Michela Leonardi
Southampton, 13 novembre 2015

L’odio e la bellezza

Viaggiare, camminare, piangere e non capire: l'unico conforto reale a questa tragedia che sembra irreale è immergersi nella bellezza. Chiusi in un museo, per esempio

Copenaghen. Aspetto da un quarto d’ora al controllo di sicurezza dell’aeroporto che mi ridiano il bagaglio a mano. Evidentemente sullo schermo a raggi x c’è stato qualcosa che non è piaciuto all’addetto. Non ho liquidi, forse le chiavi nella tasca del cappotto? O il lettore di ebook rimasto nella custodia? Lo yogurt della cena, ecco cos’era. 120 grammi, supera le quantità consentite, va buttato. Come se con 20 grammi di yogurt in più io possa costruire una bomba, minacciare, ferire o uccidere, mentre con 100 grammi sia evidentemente impossibile che io nuoccia a qualcuno. Due ore e centinaia di chilometri dopo arrivo a Gatwick, passo come sempre il controllo passaporti, lamentandomi mentalmente del fastidio dei continui e inutili controlli doganali. Mi chiedo se e quanto facciano la differenza. Sono davvero utili questi muri che amiamo costruirci intorno? O servono solo a darci l’illusione della sicurezza?

Ancora qualche ora e sono a Southampton, finalmente in compagnia, rilassata, serena, seduta di fronte a un hamburger fatto in casa e a una puntata di The Next Generation, la serie di Star Trek che mi piace di più. La guerra con i Klingon è ormai acqua passata, non c’è più bisogno di un bacio interrazziale e del personale internazionale per ricordarci che quelle differenze, a cui nella vita reale ci attacchiamo come cozze su uno scoglio, in realtà contano meno di quanto sembra. Il mondo è giusto, razionale, tranquillo, e se qualcosa non va sappiamo già tutti che il Capitano Picard troverà entro la fine della puntata la soluzione eticamente ineccepibile, che renderà felici tutti.

Prima di andare a dormire apro distrattamente Facebook e leggo frasi per me incomprensibili che citano Parigi. In un attimo sono sulla home page di Repubblica e mi manca il respiro. Spaventata e confusa, pur non volendo non posso fare a meno di tornare su Facebook per continuare a scorrere ossessivamente gli status sulla mia bacheca, come se da qualche parte possa esserci un Capitano Picard che riesca a dare un senso a quello che sta succedendo, e magari anche una soluzione. Ma dallo schermo sembra scaturire solo paura, odio, violenza, nuovi muri da costruire, evidentemente Picard non è fra i miei contatti.

Dopo una nottata angosciata usciamo di casa con difficoltà, gli occhi si inumidiscono facilmente e non è facile rimanere lontani dallo smartphone. L’unica terapia che sembra funzionare, almeno temporaneamente, è immergersi nella bellezza. Alla galleria d’arte ritroviamo un sorriso stiracchiato esplorando la collezione permanente, e ci rilassiamo rivivendo le imprese di Perseo dipinte nel tardo ottocento da Sir Edward Coley Burne-Jones. Nonostante i mostri, nonostante le difficoltà, Perseo alla fine della serie si ritrova in uno splendido giardino con la sua amata. Forse c’è speranza, dopotutto. La mostra temporanea sull’arte dello stencil e delle bombolette spray ci riporta brutalmente al mondo moderno, ma con una punta di malinconica poesia che rende tutto più sopportabile. L’altra, sul pittore Ben Johnson, ci ammalia con la sua simmetria, l’armonia dei suoi enormi spazi vuoti, architetture perfette che ci aiutano a dimenticare le drammatiche imperfezioni di chi le ha create. E alla fine della nostra visita rimaniamo diversi minuti in silenzio di fronte all’enorme quadro che ritrae il panorama di Parigi visto dall’Istituto del Mondo Arabo. Il titolo, fin troppo evocativo oggi, Il medio Oriente guarda ad Occidente (Middle East Looking West, 1989).

All’uscita, con le mani che ci tremano, facciamo la nostra offerta. Non è obbligatoria, avremmo potuto visitare gratuitamente museo e mostre, ma soprattutto oggi non può essere evitata. Pur nel turbinio di pensieri confusi che affollano la mia mente non posso smettere di pensare che se c’è una posizione da prendere in questa situazione, sia a favore della cultura e dell’arte. E, ora che ci penso, sono sicura che Picard mi darebbe ragione.

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