Alberto Fraccacreta
I libri di Succedeoggi, Roma

Il cappotto di Dostoevskij

Succedeoggi raccoglie in volume i saggi di Leone Ginzburg «Su Doestojevskij» (secondo la sua grafia). Una guida critica per penetrare il mondo di un vero e proprio "Maestro di coscienza”

Leggevo ultimamente il giudizio che Nabokov diede di Dostoevskij: sciatto nello stile, ideologico nei contenuti, non capace di strutturare i suoi romanzi pennellandoli come fece Tolstoj o pervadendoli di estro artistico alla maniera di Gogol’. Benché durante la lettura del pezzo abbia mostrato svariati segni non dico di insofferenza, ma in pratica di nevrosi acuta (matite spezzate, carta rosicchiata…), questo non è un articolo apologetico, né inquisitorio. Anche perché Dostoevskij non ha bisogno di essere difeso. Per lunghi anni ho creduto che, andando un giorno in Russia, avrei incontrato in un’osteria Ivan Karamazov folle d’amore e della sua mancanza, lo scienziato ateo – anzi, ribelle – che sapeva parlare di Cristo meglio di un cardinale: aveva progettato mentalmente quella grande difesa del cristianesimo che è, nel suo finale, la Leggenda del grande inquisitore, un capitolo a sé stante nell’epopea dei Karamazov.

Avrei forse preso un bicchierino con Dmitrij e camminato per alcuni tratti di una strada di provincia con Alësa, il monaco nel mondo, l’uomo assolutamente buono, o lungo la Prospettiva Nevskij con Raskol’nikov, dall’animo cupo.

Tutto questo a ragione del fatto che per lunghi anni ho creduto i personaggi di Dostoevskij vivi e vegeti, persone in carne e ossa. E non ho alcun motivo valido, oggi, per svellere questa credenza. Anzi proprio perché il periodo di assuefazione a quella poetica è passato, penso di avere gli strumenti giusti – concessi dal tempo – per dire che i suoi personaggi sono forti, fortissimi, quasi fossero una presenza, un volto amato che ricordi piacevolmente. Sono il punto più alto del naturalismo narrativo, poiché non si limitano a mostrare l’epidermide delle relazioni, come buona parte degli esponenti del naturalismo, ma rivelano quel substrato di cui siamo, spesse volte, vittime: cresce a dismisura sino a prendersi il nostro posto nell’esistenza, imprigionandoci in opinioni feudatarie e corazzate egoiche.

dostoevskij3I personaggi di Dostoevskij non sono un’emanazione dell’anima del loro autore, come spesso si è argomentato. Sono invece la perfetta incarnazione dell’alterità, quell’alterità assoluta che Hegel credeva impossibile e che, con la sua scrittura, mostra miracolosamente passaggi mentali omessi. Strano a dirsi, Dostoevskij mette in scena il pensiero di un altro e lo fa fino alle sue estreme conseguenze. Vive una vita che non gli appartiene, per lasciare intendere di sottecchi al lettore dove possa andare a schiantarsi un’esistenza che non cerca più la verità.

È proprio questo il punto: i romanzi di Dostoevskij appartengono a coloro che cercano instancabilmente la verità. Spesso, quando si è giovani e la purezza non è stata ancora strappata di dosso dal pragma del mondo, si respirano le pagine di quei romanzi in un modo che non ritornerà. Erroneamente si crede allora che tali pagine siano destinate ad una certa età, l’età delle scoperte, degli ideali, degli studi. Conclusa quell’epoca, non hanno più nulla da dire.

Dostoevskij è per chi serba ancora la purezza, anche un briciolo, come un impermeabile sotto la pioggia di qualsiasi età. Chi crede che sia sorpassato, dovrebbe innanzitutto chiedersi dove sia finita quella purezza che aveva quando lo leggeva con veemenza. Diventati adulti, si pensa al lato pratico della vita. Ma la contemplazione viene così bandita. La contemplazione è però il meglio della vita e, direi anche, la vera praxis.

In questo contesto si inseriscono le illuminanti riflessioni di Leone Ginzburg, raccolte da Succedeoggi nella veste di editore e corredate dell’introduzione di Ubaldo Soddu, nel volume Saggi su Dostojevskij (dove la grafia del nome dello scrittore è quella definita dal grande intellettuale di origine russa), che ripropone il guizzo critico di alcuni contributi su quattro romanzi (Le memorie dal sottosuolo, Il giocatore, L’idiota e I demonî) e un saggio sulla classicità dello scrittore russo.

Nell’introduzione a Il giocatore, Ginzburg racconta la storia legata al libro e scoperchia le reali motivazioni di quella “sciattezza” stilistica denunciata da Nabokov: motivazioni intimamente intrecciate agli aspetti biografici, oltre che ad una differente concezione dell’arte. «A un libraio di pochi scrupoli, che aveva pubblicato parecchie opere sue, Dostojevskij si era impegnato a consegnare in più, a data fissa, un racconto inedito d’una certa ampiezza; e il mancato adempimento di una clausola portava con sé una penalità assai forte, che egli non sarebbe riuscito a pagare, oppure la rinuncia ai diritti d’autore sugli altri volumi e sui libri che avrebbe scritto nei nove anni successivi». Dostoevskij, gran sbadatone, messosi al lavoro solo poche settimane prima del termine stabilito, assume una stenografa con il compito di aiutarlo nell’ardua impresa.

«Così il Giocatore fu pronto per la data prefissa, con grave scorno del libraio Stellovskij, e poco dopo la stenografa, Anna Grigòrjevna Snítkina, diventò la seconda moglie di Dostojevskij. Ma i segni della fretta sono pochi e superficiali in questo racconto, a volerli distinguere bene da quella noncuranza delle raffinatezza verbali o astrattamente stilistiche, che in Dostoevskij si riscontra anche nei libri scritti con più agevolezza, e mostra soltanto come le sue preoccupazioni fossero di tipo diverso, seppure non meno artisticamente valide. A lui bastava che la disposizione e la progressione dei particolari nella trama e la novità degli “effetti” soggiogassero il lettore fin dalle prime pagine, comunicandogli quasi magneticamente la validità umana e la verità poetica dei personaggi e delle loro avventure; altrimenti la partita era perduta, ed egli per primo sapeva di trovarsi davanti un’opera mancata».

Ciò rende Dostoevskij un autore incompreso, soggetto a facili e sbrigativi giudizi, legati quasi sempre alla forma o all’architettura dei suoi romanzi. Non si capisce la potenza poetica della sua lezione, ben sottolineata da Ginzburg: una potenza immortale perché tratta di tematiche immortali, nate e sepolte con l’uomo.

Leone GinzburgCredo però che parte di questo sostanziale gioco all’incomprensione nasca anche dal fastidio che lo scrittore suscita: richiamandosi ad una purezza primigenia, fa scattare nella psicologia del lettore la molla di meccanismo di difesa, perché siamo sempre sull’orlo della perdita definitiva della purezza. Il cammino a ritroso, verso quella tensione da lui indicata con coraggio, è difficile, irto di insidie. È meglio restare assopiti o diguazzare in un comune pantano di intrighi. Ma Dostoevskij dice: non dimenticarti che puoi comunque trovare la verità e riconquistare la purezza. Lo dice tenendo conto delle sue miserie pervicaci, mostrandosi per quello che è realmente, senza assumere il ruolo di un giudice di valori. Per tale ragione suppongo che il maggior merito della sua scrittura risieda nella mobilità della riflessione, che si traduce in onestà intellettuale e apertura, al contrario di molti autori rigidi e chiusi nelle loro sovrastrutture ideologiche.

Anna Grigòrjevna, ripercorrendo la vita quotidiana con lo scrittore in un diario di memorie, riferisce di quando, entrando di soppiatto nello studio, lo trovasse in contemplazione di una copia della Madonna Sistina di Raffaello comprata a Dresda. Lei sgattaiolava via senza colpo ferire e il marito non si accorgeva di nulla, tanto era assorto tra le pieghe del dipinto.

Dostoevskij chiede a se stesso e ai suoi lettori un cambiamento: non è detto che venga subito, forse non è detto che verrà mai, ma la domanda sola del cambiamento appare come una forma irrinunciabile di diversità. Chi non chiede di cambiare, resterà identico, stupidamente fedele a se stesso. Entro colui che lo chiede – soltanto lo chiede – sussiste ancora una speranza, una forza duplice di trattenimento e di lasciar andare. Un moto che argina.

Dostoevskij è chiamato ad essere artista della generosità di espressione, nonché uomo dotato di ardore definitivo. Ama impetuosamente, anche se questo gli costa continue cadute e umiliazioni.

«A Satov, che identificava il cristianesimo con la missione del popolo russo “portatore di Dio”, Dostojevskij si sentiva tanto vicino che gli mise sulle labbra, anche se con intonazione alquanto mutata, perfino la sua professione di fede, identica a quella di quando era uscito dalla galera (“se qualcuno mi dimostrasse, – aveva scritto allora, nel 1854, a una dama profondamente religiosa, – che Cristo è fuori della verità, e fosse realmente così, che la verità fosse fuori di Cristo, io preferirei rimanere con Cristo piuttosto che con la verità”)» racconta Ginzburg nell’introduzione a I demonî.

Questa maieutica della critica, rilevata giustamente da Ubaldo Soddu, consente di conoscere più a fondo il grande romanziere servendosi socraticamente del parto del pensiero operato dallo stesso Ginzburg. Abbiamo così un quadro completo e lineare della personalità di uno dei maggiori artisti della storia, capace di proteggerci ancora oggi col suo cappotto di generosità dalle intemperie di un mondo globalizzato, quasi fosse un maestro di coscienza.

Quando Dostoevskij, negli ultimi anni della vita, fece il suo ingresso in una sala da ballo, su­­bito fermarono la musica e gli chiesero: «Maestro, parlateci di Cristo…».

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