Raoul Precht
Periscopio (globale)

L’adolescenza breve

Virgilio Tosi, teatrante e soprattutto grande documentarista, a novant'anni ha raccontato le sue esperienze di 75 anni prima. Ne è venuto fuori quasi un romanzo

Sembra che negli ultimi tempi il genere autobiografico sia diventato appannaggio esclusivo di calciatori, cantanti, attori cinematografici e politici in vena di autopromozione o rilancio, riducendosi quasi sempre a uno sterile elenco di aneddoti, con inevitabile esibizione dell’ego tanto del protagonista, quanto dei personaggi di contorno, tutti famosi e in grado di rafforzare la presunta importanza del suddetto. Ma poi, in un mondo in cui giustamente nessuno dice più la verità e perfino le biografie sono spesso false e tendenziose, come fidarsi di chi racconta solo la propria versione, e probabilmente l’abbellisce?

Riflettevo sulle autobiografie, come genere e vezzo, più o meno in questi termini, mentre in ossequio alla legge del contrappasso mi addentravo sempre più, e con sempre maggior piacere, in un libretto stupefacente, la Storia di un’adolescenza breve di Virgilio Tosi, recentemente edita dall’editore romano Carocci, in cui l’autore racconta, a distanza di settantacinque anni dai fatti, gli anni che appunto si suole considerare adolescenziali, dai 13-14 ai 19-20, grosso modo. Un’impresa già tentata, con maggiore o minore fortuna, da altri, niente di troppo originale, all’apparenza. E invece…

E invece il libro presenta delle avvincenti peculiarità.

Virgilio TosiIntanto, il fatto che Tosi non è evidentemente un calciatore, né un cantante, né un attore né tantomeno un politico. È invece il decano – anche se nel suo libro per un eccesso d’umiltà quasi non ne parla – dei documentaristi scientifici italiani, vincitore nel 2012 del Premio internazionale Jean Mitry, per anni collaboratore della RAI, del CNR, dell’Unesco, dell’Istituto Luce, della Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea e già presidente dell’International Scientific Film Association e dell’Associazione italiana di cinematografia scientifica. Questo per dare giusto una rapida idea del suo percorso professionale, senza troppo entrare nel dettaglio del sodalizio con Cesare Zavattini o del ruolo svolto al momento della creazione, con Grassi e Strehler, del Piccolo Teatro di Milano. Giunto alla soglia dei novant’anni – soglia nel frattempo brillantemente valicata – ha deciso, basandosi su taccuini, appunti di diario e lettere dell’epoca, ma soprattutto su una memoria semplicemente prodigiosa, di raccontare se stesso negli anni del fascismo e della guerra.

Naturalmente, ed è qui che il meccanismo narrativo prende il volo e lega il lettore alla poltrona, rendendo difficile interrompere la lettura, la sua non è un’adolescenza come tutte le altre. Il giovane Tosi, che vive a Milano ed è costretto ad andare a lavorare giovanissimo, ad appena quattordici anni, per dare un contributo alle finanze disastrate della famiglia, ha un suo sogno, quello di avvicinarsi al cinema e al teatro, e riesce a viverlo fino in fondo. Al punto che ad appena sedici anni le circostanze, su cui non dirò troppo per non guastare il piacere della lettura, lo porteranno a dover vivere a Roma, dove non ha né amici né parenti, guadagnandosi la vita come segretario dell’allora giovanissimo Ente Teatrale Italiano e mantenendo malgrado tutto un forte legame con la famiglia lontana. Stiamo parlando del 1942; negli anni immediatamente successivi, resi ancora più problematici dall’entrata in guerra dell’Italia, Tosi lavora, studia, preparandosi a prendere la maturità classica come privatista, si esercita quale organizzatore e aiuto-regista, scrive recensioni e per un breve periodo diventa addirittura il critico ufficiale del Corriere della Sera, conosce giovani come lui, poco più che coetanei, che in seguito saranno famosi e adulti che già lo sono e che lo “adottano”, da Memo Benassi a Damiano Damiani, da Ennio De Concini a Paola Borboni, da Alessandro Blasetti a Vittorio Gassman, per non citarne che alcuni, tutte persone che ne influenzeranno i gusti e le scelte. In piena guerra si trasferisce insieme agli uffici dell’ETI a Venezia, per poi tornare finalmente a Milano, mèta da cui, novello Ulisse, varie peripezie sembravano tenerlo lontano. Ma soprattutto Tosi vive, vive intensamente, pur nella piena coscienza della propria immaturità, e lotta, lotta con le ristrettezze, la fame (quella vera), le cimici. E naturalmente scopre, tra le tante incomprensibili cose della vita, da un lato la politica, dall’altro l’amore e infine anche il sesso.

virgilio tosi storie diun'adolescenza breveCon partecipazione e al tempo stesso con un salutare distacco, Tosi ha saputo rendere anni tanto lontani – fra il momento descritto e quello della scrittura ne passano press’a poco settantacinque! – con una freschezza narrativa, un umorismo e una capacità di reperire il senso delle cose nei singoli dettagli e umori che per uno scrittore è davvero difficile non invidiargli. Sì, parlo di Tosi come di uno scrittore: perché accanto a tanti che si autoproclamano tali, ce ne sono invece anche di autentici, che magari per tutta la vita hanno fatto altro, per esempio il regista di documentari scientifici, e in tarda età scoprono di saper tenere una penna in mano con sicurezza e padronanza dei propri mezzi stilistici. Ma da questo scritto di Virgilio Tosi traspare anche un’altra, rara qualità, che si chiama umiltà e grazie alla quale in tutto il libro la sua vera attività professionale è come messa fra parentesi, quasi taciuta:  altri avrebbero speso decine di pagine per autopromuoversi, persino alla sua età, mentre Tosi si limita strettamente a onorare il tema prescelto, raccontandoci di quegli anni terribili e fulgidi, gli anni della sua adolescenza, e dedicando solo sparutissimi accenni a quello che avrebbe concluso dopo la guerra o che sarebbe diventato “da grande”.

Perché di strada poi ne avrebbe fatta, quel ragazzino, ma questa, come dice lui alla fine, “è un’altra storia”. A noi lettori resta l’auspicio che anche quest’altra storia lui si metta a scriverla, e che ci consenta di leggerla presto.

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