Raoul Precht
Periscopio (globale)

Il quaderno di Bach

Nei diari (e nella filologia) di Bach si scopre una dimensione "familiare" della sua creatività, a dimostrare quasi una gioia insita nel fare musica insieme ad altri

Uno dei massimi sforzi di chi scrive è quello di dare alla propria creazione una struttura, facendone un insieme coerente e integrato nonostante le differenze fra le singole parti che lo compongono. Eppure, spesso sono proprio le opere incompiute, gli elenchi, le raccolte di frammenti, i centoni apparentemente casuali a sprigionare un fascino al quale, come lettori o ascoltatori, non sappiamo resistere.

Un esempio fra tutti è dato dal Notenbüchlein für Anna Magdalena Bach – letteralmente: piccolo libro (o quaderno) di note – di Johann Sebastian Bach, il quale si compone di due raccolte distinte, rispettivamente del 1722 e del 1725, comprendenti una serie di brani musicali suoi e di altri compositori a lui coevi che Bach aveva riunito per sostenere dal punto di vista tecnico gli studi musicali della seconda moglie, cosi come aveva già fatto del resto per il primo figlio, Wilhelm Friedemann, con l’analogo Clavier-Büchlein.

Il primo manoscritto, quello di Köthen del 1722, non è completo, si presume anzi che non sia giunto fino a noi più di un terzo di quanto conteneva. Vi figurano esclusivamente opere di Bach, fra cui le prime cinque Suites francesi, sia pure in una versione ancora frammentaria e non definitiva. Quello di Lipsia del 1725 propone invece, accanto a opere del Maestro come un’aria delle Variazioni Goldberg e il preludio al Clavicembalo ben temperato, anche molti brani anonimi e musiche di altri compositori, fra cui il figlio Carl Philipp Emmanuel Bach, François Couperin, Christian Petzold e Gottfried Heinrich Stölzel, autore della splendida aria Bist du bei mir, per lunghi anni attribuita allo stesso Bach. Tradizionalmente, è soprattutto a quest’ultimo manoscritto che si fa riferimento quando si parla del Notenbüchlein.

Ne ragiono qui non solo per il valore intrinseco dell’opera, ma perché ci viene ora proposta in una nuova versione, filologicamente accurata, dalla brava e sensibile clavicembalista Cipriana Smarandescu, ben coadiuvata, per i brani cantati, dalla voce calda e dall’attento fraseggio del baritono Furio Zanasi. La cembalista, che è anche musicologa, il che non guasta affatto, firma altresì una parte delle note di presentazione del disco, ponendo giustamente l’accento sul carattere di Hausmusik (musica familiare) di questi brani sulla gioia insita nel fare musica insieme ad altri (non a caso i musicisti chiamano la musica da camera anche “musica d’insieme”).

Naturalmente è un disco curioso, ma che soprattutto incuriosisce. Incuriosisce intanto la finalità domestica dell’impresa bachiana, sottolineata dalla brevità di molti dei pezzi, veri e propri studi per il perfezionamento allo strumento; ma stupisce anche il modo in cui il titano si appropria di opere altrui, le rielabora, le assume in sé, rendendole del tutto degne della propria grandezza. Chiude il disco una suite per clavicembalo del 1726 di Christian Petzold che, come ricordato nelle note, al Notenbüchlein è strettamente collegata.

Ma il recupero filologicamente corretto non si limita alla lettura attenta del manoscritto e delle sue successive versioni a stampa. È importante anche il recupero di uno strumento il cui suono possa riportarci, per quanto possibile, ai tempi di Bach. In questo caso, si è utilizzata la copia di uno strumento francese del 1729, l’unico tra quelli citati da Michel Corrette nel Maître de clavecin che si sia potuto identificare con certezza; uno strumento dal suono a un tempo denso e brillante, per una registrazione in cui, una volta tanto, non si è voluto lesinare sulle spese legate agli aspetti tecnici.

Anche nella musica, come in letteratura, assistiamo alla presenza simultanea di giganti discografici – le varie DGG, RCA, CBS, Sony eccetera – e di realtà piccole se non addirittura minuscole che però, come le remore di Plinio, con la loro azione di disturbo costringono le grandi navi a fermarsi e magari perfino (un bel giorno…) a cambiare rotta. La registrazione di cui parliamo qui si deve infatti a una realtà discografica di dimensioni modeste, la Continuo Records, ma che tutt’altro che modesta vuol essere nella scelta del repertorio e nelle interpretazioni, per non parlare dell’accurata resa acustica; si tratta insomma di una di quelle poche case discografiche che stanno sostenendo la sfida della sopravvivenza in un mercato sempre più povero e ridotto all’osso e sempre più dominato dai grandi marchi. In questo caso specifico, la scelta di affiancare giovani esecutori a interpreti già molto affermati, come Roberto Prosseda o Hugo Reyne e la sua Simphonie du Marais, rappresenta una vera e propria scommessa per chi vive dell’attenzione di un numero ristretto di melomani e sul loro coinvolgimento appassionato costruisce pian piano la propria reputazione.

Non sarà un’osservazione originale, ma viviamo davvero in un mondo sempre più piegato al paradosso. Da un lato, oggi è diventato relativamente facile registrare un disco, anche in ambiente domestico, e autoprodurselo. Perfino le major cui accennavo poc’anzi registrano sempre meno nei loro studi e acquistano e diffondono sempre più prodotti ready made. Dall’altro, la qualità tecnica di molti di questi prodotti è talora opinabile, e la comparsa di qualche piccola realtà discografica che tiene ancora a certi “dettagli”, come la coerenza del suono, le peculiarità timbriche o la pulizia della registrazione, va quindi salutata non solo con attenzione, ma con gioia.

La gioia, appunto, del fare musica “insieme”.

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