Nicola Bottiglieri
Un incontro su Shlomo Venezia

L’arte di ricordare

Come si fa a non dimenticare un passato difficile? Quali parole usare per far capire ai ragazzi di oggi che cosa è stata la Shoa? L'unica arma è la testimonianza

Sabato 26 settembre. Salerno, scuola Rita Levi Montalcini, ore 10. L’aula magna è piena di ragazzi della terza media, al tavolo delle conferenze la professoressa Juvanita Bottiglieri (mia sorella), la preside Barbara Figliolia e, ospite privilegiato, Julia Kaufmann. Tema dell’incontro: la Shoa.

Entrando nei corridoi della scuola, ero stato colpito dalla severità e dalla pulizia dell’ambiente, che risultava ancor più confortante quando ho visto il lavoro preparatorio dell’incontro. Uno fa vedere sulla carta geografica la dislocazione di tutti i campi di sterminio nazisti con le sedi centrali e le succursali, un altro ricorda le date della seconda guerra mondiale, l’ascesa al potere di Hitler, cos’era la risiera di San Sabba, come erano vestiti e come lavoravano i prigionieri, il treno che trasportava le persone come animali al macello, le bocche dei forni crematori, ecc.

L’incontro inizia con il saluto davvero commosso della preside, prosegue con la lettura di brani di mia sorella, poi un breve filmato tratto da youtube dove si vede Shlomo Venezia che parla della sua esperienza, infine la parola passa a Julia. Chi è Julia?  È la moglie di Shlomo Venezia, cittadino italiano di origine ebraica che ebbe una vita straordinaria. Infatti fu deportato dai nazisti ad Auschwitz e obbligato a fare un lavoro particolare a Birkenau: prendere i corpi delle vittime uccise dal gas, tagliare loro i capelli e portarli nel forno crematorio, dove venivano bruciate. Fu l’unico in Italia a sopravvivere a questa sconvolgente esperienza, cosa che egli raccontò in un libro intitolato Sonderkommando Auschwitz del 2007. Shlomo è morto da due anni ed è qui la moglie a raccontare quello che il marito le aveva confidato. Ma queste confidenze furono fatte per intero solo molti decenni dopo che si erano conosciuti. Shlomo aveva tenuto per se le orribili scene di cui era stato vittima e testimone.

risiera di san sabba4Julia racconta i ricordi del marito. Gli ebrei, dice Julia, quando scendevano dal treno venivano avviati verso le docce. I nazisti dicevano loro di ricordare il posto dove avevano lasciato la valigia, perché DOPO la doccia dovevano ritrovarla. Anche nello spogliatoio dicevano di ricordare il numero dell’attaccapanni, perché DOPO, all’uscita della doccia dovevano riprendere i propri vestiti, raccomandavano anche di legare le scarpe l’una all’altra per evitare confusione. Quando le vittime entravano nel cameroni qualche dubbio doveva affiorare, perché erano stanze che contenevano mille, milleduecento, millecinquecento persone e non vi erano tracce di sapone, solo enormi cipolle sul soffitto da dove sarebbe uscita non l’acqua ma la morte. Infatti, subito dopo venivano chiuse le porte e venivano uccisi con il gas che cadeva abbondante dal soffitto. Il nazista da una porta con vetro spiava la scena e quando era evidente che fossero tutti morti, apriva le porte ed allora entrava in azione il Sonderkommando, ossia quelli che dovevano liberare lo stanzone per fare posto ad un nuovo carico umano.

risiera di san sabba3Julia racconta le impressioni del marito quando, aperta la porta, si trovava di fronte quello spettacolo orribile. Diceva il marito che i corpi erano uno sull’altro in un groviglio infernale, perché la mancanza d’aria faceva sì che le vittime tendevano verso l’alto, cercando di non morire soffocati si arrampicavano l’uno sull’altro e il groviglio di corpi era tale che era difficile districare le membra avvinghiate delle persone. Le quali avevano gli occhi fuori dalle orbite, le mani uncinate ai vicini…Julia smette di raccontare l’orrore perché noi siamo tutti visibilmente sconvolti. Riprende a fatica il racconto, già fatto decine di volte in altre scuole, in altri contesti.

A questo punto entrava in azione la squadra di Shlomo, che doveva estrarre i corpi uno per uno, tagliare loro i capelli che poi venivano usati per fare rivestimento insonorizzante dei sommergibili, estratti i denti d’oro, infine messi nella bocca del forno. Questo ciclo era ininterrotto e durava ventiquattro ore su ventiquattro.

Julia dopo più di mezzora di racconto è commossa quanto noi, i ragazzi sono allibiti, io mi sento in balia delle onde.

Penso che Shlomo sia stato un grandissimo uomo, prima perché non è impazzito a vedere quelle scene, poi perché è stato zitto per tanti anni, infine, quando lo ha ritenuto opportuno, lo ha raccontato. Perché ha messo molti anni per raccontare queste cose? Prima per superare il trauma, poi perché nessuno gli credeva. Gli uomini di fronte all’indicibile si ritraggono impauriti e pur di non accettare l’evidenza pensano che il testimone stia mentendo.

risiera di san sabba2Dopo l’incontro, i ragazzi uno per uno fanno delle domande, fanno vedere i disegni preparati, infine regalano alla loro ospite delle pietre, ma non quelle raccolte sulla spiaggia che è a pochi metri dalla scuola, bensì quelle fatte da loro,nel laboratorio, con una pasta dura e colorata. Le pietre ricordano il tempo, gli uomini scompaiono ma le pietre sono eterne, perciò fin quando esisteranno quelle pietre esisterà il ricordo perenne di quella giornata.

Quando mi sono messo a passeggiare sulla spiaggia ho pensato alla catena della testimonianza. Shlomo ha raccontato a Julia le sue esperienze, Julia le ha raccontate a noi e noi, cioè i grandi ed i ragazzi, ora le conserviamo nei nostri cuori. Certo, la consapevolezza che ho io di quegli eventi è diversa da quella dei ragazzi, quindi noi adulti dobbiamo aiutare i ragazzi a capire e ricordare…Poi rifletto sul fatto che la memoria è labile, che il ricordo da solo non basta, che gli orrori della storia si ripetono ad ogni generazione, che gli uomini hanno  (come ci dicevano da bambini) alle spalle un angelo e un demonio sempre in lotta fra loro…

Vedo davanti a me il mare di Salerno, sulla spiaggia vi sono il tempo che scorre, la memoria labile, gli adulti inorriditi, la storia che si ripete, mentre fra le onde intravedo gli occhi sgranati dei ragazzi, i volti delicati dove il corpo dell’adulto comincia a fiorire, le espressioni pensierose di fronte alla bestialità degli uomini. Sulla spiaggia vi sono tante pietre, frammenti di un tempo che oramai è passato e senza saperlo dico i versi di un salmo: «Dal profondo del mio cuore ti ho chiamato o Signore, Signore ascolta la preghiera di quelli che ancora non sono diventati adulti… Signore ascolta la preghiera degli innocenti!».

Nelle foto, la Risiera di San Sabba, il lager italiano.

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