Gianni Cerasuolo
Italia, 13 novembre 2015

Facce e tecnicalità

Succedeoggi ha chiesto alle sue firme di raccontare un giorno normale che, inaspettatamente, drammaticamente, è diventato diverso. Cominciamo da una mattina in metro...

Si faceva fatica ad entrare nel convoglio della metropolitana. Roma, Metro A, stazione Termini, ore 12,30 circa, venerdì 13 novembre. La banchina, stretta e inadeguata, conteneva a stento i passeggeri. Spesso un treno arriva dietro l’altro. Da tempo vado sostenendo, scontrandomi con un’onda anomala di pareri contrari, che i mezzi pubblici al centro della città funzionano abbastanza. Almeno quando non si scassano. Ma questo accadeva con Ignazio Marino ed il binario, si sa, quando vuole, sa essere anarchico e dispettoso oppure docile e puntuale,  dipende da come si manovrano gli scambi. Quel treno, invece, ritardava. Il tabellone neanche si illuminava per indicare il tempo di attesa. Dopo un po’ è apparsa la scritta: 4 minuti.

Sono scesi in tanti, siamo saliti a frotte sulle carrozze. Dentro si stava stretti. Studenti, turisti, impiegati. Tutti a guardare smartphone e iphone, pochi con cuffie e auricolari. Messaggi o conversazioni telefoniche («Pronto, mammà, sei te?» si continua a dire più o meno così, con  linguaggio da fighetti rispetto alla signora Cecioni). Nessun giornale, nessun libro. Del resto, leggere un pezzo di carta in quelle condizioni è come fare esercizi di equilibrio su una fune. Magari quelli stavano scorrendo brani di Allende o Serra sul minuscolo video e tu fai fatica a realizzare che si legge anche così.

È stato allora che ho pensato: qui il terrorista potrebbe portare a termine la sua missione, una cintura addosso e… bum. Chi lo può fermare? Chi si accorge di lui? Giusto se il “martire” si appoggia al vicino di viaggio per un brusco movimento del treno, una frenata improvvisa, l’aggrapparsi sbilenco all’apposito sostegno. L’altro avvertirebbe, comincerebbe a insospettirsi dei rigonfiamenti. Ho visto qualche addetto della vigilanza privata lungo la banchina della stazione, qualcun altro sopra alla congiunzione della metro con i treni FS. Come andare con la cavalleria contro i tank nazisti. Ascolto di frequente i vigilantes che parlano delle loro buste paga, bassissime, e dei turni, massacranti. Si arrabbiano con il capetto o con l’istituto che li ha assoldati. Tecnicalità della sicurezza. Dettagli. La gente entra, esce, viaggia, la vita scorre. Poi si ferma bruscamente.

parigi 13 nov7Ho pensato a quel metro zeppo di passeggeri a tarda sera quando dal computer ho appreso quello che stava succedendo a Parigi. Siamo sempre in diretta. La spina non si stacca mai. Anche se ti metti a fare altro, se stai facendo sesso o stai ascoltando musica. Nell’intervallo a teatro o mentre vedi un film. Se non lo fai ti senti inadeguato. Indietro. D’antan. Ho cominciato ad ascoltare quelle bombe che esplodevano mascherate da petardi allo Stade de France. Le raffiche fuori al Bataclan, le urla dei feriti, i cadaveri ricoperti con lenzuoli. Il blu dei lampeggianti che sembrava uscire fuori dal video illuminando la stanza dove mi trovavo. Sky arrancava, mai vista così in difficoltà, raccattava giornalisti per caso. Come se i suoi fossero da un’altra parte. Non fu così con Charlie Hebdo a gennaio. Ho schiacciato il tasto 101 ed Antonio Di Bella sul Tg1 parlava senza esitazioni, precedendo sempre la concorrenza. Cauto ma tempestivo, senza troppi fronzoli, anzi gli interventi dallo studio di Roma sembravano dargli fastidio, interrompevano la sua diretta. Si era collegato con uno o più canali francesi che dovevano funzionare meglio di altri. Tecnicalità della comunicazione. Dettagli. Ho spento ad un certo punto della notte. Avevo freddo.

La mattina seguente ho resistito a lungo. Non ho voluto attaccare la spina. Non ho voluto leggere Facebook, i siti, non ho acceso la tv, la carta stampata era inadeguata: quando sono arrivate le prime notizie dei massacri, i giornali stavano già chiudendo le prime edizioni. Black out. Un rifiuto che certificasse l’impossibilità di avere una vita normale. A Parigi, a Madrid, a Roma, a Londra. Sapevo che il caos continuava. Non il rumore della morte e delle bombe umane. Era il groviglio delle parole che volevo evitare. Troppe, eccessive, inutili, fuorvianti, false. La Fallaci, gli immigrati, l’Islam, quello buono e quello cattivo, i francesi che bombardano e massacrano in Mali e ora altrove senza che nessuno dica niente, la terza guerra mondiale, il Papa, Emergency covo di terroristi secondo l’imbecille in servizio permanente effettivo, la Marsigliese, il tricolore francese sulle fotine di FB. Basta. Ho guardato i volti di quei ragazzi ammazzati a Parigi e ho pensato alle facce che avevo visto nel metro, linea A, Roma, venerdì 13 novembre 2015.

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