Pier Mario Fasanotti
La giornata della memoria/1

Leggere la memoria

Che ne sarà del peso concreto della testimonianza storica dell'orrore nazista e fascista quando tutti coloro che hanno vissuto l'Olocausto saranno morti? Bisognerà ricominciare a leggere i libri...

Sono ormai rimasti in pochissimi a dare testimonianza diretta dello sterminio nazista, effettuato – e non bisogna mai scordarlo – con una ferocia che potremmo definire burocratico/industriale. Rispetto agli anni scorsi, sono ovviamente diminuiti i libri ove si racconta l’odissea dell’umiliazione, della tortura e della morte. È un dato incontrovertibile in base alla legge anagrafica. Immediata una domanda: e poi? Che cosa succederà tra circa dieci anni (se va bene), quando calerà il mutismo, vasto e sconvolgente, delle vittime? Ipotesi raccapricciante, che qui scrivo per il solo dovere di logica: i negazionisti, ossia coloro, tra cui pure sedicenti studiosi di storia, rialzeranno la testa e continueranno a insistere che le camere a gas di Dakau, Buchenwald, Auschwits (in polacco Oòwiecim), Bergen-Belsen e altre decine di lager sono sempre state il frutto della propaganda, una stortura storiografica o addirittura una fantasia psicopatica. La nuova generazione tende in generale a considerare quei territori, macchiati di sangue e avvolti nel puzzo della morte, “una cosa del passato”, che, magari, non si deve più tirare in ballo.

Ciò che ho ipotizzato mi piace pensare che non succeda, almeno su larga scala. Anche se i negazionisti hanno pur visto, tra tanti documenti filmici, anche l’orrifico e splendido (tecnicamente) montaggio (50 minuti) fatto da Alfred Hitchcook sul materiale di pellicole sovietiche e anglo-americane. Il regista di trame gialle non completò il suo lavoro. La pellicola, mai mostrata al pubblico integralmente, venne messa da parte nell’immediato dopoguerra per favorire la riappacificazione (favorendo, così cinicamente, interessi politici e commerciali). Sarebbe dovuta uscire subito dopo la liberazione dell’Europa dal nazismo, ma il ritardo ne fermò la distribuzione perché non era più considerato utile, dagli Alleati, continuare a presentare quell’orrore davanti agli occhi dei tedeschi mentre gli sforzi erano tutti concentrati a contenere il «senso di colpa» a favore del processo di ricostruzione postbellico. Il «girato», intitolato Memory of Camps (oppure, più brevemente “Olocausto”) venne in parte recuperato nel 1980 – grazie a un ricercatore americano che lo ritrovò tra la polvere in un magazzino del museo londinese – e proposto in una versione incompleta al Festival di Berlino del 1984, oltre che sulla rete tv americana «Pbs» e recentemente su una rete italiana. Quella versione è visibile anche su youtube.

olocausto1Come è ovvio, c’è sempre chi mette i bastoni tra le ruote della Memoria (con la emme maiuscola). Recentissima riprova: la Fondazione Anna Frank. Il libro di quella ragazza nata nel 1929 e morta a Bergen-Belsen nello stesso anni in cui Hitler si toglieva la vita e Mussolini veniva giustiziato, circola comunque liberamente: in Francia è stato distribuito gratis online. Ma la Fondazione oppone ragioni (più presunte che vere visto che sono passati 70 anni: ossia i diritti d’autore legali sono scaduti). Il testo è integrale, ossia sono stati eliminati i tagli fatti dal padre Otto. In Italia la Newton Compton l’ha messo in libreria. Ma in Inghilterra e in Spagna non circola alcuna edizioni fuori copyright. Tutto questo alla faccia non di un “raccontino”, ma di quella straordinaria orma di memoria collettiva.

L’indifferenza colpevole, e la voglia di mirare al business, hanno fatto sì che la fortezza di Mamula, nell’Adriatico, stia diventando un resort per ricchi, amanti delle saune, del lusso e della buona cucina. Mamula, già ribattezzata l’«Hotel dell’orrore», è stata comprata dal miliardario da dieci uomini ricchissimi nati in Africa, che hanno trasformato in 23 camere extralusso le celle e le stanze dove, per ordine di Mussolini, vennero torturati e uccisi 130 antifascisti e soldati jugoslavi. Era insomma un lager, tra i più dimenticati. Dinanzi alle splendide Bocche di Cattaro nella meglio conservata fortezza austro-ungarica del 1800 si suoneranno motivetti alla moda. Uno dei proprietari (egiziano) aveva promesso di aprire almeno un piccolo museo che ricordasse la triste storia di Mamula. Ma nel progetto l’«ala della morte» è stata cancellata. Un altro egiziano, Boutros-Ghali, ex segretario generale dell’Onu, ha protestato con una lettera al governo montenegrino: «È sorprendente che l’unica soluzione per valorizzare la fortezza sia quella di un suo sfruttamento economico. L’ex lager sarà dato in concessione per 49 anni (simbolico affitto di quattromila euro) e promette al Montenegro una partecipazione agli utili per /,5 milioni l’anno.

auschwitz liberationePoi ci sono i bambini. Nel 1935 entrano in vigore in Germania le famigerate leggi razziali (Roma seguirà poi Berlino, a breve distanza). Il dodicenne Lev e altri suoi quasi coetanei si rifugiano in Gran Bretagna, che ha deciso di aprire le porte ai fuggiaschi. Ma solo ai più piccoli, dal momento che Londra costruirà il Kindertrasport, un corridoio diplomatico atto a separare i genitori dai figli, i fratelli dalle sorelle. Bimbi al sicuro, dunque, pur in mezzo alle paure, alla solitudine, alle privazioni di ogni sorta. Il protagonista della vicenda ha ispirato Barbara Vignozzi, autrice per bambini, per l’esile ma efficace libro Lev (appena pubblicato da Gallucci). Sempre per il pubblico in erba Lia Levi, con le illustrazioni di Desideria Guicciardini, ha scritto per Il battello a vapore Quando tornò l’Arca: storie di bimbi ebrei nella Roma del ’43.

Se la memoria resisterà, questo sarà merito di alcuni romanzi scritti in questi anni e mesi. È il caso, per esempio, della bravissima Mary Chamberlain, autrice de La sarta di Dachau (Garzanti editore). Il libro è stato pubblicato in 26 Paesi. È la storia della diciottenne Ada Vaughan, bella e sinuosa, che lavorava in una sartoria di Mayfair (Londra). Molto ambiziosa, voleva trasferirsi a Parigi, «bramava essere qualcuno». Un giorno, aspettando l’autobus a Piccadilly c’era molto vento, l’ombrello le sfuggiva di mano: accorse in suo aiuto un uomo dal volto magro e con baffi corti e sottili. Ada è turbata dal colore dei suoi occhi, “color verde acqua”, dall’accento continentale. Prendono un the insieme, al Ritz, e la giovane valuta la lana fine color grigio del suo abito. L’autrice, nonché docente di Storia, ha rivelato che lo spunto narrativo proviene dal vestito che indossava Eva Braun, l’amante del fuhrer, il giorno delle sue nozze: «Sappiamo che Eva indossava l’abito che più piaceva a Hitler, di seta nera con rose rosse attorno alla scollatura».

lager BuchenwaldPiù direttamente, e drammaticamente memorialistico, è il libro di Gilberto Salmoni: Buchenwald. Una storia da scoprire (Fratelli Frilli Editori). Salmoni, ingegnere è tornato in quel lager e parlando con alcuni sopravvissuti ha scoperto particolarità diverse rispetto agli altri “campi”. Salmoni varcare il confine svizzero. Prima il carcere di Bormio, poi smistati a Tirano e infine a Como, furono internati a San Vittore (Milano). Era una famiglia mista (cattolici ed ebrei), ma l’origine incerta non li salvò. Sua madre, ferita durante un bombardamento, e sua sorella furono fatte salire su un treno diretto ad Auschwitz. Salmoni e un suo fratello dentro un convoglio alla volta di Buchenwald. Poco tempo dopo seppero che la madre, assieme alla figlia, erano morte in una camera a gas. A Buchenwald «ci fecero fare la doccia e ci infilarono in una baracca zeppa di altri deportati. Nuovo abbigliamento, tra cui gli zoccoli, aperti d’estate e chiusi d’inverno. Ci chiesero che mestiere sapevamo fare. Mio fratello era medico e si offrì di curare i feriti dopo i bombardamenti alleati. Finì in sartoria. Io ebbi il compito di rimuovere le macerie, un lavoro infame in sartoria». La prigionia di Salmoni durò “solo” otto mesi. «Al momento della liberazione, i primi deportati a uscire dai fili spinati furono i francesi e i cecoslovacchi. Per noi italiani nessun aiuto, salvo che da Fausto Pecorari, che diventò poi membro della Costituente». Tortuoso e dolente ritorno a Genova. «Mio nonno, l’ultimo nostro parente – ricorda Salmoni – era morto durante la nostra assenza e fu meglio così. Gli fu risparmiato lo strazio di apprendere che la figlia, il genero e la nipote erano stati uccisi barbaramente».

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