Alberto Fraccacreta
MotoGP: riflessioni dopo Valencia

L’onore di non vincere

Come la sventura rende più nobili i Troiani degli Achei, avvicina più a Ettore che ad Achille, nello stesso modo la sconfitta di Valentino Rossi architettata dalla cricca spagnola rende la sua figura più poetica e la sua non vittoria più significativa dei nove titoli in carriera

La logica dello sconfitto è affascinante. La delusione, l’uomo in ginocchio, l’atleta che presta il passo alla sua umanità, piuttosto che al senso di onnipotenza da cavallerizzo – forma insopportabile di inverosimiglianza, ci chiama a una riflessione diversa sul destino comune. Questo è forse l’aspetto dello sport che, più di altri, lo rende un’emanazione diretta della vita: la fragilità di chi perde. E tale fragilità è così tenue, assottigliata da sembrare una forza a sé, scettica e severa, contro la quale è facile perdere. La sconfitta vince?

Ho sempre pensato che Ettore fosse più bello di Achille (intendo proprio nei lineamenti), che i Troiani fossero più simpatici degli Achei (nel senso di sympatheia scheleriana, la capacità di entrare in un rapporto di estrema comprensione), perché la sventura è nobile, conferisce dignità a chi la sperimenta e la vive, dignità che, pari al riflusso di un’onda, investe potentemente anche chi rimane, con la mano sulla guancia, pensosamente ad ammirarla da lontano. Come dice Adam Zagajewski, in una delle sue poesie più significative, «perfino le cose diventano pure».

valentino rossiValentino Rossi è stato ed è uno dei maggiori piloti della storia. La sua precisione in gara e il suo estro di guida non sono certo nuovi agli addetti ai lavori e al pubblico. Benché sia caduto nella trappola-imboscata della cricca spagnola e non abbia saputo soffocare il nervosismo con quell’ironia che in altre occasioni lo aveva ben preservato, è stato chiaro fin da subito quale violenta ingiustizia stesse subendo. Abbiamo assistito a uno spettacolo, per lunghi tratti, indecoroso; al di sopra di esso sarebbe stato meglio calare il silente sipario dell’indifferenza, se non fosse sopravvenuta la fame finanziaria a scatenare sul Circo una pressione mediatica virale. Qui il motociclismo si collude col denaro padrone non meno che con la sua stessa brutalità (ragazzi di vent’anni che a ogni corsa rischiano la pelle e che sono istigati a tirar fuori le unghie tra litigi e bagarre).

È inutile però ora recriminare, affilando accuse o ricavando delazioni. Voliamo alto e lasciamo ai ripostigli della memoria le parentesi grigie. Ciò che interessa è che la figura di Valentino appaia ora più poetica, perché colpita da fallibilità, dall’intervento di macchinazione umana che gli ha imposto l’onore di non vincere. Giacché non vincere è un onore, l’onore più grande che si possa fare al nostro avversario. Marquez questo non l’aveva previsto e Valentino dovrebbe essere molto orgoglioso della sua non vittoria, che assume un significato maggiore dei nove titoli in carriera. La vittoria è ciò che Pasolini avrebbe definito la parte prosaica dello sport, la sconfitta ne rappresenta invece la parte poetica.

Lo sconfitto è colui che si è battuto sino alla fine, ma non è riuscito a sfuggire a un destino avverso. Una forza superiore lo ha soggiogato, suo malgrado. Chi perde è purificato dalla sua stessa condizione. La sagoma si staglia chiara sullo schermo, come un’immagine riflessa nella quale ci possiamo rispecchiare comprendendone empaticamente l’angoscia e il malessere. Le aspirazioni si rinsecchiscono e lasciano il posto a una piana umiltà.

Moto GPLorenzo si tenga la vittoria, a suo modo meritata, se si guardano le statistiche. A noi rimane l’amarezza/ebbrezza di aver visto una gara già decisa, quasi bollata dal tratto incerto della Tyche. Non abbiamo la perfezione delle dieci vittorie, il record che ci avrebbe portato a casa più sereni e soddisfatti, perché i tifosi credono sia proprio possesso ciò di cui essi tifano; non abbiamo tantomeno la possibilità di raccontare un giorno di aver assistito a un’impresa scritta negli annali. Nulla di tutto questo. Ci resta l’ordinario, la perdita che reca dentro di sé ogni sconfitta e che rende il Dottore più vicino alle nostre tare, senza la mistificazione della realtà che le imprese, ghiotte di una strana forma di totalitarismo, adducono.

Dedico questa sconfitta alla memoria di Marco Simoncelli. E a lui, sempre sulla coda del sorpasso, forse sembrerà più bella e feroce di ogni possibile rimonta.

Davvero sappiamo vivere solo dopo la sconfitta,
le amicizie si fanno più profonde,
l’amore solleva attento il capo.
Perfino le cose diventano pure.
I rondoni danzano nell’aria,
a loro agio nell’abisso.
Tremano le foglie dei pioppi,
solo il vento è immoto.
Le sagome cupe dei nemici si stagliano
sullo sfondo chiaro della speranza. Cresce
il coraggio. Loro, diciamo parlando di loro, noi, di noi,
tu, di me. Il tè amaro ha il sapore
di profezie bibliche. Purché
non ci sorprenda la vittoria.
Adam Zagajewski

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