Vincenzo Nuzzo
Filosofia e terrorismo

Saper morire

Nel mondo cambia tutto dopo i morti di Parigi. L'Occidente ha l'occasione di guardarsi dentro e ritrovare il senso della propria storia e il valore della propria vita. Anche rileggendo i filosofi

Dopo lo choc tremendo provocato su tutti noi dagli eventi di Parigi, era inevitabile che poi fioccassero le più diverse e magari contraddittorie analisi dei fatti. Ed era inevitabile che di fronte a tale così folta molteplicità si restasse tutti sconcertati e confusi. Del resto anche questo rientra pienamente proprio nell’esperienza di choc. Che altrimenti non sarebbe più tale. Cosa poi in diretta relazione con la strategia militare terrorista. Si tratta insomma dell’antichissimo strumento del cosiddetto «effetto sorpresa» – che offre un immenso vantaggio all’aggressore proprio perché l’aggredito, incerto sul da farsi, di fatto non fa assolutamente nulla.

È per questo che sono davvero benvenute le risposte nette ed energiche. Come quella data appunto da Hollande. Ma ciò in primo luogo per un certo grado di chiarezza che esse portano nelle coscienze. Cosa che però ovviamente sacrifica inevitabilmente altri aspetti che certamente non sono, in assoluto, di minore rilevanza. Mi riferisco con ciò a quelle analisi che suggeriscono una certa ponderazione nella risposta specie in termini di mitigamento della sua forza (in senso razionale o anche caritatevole). Si tratta insomma delle letture di fatti che vengono fornite da analisti politici ed uomini di chiesa e di fede. Chi potrebbe mai trascurare il valore di tali messaggi? Chi potrebbe insomma essere certo che l’invio delle storiche «cannoniere» sia l’unica risposta adeguata, in quanto moralmente giusta ed inoltre anche foriera di successo? Chi può essere certo, infine, che, proprio sotto l’onda dell’euforia attivista che segue sempre agli storici choc, non si precipiti tutti di nuovo nel baratro di una guerra globale, entro la quale i confini tra giusto ed ingiusto crollano e svaniscono in un generale naufragio della civiltà stessa? E cioè uno spaventoso ed atroce ennesimo bagno di sangue.

Eppure, eppure, è evidente che una reazione forte e chiara è comunque necessaria. A questa cogenza storica ora davvero non si può sfuggire! E mi sembra che ciò sia stato perfettamente colto dalla coscienza civile francese, e conseguentemente portato alla ribalta da Hollande. Tuttavia su questo bisogna riflettere piuttosto profondamente, evitando così di fermarsi ad una superficie  che riguarderebbe fatalmente solo la cronaca storico-politica ed in qualche modo poi anche appena la politologia.

Non mi sembra che si tratti affatto solo di questo. Mi sembra invece che l’ennesimo attacco mortale portato dal terrorismo islamico al cuore della Civiltà occidentale evidenzi dei tratti del suo esistere che noi tutti mi sembra facciamo di tutto per nascondere a noi stessi. Si tratta insomma di quello che secondo me è il nucleo stesso della strategia terrorista, ed in particolare nella sua forma islamica. Nucleo che ha poi la semplicità brutale e sfrontata di tutte le forme ben note di efficacia politica che hanno caratterizzato il XX e XXI secolo. La più eclatante e tuttora fortemente prossima a noi è quella del nazismo. E non a caso su questo si sono soffermati, nell’ultimo secolo ed in quello corrente, profondi pensatori come Max Scheler (Politica e Morale), Yukio Mishima (Lezioni spirituali ad un giovane samurai) e Carl Schmitt (La teoria del partigiano). Per la precisione si tratta del premio sempre concesso dalla storia a tutte le forme di ardimento militare moralmente disinibito. E nel caso specifico del nostro attuale confronto con l’Islam terrorista, si tratta del fenomeno semplicissimo della nostra incapacità a saper morire. E ciò a fronte, invece, della piena, determinatissima, e perfino gioiosa, capacità di farlo da parte dei militi terroristici che ci attaccano. Questo è il tremendo e fatale differenziale emotivo-spirituale ed esistenziale che ci condanna, ci inchioda e ci vede perdenti in partenza. Insomma, il fenomeno non funzionò con i kamikaze nipponici, ma ora sembra funzionare alla perfezione con quelli islamici. Così come funzionò alla perfezione anche nel caso dei Vietcong.

Ed allora c’è da considerare il fatto che proprio l’incondizionata efficacia di una strategia di attacco imperniata su un tale oggettivo differenziale (tra due così diverse consapevolezze civili e relativi stili di vita), è ciò che brutalmente fa piazza pulita in partenza di tutte le analisi ragionevoli e prudenti dei fatti. Per quanto giustissime e moralissime, esse infatti restano fatalmente sempre indietro davanti a qualcosa che si pone come oggettività insuperabile. Autentica provocatoriamente infallibile pietra di inciampo. È esattamente ciò che accadde con Chamberlain davanti ad Hitler. Vuota ed ingenua retorica contro agguerrite ed invincibili Panzerdivisionen.

C’è però da considerare anche il fatto che, così come ciò funziona in negativo (a nostro detrimento), allo stesso modo può funzionare anche in positivo, e cioè a nostro vantaggio. Parlo insomma della possibilità che abbiamo di prendere coscienza di una nostra costituzionale debolezza che poi è anche uno dei sintomi della devastante malattia di una società completamente disintegrata. È immediatamente evidente l’ampiezza e profondità portata salvifica di una tale presa di coscienza. E non ho dunque bisogno di soffermarmi su questo. In ogni caso non sto qui affatto invocando la guerra come «salute dei popoli». La storia ha fatto già giustizie di stupide, perverse e folli atrocità come queste. Sto però sottolineando il fatto innegabile che il non-saper-morire costituisce forse uno dei più gravi limiti di una società, e quindi un segno evidente del suo avanzato stato di malattia. Qualcuno ha recentemente condannato giustissimamente questo come «survivalismo» (Thibault Isabel, Il campo del possibile). E ciò mostrandoci la nostra così ossessiva e morbosa ostinazione a mettere il valore del sopravvivere (non del vivere!) sopra e davanti a qualunque altro valore. Il che poi equivale fortemente a quella tendenza a lasciarsi iper-nutrire da fluidi e succhi stagnanti, corrotti e corrompenti che giustissimamente Platone condannò (Repubblica, Libro VIII) attraverso la metafora polemica dei «fuchi».

Insomma, qualunque cosa apparirà ora più giusto fare, e tenendo presente il peso e valore che è dovuto a tutte le analisi dei fatti, certo è che questi ultimi ci richiamano al ritorno alla capacità di morire (oltre che di vivere pienamente). È solo in questo senso che sarebbe finalmente ora che dagli insanguinati campi di morte generati dai terroristi non si levino più solo e soltanto pianti traziati, stridor di denti e preghiere di misericordia e raccapriccio, ma anche pugni chiusi che si agitano e promettono vendetta. Vendetta certa e spietata. Proprio come ha detto Holland. E non solo questo, ma anche vittoria! Ovviamente non contro l’Islam (ci mancherebbe!), ma contro il terrorismo. E comunque con una portata che ormai sembra dover essere perfino più vasta e profonda (cioè più ampiamente coinvolgente) di ciò che è accaduto dopo l’11 Settembre.

Non è affatto bellicismo guerrafondaio questo. Perché alla fine ciò che nella guerra ha un qualche valore, è solo e soltanto la capacità di viverla come in primo luogo «psychomachia» (Margherita Fumagalli Beonio Brocchieri,  Giulio Guidorizzi, Corpi gloriosi. Eroi greci e santi cristiani). Ovvero come una lotta specialmente contro sé stessi. Ed il suggello di quest’ultima è proprio il pieno riconoscimento che va attribuito al saper morire come valore almeno pari a quello del saper vivere.

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