Marta Morazzoni
A proposito di “Go set a Watchman”

Harper al buio

Riflessioni in margine all’uscita in Italia della prima stesura del “Buio oltre la siepe”, una versione impropria del celebre e appassionante romanzo di Harper Lee sul razzismo in America. Quanto resta dell’autore in un testo destinato a un pubblico da conquistare?

È comparso sul domenicale del Sole24ore un articolo di Roberto Casati a proposito dell’uscita in Italia di Go set a Watchman, il romanzo di Harper Lee che ha preceduto, o meglio che è stato la prima stesura del famosissimo Buio oltre la siepe. È interessante l’articolo di Casati che contiene, tra l’altro, l’indicazione, quasi la supplica in verità un po’ perentoria, a non leggere questa versione del notissimo romanzo. Ahimè, l’avevo già letto. Appartengo al numero degli estimatori, di più! degli affezionati abitanti-lettori della Maycomb, Alabama inventata da Harper Lee. Tredicenne ho letto il romanzo l’anno in cui Feltrinelli lo propose in Italia, l’ho riletto più e più volte nel corso del tempo con passione e affetto. Quindi ho affrontato con curiosità preoccupata il recupero del manoscritto originario da cui è derivato il romanzo per eccellenza sul razzismo, credo il più famoso insieme alla Capanna dello zio Tom, oggi di sicuro dimenticata. L’ho letto, dicevo, senza averne riportato, io credo, alcun danno, come sembra temere Casati, e con un interesse non certo da filologo, ma da lettore.

Buio oltre la siepeNon è una lettura che lascia indifferenti: quello che ho incontrato in queste pagine non è il mondo che ho amato, inutile qui andare alla ricerca dei personaggi che, senza l’aiuto del film (l’ho visto solo molto tardi e, come succede spesso, credo che abbia sottratto più che aggiunto materia alla pagina scritta), ho davanti agli occhi come fossero vicini di casa di una mia infanzia altrove. Non c’è Boo Radley e nemmeno Dill, il ragazzino dai calzoncini di lino blu che compare ogni estate con una fandonia nuova sulla sua famiglia, quel ragazzino che ho scoperto essere il ritratto di Truman Capote. Ci ho trovato invece un mondo molto più spigoloso, una realtà meno limpida, ho vissuto lo sconcerto di una diversa collocazione dei caratteri principali, primo tra tutti Atticus Finch, il padre che avremmo voluto avere, il perfetto padre da romanzo, così deludente e sconcertante qui, nella prima ipotesi dell’autrice. E se fosse più vero? mi sono detta. Se, pur lontano dal gioiello che è nato poi da un lavoro di revisione poderosa dell’autrice accanto, immagino, a un altrettanto poderoso lavoro di editing, lì dentro ci fosse in nuce un coraggio più aspro nell’affrontare la fisionomia di una cultura e di una mentalità? Un coraggio impacciato, su cui è passata la mano abile di una riscrittura ben guidata?

watchmanNon so e vado per scarsi indizi su una strada sconnessa. Una cosa mi colpisce: dopo questo strepitoso successo, tranne per pochi e non significativi racconti, Harper Lee non scrisse più. Beata lei, mi ero detta, beata lei che ha trovato il passo giusto e ha soddisfatto in una sola volta il bisogno di scrivere. «Ho detto quello che dovevo dire», commentò a suo tempo l’autrice in merito a questo suo ascetismo della scrittura. Senonché quello che ha detto in Go set a Watchman è un po’ diverso da quello che ha detto poi nel Buio oltre la siepe. E su questo tema mi sono avventurata per una divagazione romanzesca sull’onda di cosa sia la stesura di un’opera, cosa sia la revisione, quanta parte vi abbia, in una meditazione del tutto personale, l’autore. Giacomo Leopardi scrisse e riscrisse l’Infinito, ma l’equilibrio della parti che raggiunse nella poesia che conosciamo nasceva da lui, dalla sua ricerca e dalla sua sensibilità. Succede sempre meno che un autore, soprattutto nella prosa, sia tale fino in fondo. Non sto a dire se sia giusto o sbagliato, qui le scuole di pensiero sono tante e diverse; ma dico solo che qualcosa della verità profonda dell’autore è un pochino arretrata rispetto alla prima linea del racconto. Questo a volte ha prodotto risultati notevoli, tanto da diventare prassi comune e accettata.

E allora mi metto, presuntuosamente, nei panni della giovane Nelly Harper Lee, che ricostruisce un tema come è meglio che sia per un pubblico da conquistare. Quanto le sarà costato rimanere un pochino a margine del mondo che aveva in mente di raccontare, per comporne un altro più giusto, senza dubbio, ma forse nel profondo un po’ meno suo? Domande senza risposte e oziose, probabilmente. Nelly Harper Lee è oggi una donna molto anziana, un po’ isolata dal mondo, e forse ha dimenticato anche l’avventura del suo romanzo. Ma a me, lettore, rimane la curiosità affettiva nei suoi riguardi e, in fondo, la sensazione di averla conosciuta di più e meglio anche in questa impropria, per così dire, versione del suo Buio oltre la siepe.

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