Francesco Arturo Saponaro
Al teatro dell’Opera di Roma

Cellini quasi kolossal

Niente di scontato nella messa in scena dell’opera di Berlioz dedicata al celebre orafo fiorentino. Grazie a una partitura audace, alla regia di Terry Gilliam, alla bacchetta sicura e sapiente di Roberto Abbado e all’ottimo lavoro di orchestra e interpreti

Con un allestimento che ne ha impegnato a fondo le risorse artistiche e tecniche, il Teatro dell’Opera ha segnato un importante successo, offrendo una nuova edizione del Benvenuto Cellini, di Hector Berlioz (1803-1866). Lo spettacolo nasce in coproduzione con l’English National Opera di Londra e con l’Opera di Amsterdam, in una messa in scena complessa, ai limiti del kolossal, resa impeccabilmente sul palcoscenico romano. Al Costanzi, l’edizione precedente risaliva a oltre vent’anni fa, proprio perché si tratta di un titolo assai articolato, difficile, costoso da mettere su. Segno particolare di questo Cellini, e indubbio motivo di richiamo, è la regia di Terry Gilliam, con co-regia e coreografia di Leah Hausman, il tutto ripreso a Roma da Natascha Metherell. E Gilliam firma anche la scenografia, insieme ad Aaron Marsden, mentre le luci sono realizzate da Paula Constable e i video da Finn Ross. Nel catalogo del regista statunitense, reso celebre da titoli quali Monty Python, La leggenda del re pescatore, L’esercito delle dodici scimmie, nulla è mai prevedibile, scontato. Quindi, proprio la vicenda singolare, vulcanica, dello scultore e cesellatore fiorentino, in lotta strenua con il mondo – vicenda biografica e artistica nella quale il musicista Berlioz si riconobbe – ha scatenato la fantasia del regista americano in una realizzazione di spiccata energia, e di trovate dissacratorie e iconoclaste. Di qui la marcata mobilità di personaggi, coro, maschere, mimi attivi anche in platea, in un gigantismo scenico che richiama le Carceri incise da Piranesi, con videoproiezioni, effetti di luce, e artifici rutilanti che colorano vivacemente la rappresentazione.

Cellini 1Il Benvenuto Cellini vide la luce nel settembre 1838, all’Opéra di Parigi, e fu indiscutibilmente un fiasco, che indusse il teatro a ritirare lo spettacolo dopo tre sole rappresentazioni, nonostante alcune modifiche introdotte dall’autore in corso d’opera. Bisognò attendere il marzo 1852 a Weimar, sotto la direzione d’orchestra di Franz Liszt che intervenne sulla partitura con ulteriori adattamenti, per la consacrazione del capolavoro. Capolavoro che comunque ha avuto sempre una complicata fortuna esecutiva, date le difficoltà e l’enorme impegno richiesto dalla sua messinscena. L’autore, Hector Berlioz, nella storia della musica svolge un ruolo importante nell’esporre un linguaggio musicale e una poetica drammaturgica profondamente innovativi, tipici del Romanticismo, il che nel suo tempo non ne facilitò certo l’affermazione. Sperimentatore riconosciuto e audace già per la sua Sinfonia Fantastica e per altre pagine, l’anima romantica del giovane Berlioz è conquistata dall’autobiografia di Benvenuto Cellini, ripubblicata in Francia nel 1833, e dalla sua eroica figura di artista in conflitto con il mondo e con la materia. Una condizione nella quale il musicista subito si identifica, per la sua spiccata propensione al modernismo, che tra gli anni venti e trenta dell’Ottocento lo porta a sfidare le regole, guardando oltre l’orizzonte.

D’altra parte, già dagli esordi la sua personalità appare considerevole nel suo carattere estroverso, e anche tumultuoso; e tuttavia, o forse proprio per questo, non è accettata dall’Académie Royale de Musique e dagli ambienti ufficiali. E, in ogni caso, la scrittura di Berlioz è percepita come drammaturgicamente complicata, e difficile da mettere in scena in modo convincente. L’autobiografia di Cellini fornisce comunque al compositore francese soltanto alcuni spunti per l’intreccio del libretto, messo in versi da Léon de Wailly e Henri Auguste Barbier. Spunti costituiti dalla vita inquieta e ribelle di Cellini, dalla problematica fusione della statua di Perseo commissionatagli in Firenze da Cosimo I dei Medici (nell’opera la vicenda è trasposta a Roma, e il committente diviene papa Clemente VII), dal gesto eroico dell’artista che, per riuscire nell’impresa, sacrifica alla fornace i suoi lavori precedenti, dal difficile rapporto con gli operai fonditori. Il libretto quindi sposta luoghi e date, introduce la storia d’amore con Teresa, colloca i fatti nei giorni del Carnevale romano, al quale è dedicata una celeberrima pagina orchestrale, spesso eseguita a sé stante in concerto. Rimane il fatto che circa due secoli fa l’opera, al suo debutto, fu fischiata. E pare che, alla base, non vi fosse tanto l’audacia della musica di Berlioz, quanto lo stile del libretto, giudicato eccessivamente realistico e familiare rispetto ai gusti blasonati dell’Opéra, sede dell’Académie. In ogni caso, il Benvenuto Cellini si proponeva come titolo del tutto inusuale per il pubblico del 1838, con una partitura molto difficile da realizzare per orchestra, coro, e direttore.

Cellini 4Lo sviluppo dell’opera alterna scene incalzanti e spettacolari, indelebili per novità ed efficacia, a momenti più convenzionali. Gli aspetti innovativi del linguaggio di Berlioz risiedono nel trattamento dell’orchestra, autentico laboratorio di sperimentazioni inedite, nel vorticoso dinamismo ritmico, nella potenza delle scene d’assieme sia per l’azione sia per l’espressione musicale, nell’uso di temi ricorrenti in riferimento a situazioni e personaggi. Sovrana riesce poi l’abilità nel dosaggio dei contrasti, che nel Cellini rivestono centrale importanza in ogni terreno: ritmico, drammatico, orchestrale, tematico. Capolavoro drammaturgico è il famoso Carnevale, episodio nel quale Berlioz gestisce simultaneamente tre piani d’azione: la festa stessa, con gran turbine di popolo, il complicato movimento dei protagonisti, e una pantomima che introduce nell’opera l’innovativa idea del teatro nel teatro. La traduzione musicale di questa molteplice raffigurazione drammatica rimane memorabile per le soluzioni proposte da Berlioz, che con geniali concatenazioni sonore costruisce un affresco vorticoso, palpitante nell’alternanza di momenti d’insieme e di episodi più raccolti. E, per la sua epoca, non ha precedenti.

Decisive, per la riuscita di questo Benvenuto Cellini al Teatro dell’Opera, la concertazione e la direzione di Roberto Abbado; una bacchetta solida, ben preparata, di alta personalità e autorevolezza, che ha saputo tenere egregiamente in pugno l’ardua partitura, e l’intera macchina musicale e scenica. Mostrandosi profondamente consapevole dei significati innovativi dell’opera di Berlioz, Roberto Abbado ha messo a fuoco, e calibrato con sicuro equilibrio, le suggestioni e le insidie di una musica che impone molteplici articolazioni ritmiche, complessità armoniche, soluzioni strumentali, che non a caso hanno contribuito a consacrare nella storia della musica il genio di Hector Berlioz anche come sublime orchestratore. Sotto le mani di Abbado, l’orchestra romana ha reso impeccabilmente suggestioni poetiche, colori, sfumature, esplosioni di una scrittura d’intensa temperatura drammatica. E così anche il coro, preparato da Roberto Gabbiani, che ha assolto molto appropriatamente il suo ruolo, fondamentale in quest’opera.

Cellini 3Ben assortita la compagnia di canto, centrata sul tenore statunitense John Osborn nella parte di Cellini. Molto apprezzabile la sua interpretazione, sia vocalmente sia nel movimento. Impegnato a trasmettere gli accenti eroici, quelli sentimentali, e infine quelli canaglieschi e rissosi dell’orafo e cesellatore fiorentino, Osborn ha saputo imprimere incisivo risalto alle diverse connotazioni del suo personaggio, cantando con accenti opportuni le due grandi arie, intrise di solitarie evocazioni. Bello il suo timbro, omogeneo in ogni registro. Al suo fianco, magnifica prova ha offerto Mariangela Sicilia nella parte di Teresa. Cantante non ancora affermata sulle scene italiane, questo soprano è apparso impeccabile in ogni piega del proprio personaggio, al quale ha conferito ineccepibile rilievo sia nei momenti concitati, sia in quelli lirici, sia nei virtuosistici passaggi di coloratura, come nella cavatina Entre l’amour et le devoir. Nicola Ulivieri ha incisivamente dato voce alla figura di Balducci, mentre un gradino sotto è risultata l’interpretazione di Fieramosca, affidata ad Alessandro Luongo. Molto bravo anche Marco Spotti nella parte di Clemente VII. Qui la fantasia irriverente e beffarda di Terry Gilliam, e l’abito di Katrina Lindsay, autrice dei bei costumi, hanno dato alla figura papale le sembianze di una strega, scortata per di più da pretoriani spiritosamente gay. E Cellini, pur di alimentare la fusione, gli strappa anche dalla testa l’emblema pontificale. Molto riuscita la figura di Ascanio, al quale dà bella voce e risalto drammatico l’interpretazione en travesti del mezzosoprano armeno Varduhi Abrahamyan. Applausi calorosissimi, e repliche fino a domenica 3 aprile.

Facebooktwitterlinkedin