareti tappezzate dal giglio fiorentino, si trasformano nella ricca casa a più livelli di Buoso Donati, in Gianni Schicchi.

Nell’insieme, un apparato visivo che ben corrisponde al paradigma del Trittico: unità nella dissomiglianza. La tragedia di una dolente gelosia nel Tabarro, il clima severo ma poetico e palpitante di Suor Angelica, il rutilante e multicolore vortice della commedia in Gianni Schicchi. In ogni caso, i tre lavori ci parlano della raggiunta maturità di Puccini, e della sua proiezione a orientamenti più sperimentali e moderni. Con buona pace dei suoi storici, intellettualisti detrattori – che già all’epoca lo bollavano come epigono del verismo, come esponente della grossolanità dell’italico melodramma – il compositore lucchese si conferma, anche in questa complessa partitura, come musicista pienamente al passo dei tempi, ben addentro le novità dell’arte coeva. E lo strepitoso istinto teatrale, unito al formidabile corredo tecnico, gli permette agevolmente di ripensare e assimilare le suggestioni dei maggiori contemporanei, adattandole al suo stile personale e alla sua sensibilità drammaturgica. Non per niente, le opere pucciniane sono, ovunque nel mondo, tra le più eseguite e amate dal pubblico.

TRITTICO TabarroÈ grazie a tale modernità di gusto che i tre momenti del Trittico si incastrano l’uno nell’altro con felice contrasto, pienamente complementari nella specifica identità di ciascuno. Tale contrasto è condotto con una maestria musicale che padroneggia ogni componente di scrittura: l’architettura strutturale, il profilo del materiale tematico, il trattamento dei temi stessi, la strumentazione, i colori, e così via. Dalla fertile vena emerge un flusso di situazioni espressive contrassegnate da motivi ricorrenti e disegni ritmici sempre efficaci nella rispettiva fisionomia, tanto da consentire spesso ardite sovrapposizioni, molto redditizie nel lievitare della temperatura drammaturgica. E qui, in quest’edizione romana, occorre sottolineare la perspicace concertazione di Daniele Rustioni – direttore d’orchestra giovane, ma ormai già affermato anche a livello internazionale – ben affiancato anche dal coro, preparato da Roberto Gabbiani. Rustioni ha esibito profonda cura nel caratterizzare ciascuno dei tre titoli, con una calibratura ben attenta a restituirne i differenti connotati. Lavoro tutt’altro che scontato, dal momento che il senso del Trittico sta proprio nel suo organico percorso, che trascolora da un’atmosfera all’altra.

Nel Tabarro non è frequente imbattersi in una direzione d’orchestra così capace di lumeggiare i chiaroscuri della tragedia, al punto da permettere di coglierne ogni sfumatura umana ed esistenziale, pienamente immersi nel greve ambiente proletario, e nello sfondo anche sonoro, della banchina parigina. Nel ruolo di Michele, la voce di Roberto Frontali trasmette a tutto tondo le contraddizioni del suo personaggio: determinato nei rapporti di lavoro, incapace di aprirsi nel rapporto con Giorgetta, assassino non per gelosia ma per nostalgia di un sogno irrecuperabile, e assai incisivo nel suo allucinato monologo. Molto calzante, sia vocalmente sia scenicamente, la Giorgetta di Patricia Racette, dotata di una musicalità plastica e attenta a evidenziare la propria natura, e anche la propria sensualità femminile, in un mondo di maschi. Bel timbro vocale, sì, e bell’aspetto nel tenore Maxim Aksenov, che però rivela forti limiti di stile, e anche di gusto, nel dar voce al personaggio di Luigi, e desta qualche dissenso da parte del pubblico.

TRITTICO SchicchiDiventa un manicomio, nella lettura di Michieletto, il convento di clausura della Suor Angelica. E la badessa, e le altre comprimarie, quasi delle sadiche kapò nei confronti di Suor Angelica e delle consorelle. È il film Magdalene di Peter Mullan, dice Michieletto, l’habitat di riferimento, con le costrizioni e le punizioni inflitte, compreso un duro lavoro di lavanderia, alle ragazze incinte o vittime di abusi sessuali. Da un lato, occorre osservare, l’ambientazione di Michieletto devia e alleggerisce il repertorio cattolico di madonne, vergini, santi, peccati, espiazioni che contribuisce a rendere soffocante la vicenda. Dall’altro, tuttavia, il progetto registico non risolve affatto il ruolo delle varie suore, e soprattutto il clima mistico che comunque è proprio della circostanza e del libretto di Giovacchino Forzano. Tra l’altro, interpretando una scelta di aperta ribellione, la Suor Angelica di Patricia Racette, molto brava anche qui, strappa le carte appena sottoscritte, e scaraventa in terra la Zia Principessa (Violeta Urmana, all’altezza della sua fama) con tutto l’arredo. Di qui i giudizi in larga parte negativi su questa messa in scena. Anche qui la direzione di Rustioni, e la resa del coro, confermano un’impeccabile cura nella restituzione esecutiva, nell’equilibrio di sfumature e colori, di una partitura densa di slanci e ripiegamenti più intimi. Peccato per l’omissione dell’aria dei fiori, tuttavia.

Le componenti del contrasto, dell’esuberanza tematica, della dovizia coloristica prosperano in Gianni Schicchi, grazie anche al geniale congegno librettistico di Giovacchino Forzano, ispirato al canto XXX della Divina Commedia, nella quale il faccendiere fiorentino è collocato all’Inferno. E le doti direttoriali di Daniele Rustioni sanno trovare la misura musicale più adatta a valorizzare ogni piega di questa straordinaria commedia. Semmai è proprio la regia di Michieletto che, pur aderendo creativamente allo spirito della vicenda, talvolta se ne fa trascinare a qualche eccesso manierista. Però la vicenda e la musica sono inseparabilmente irresistibili. E gli rendono i dovuti onori, con encomiabili risultati anche nei momenti solistici, le prestazioni di Roberto Frontali, nel ruolo del titolo, di Ekaterina Sadovnikova, Lauretta, Natascha Petrinsky, Zita, Antonio Poli, Rinuccio, Anna Malavasi, La Ciesca, Domenico Colaianni, Simone, e tutto il nutrito plotone di comprimari.

 

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