Alberto Fraccacreta
L'elzeviro secco

Morfologia del vigatese

I novant'anni di Andrea Camilleri (auguri!) ci dànno l'occasione di dar corso a una nuova rubrica: l'elzeviro secco. Si comincia con un'analisi dettagliata della celebre lingua vigatese...

Andrea Camilleri compie novant’anni, ma il suo stile, nel tempo, è rimasto identico: voce roca, basco nero, profilo allungato. Sellerio pubblica per l’occasione I sogni di Andrea Camilleri, raccolta di brani in cui i personaggi dello scrittore di Porto Empedocle si danno all’attività onirica, e Gran Teatro Camilleri con contributi critici. Rizzoli riedita, in una veste più accurata, La targa.

Tra i numerosi meriti del Simenon italiano – che conta all’attivo cento titoli in romanzi storici e “montalbaneschi”, assieme a saggi e altri scritti – quello forse non transitorio, e dunque transtorico, risiede nella complessa operazione linguistica che ha dato vita al vigatese, vernacolo di Vigata, città leggendaria in cui sono ambientate le vicende di Montalbano. La morfologia del vigatese predilige la i, vocale «rossa», secondo la fonetica sensoriale di Rimbaud, «sangue sputato, risata di belle labbra nella collera». Questo frammezzo pastoso, metà siciliano e metà italiano, ha stregato il pubblico (sempre più a digiuno di letteratura, stitico di contenuti) per la sua intelligente levigatezza, nonché per il monito stentoreo in esso congenito: non perdere la tua identità, figliolo!

andrea camilleriInvero, dimentichi delle imprese di Giulio Agricola, vincolati dallo scacco del gergo anglosassone, lasciamo che l’identità fugga di mano. Ci stiamo impoverendo, senza averne chiara cognizione, di una crisi “logofrenica”, perché bisogna sapere le lingue, è necessario conoscere almeno l’inglese, ci si deve confrontare col blabla dell’alta società. “Bisogna”, “è necessario”, “si deve”: donde proviene codesta improvvisa brama dell’ineluttabile? Lo impone il professor Kant in visita a Timbuctù? Si deve, è necessario se il lavoro o la passione lo richiedono, se la conoscenza di un altro idioma va di pari passo al potenziamento della lingua madre, non certo per assecondare una moda scellerata, o peggio un diktat studiato a tavolino. Nel saggio La lingua batte dove il dente duole, scritto a quattro mani con Tullio De Mauro, Camilleri precisa: «Come diceva Pirandello, la parola del dialetto è la cosa stessa, perché il dialetto di una cosa esprime il sentimento, mentre la lingua di quella stessa cosa esprime il concetto». Di qui ci si aggancia alla piena convergenza di logos ed essere: la lingua originaria determina la natura di un luogo, demarca lo spazio e il tempo, dà credito all’esperienza vissuta. Beninteso: di un luogo, di uno spazio, non di un popolo. Parliamo così, perché siamo qui. Esprimersi in maniera differente dal posto, persino dal paesaggio, in cui si vive, provoca un cortocircuito emotivo. Come sostituire, ad esempio, questa prosa picaresca, tratta dall’incipit di Il gioco degli specchi, in qualcosa di altro, di standardizzato? «Era da minimo dù ure che sinni stava assittato supra a ’na speci di seggia che assomigliava perigliosamente a ’na seggia lettrica, ai polsi e alle cavigli gli avivano attaccato dei braccialetti di ferro dai quali si partivano ’na gran quantità di fili che annavano a finiri dintra a un armuàr di mitallo tutto dicorato all’esterno di quatranti, manometri, amperometri, barometri e di lucette virdi, russe, gialle e cilestri che s’addrumavano e s’astutavano ’n continuazioni». La ricchezza di ciò che è detto sta nel modo in cui è descritto.

Tempo fa, un amico mi chiese in cosa consistesse esattamente il dottorato di ricerca in italianistica; ironizzando aggiunse: «Trovare le parole sul dizionario?». Salvare una lingua, preservare l’oro delle sfumature di significato senza incorrere in provincialismi dal sapore totalitario. L’appiattimento della coscienza, a mezzo della desertificazione lessicale, non è il massimo della democrazia, anzi nasconde in sé una forma rimossa e pericolosa di dominio culturale, di “fabbrica del consenso”.

Se l’inglese, nello spogliare pian piano l’identità della nostra lingua, ci ha denudato del suo abito, il vigatese di Camilleri prova almeno a salvare le mutande.

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