Sabino Caronia
“Questi sono i nomi” di Tommy Wieringa

L’Io di Pontus Beg

Centrale anche in questo romanzo dello scrittore olandese il tema dell’identità. Che si sviluppa sui due fronti: quello del protagonista che si scopre ebreo e nel destino di un ragazzo emigrato

L’ultimo romanzo di Tommy Wieringa, Questi sono i nomi (Iperborea, 336 pagine, 17 euro), tratta temi attualissimi – l’emigrazione e la vergognosa tratta che ne fanno coloro che si offrono a questi disperati, ad altissimo prezzo, come soccorrevole ancora di salvezza, pronti invece ad abbandonarli a una morte certa –, ma raccordandoli con i temi che sono propri di tutta la sua narrativa e che abbiamo trovato, ad esempio, nell’altro romanzo tradotto e pubblicato in Italia da Iperborea, Joe Speedboat. Qui lo stesso titolo richiama il motivo che era già centrale nel precedente romanzo, quello del nome.Il nome è l’identità, significa un’appartenenza per Wieringa, e i suoi personaggi, il Joe Speedboat dell’altro romanzo, i sopravvissuti emigranti di questo e ancor più, forse, il capo della polizia Pontus Beg, sono alla ricerca di questa appartenenza.

Wieringa copIn Joe Speedboat era detto: «Nella Bibbia alcune figure cambiano nome quando la loro vita si trasforma radicalmente […] Grazie al loro nuovo nome gli uomini di Dio sono diventati altre persone…». Qui il ragazzo, quello dei disperati che sembra più impersonare quel vitalismo che era proprio dei protagonisti del precedente romanzo e il solo che alla fine avrà una possibilità, dà di sé al capo della polizia Pontus Beg un nome diverso da quello che aveva dato agli altri compagni di viaggio e noi non sapremo mai quale sia quello vero. Comunque la sua possibilità di salvezza sarà solo a costo di cambiare identità, di cambiare lingua, religione, di rinascere nuovo, come potrà accadere del resto anche a Pontus Beg, dopo il bagno rituale che lo farà essere, appunto, “nuovo”, quando non pensava ormai più che potesse succedergli una cosa simile.

La narrazione procede su due piani paralleli, alternativamente capitolo per capitolo, l’uno che ci narra l’odissea di sette (che poi diverranno sei e poi cinque) ombre senza nome, morti viventi, e l’altro che ci descrive in contemporanea le vicende di un piccolo avamposto nella steppa, un paesino quasi abbandonato, il cui capo della polizia, Pontus Beg, solo, senza speranze, perché senza radici, improvvisamente e inaspettatamente scopre un’appartenenza, e per giunta molto importante e impegnativa, come quella ebraica. Così Pontus, uomo senza passato e senza futuro, si sente parte di un grande popolo, comincia a leggere la Torà rifugiandosi in un Dio in cui non aveva mai sperato, e, dopo anni e anni, telefona alla sorella: «La voce della sorella l’aveva riportato alle origini, al tempo in cui tutto aveva ancora un posto ben definito e nessuno di loro avrebbe immaginato un futuro in cui avrebbero dimenticato la propria appartenenza […] C’era sempre meno differenza fra lui e i senza nome che a volte ritrovavano […] La voce della sorella era una cima di sicurezza che gli veniva lanciata dal passato perché non dimenticasse chi era e da dove veniva».

WieringaI due piani paralleli della narrazione si incontreranno quando i senza nome, i disperati in cerca di una nuova vita, approderanno nel piccolo paese di Pontus Beg, proprio quando egli ha scoperto di essere figlio di madre ebrea, e dunque di essere ebreo.: «La sua vita era ormai legata ai rifugiati, al cammino che avevano fatto. Avevano attraversato il deserto come gli ebrei, e come gli ebrei si erano portati dietro le ossa di uno di loro – la mente di Beg si soffermò su questa splendida analogia». Certo Pontus Beg non potrà salvarli tutti, ma tuttavia ne potrà salvare almeno uno, il ragazzo, giocando ancora una volta con il nome per non consegnarlo alle autorità, e gli prospetterà la possibilità di una vita nuova in Israele, una Terra Promessa che è per lui quella originaria. Il vecchio rabbino, l’ultimo ebreo rimasto nel paese, gli aveva detto: «Nel Talmud sta scritto che chi salva una vita salva l’umanità. In realtà dice “una vita ebrea”, ma perché non dovrebbe valere per un goi?».

Un romanzo di ampio respiro questo di Tommy Wieringa, che porta avanti problematiche vive, anche complesse e gravi, ma con un linguaggio leggero, che lo rende interessante e molto scorrevole.

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